venerdì 3 marzo 2017

Leggendo l'articolo "Nemici miei" di Filippo Facci - mia nonna/mia madre

Leggendo l'articolo di Filippo Facci uscito ieri sul cartaceo di Libero (lo trovate in coda e grazie a Isabella Cesarini per avermi permesso di arrivarci) ho pensato alla mia nonna materna e a mia madre. Mia nonna materna era una dittatrice, una donna che esigeva di avere il controllo di tutto quanto le girasse intorno. Una madre dispotica. Ma una donna, nello stesso tempo, accogliente, di grande ascolto. Di grande vita. Di grandi passioni. Fui io, il suo nipote malmesso, a rivelarle che aveva il Parkinson. Due giorni dopo lei mi disse "Non so se devo combatterlo o dire basta". Si ridusse a uno scheletro, senza piu' forze. Negli ultimi giorni di vera lucidità mi guardo' e mi disse "Non permettere mai a tuo madre di arrivare a questo punto." Disse mia madre. Non mio padre. E mia madre era la sua fiera avversaria. Quando mia madre si ammalo' e comincio' a frequentare ospedali, hospice, pronto soccorso, ambulatori, finii per incontrare dottori/storie/parenti/malati che raccontavano le stesse cose di cui scrive Facci. Ascoltavo, ricevevo, discutevo, scuotevo il capo, mi incazzavo. Piangevo. Poi prendevo un treno, salivo su una macchina e tornavo dalla mia compagna e la guardavo. E pensavo. La toccavo. Non parlavo. Poi mi mettevo davanti allo specchio del cesso e guardavo me stesso stravolto. Mi toccavo attraverso lo specchio. Poi uscivo e arrivava una telefonata di mia madre "Sei arrivato? Tutto bene? Tanto traffico". Mia madre con metastasi ovunque si preoccupava della mia salute. Un giorno di quelli mi disse "Vorrei che tu morissi sul colpo" e scoppiammo a ridere insieme.


Nemici miei

Ne ho piene le palle di scrivere di eutanasia, è già tutto chiaro a me e a voi, ergo: i nemici dell'eutanasia sono i miei nemici e mi prudono le mani solo a pensarci, perché questa gente gioca con la mia vita e con la sofferenza delle persone che mi sono care. Questa gente dice «parliamone» ma è una bugia, una perdita di tempo come sempre: anche perché se si parla di fine-vita non siamo più in democrazia, l'opinione altrui conta zero, figurarsi quella di un politico, di un baciapile, di un Renato Farina, di un Papa. Io, sul letto di morte, ascoltai mia madre e mio padre, e chi ci avesse messo becco sarebbe volato dal quarto piano. Fine, non c'è altro, solo questo conta, il nostro vissuto personale, qualcosa che soffriamo e serbiamo silenziosamente solo per noi: incapaci, come siamo, di trasfigurarlo nella legittima battaglia di una legittima società civile - o borghesia matura - che non siamo ancora diventati. Dicono che certi temi non spostano voti. Può darsi. 
I benestanti e gli informati, intanto, sanno come fare. Se sono malati incurabili, e se soffrono come cani, sanno come fare. Persino se vogliono suicidarsi, sanno come fare, sanno dove andare. Mentre i poveri, cazzi loro. Ditemi, su che cosa dovrei dibattere?  Tanto, alla fine, ridotte all'osso, le tesi sono sempre due: qualcuno pensa che la nostra vita ci appartenga, altri invece pensano che appartenga a un dio o a uno stato; i primi rispondono di se stessi a se stessi, i secondi invece rompono i coglioni a tutti, e pensano di occuparsi del bene del mondo; i primi sono tolleranti e pensano che ciascuno possa fare ciò che vuole (anche della propria vita) e i secondi invece pensano che i primi debbano fare quello che dicono loro. 
Eccoli i miei nemici. Sono quelli che fingono che l'eutanasia non esista già: centinaia di migliaia di persone muoiono per un intervento non dichiarato dei medici, e decine di studi, benché anonimi, testimoniano che la sospensione delle cure e l'eutanasia sono tranquillamente praticati. Si fa ma non di dice: ma lo si apprende di volta in volta, quando appunto ci tocca da vicino. La politica ci lascia stare. La Commissione affari sociali, nel 2006, respinse la proposta d'istituire un'indagine conoscitiva: si fa, non si dice, e non si deve sapere. Sette anni fa morì Eluana Englaro: accadde dopo 17 anni di non-vita, dopo una dozzina di sentenze della magistratura e dopo che la politica se n'era sempre fottuta, salvo abborracciare una legge-mostro che per fortuna non arrivò in tempo. 
L’Italia, da allora, è ancora priva di una normativa e siamo tornati a quella cappa narcotica che ha sempre circondato le cose che si fanno e non si dicono. E perché la politica dovrebbe occuparsene, dunque? Non è una questione «prioritaria», già. Così ci arrangiamo, e io non ho mai incontrato una sola persona al mondo - neanche una - che dopo una lacerante esperienza con una persona cara, ridotta agli sgoccioli da una malattia terminale, non abbia infine ammesso che sì, in certe condizioni di eutanasia si può parlare. Ed erano persone segnate per sempre, non persone che cambiano idea dopo un articolo come questo.  
In Italia puoi decidere di andare all'estero a ucciderti legalmente, basta avere i soldi e le conoscenze. In Italia puoi decidere di andare all'estero per la fecondazione assistita, basta avere i soldi e le conoscenze. In Italia puoi decidere di ricorrere all'eutanasia di una persona cara - se non vuoi andare all'estero - e qui forse bastano le conoscenze. Esattamente come in Italia potevi abortire o divorziare alla Sacra Rota: bastavano i soldi e le conoscenze, e in parte è ancora così. Ma che bel Paese: la facoltà di espatriare per fare ciò che formalmente proibito, da noi, non è vista come un problema, ma come una discreta soluzione. Una soluzione cementata a un'ipocrisia profonda, storicamente e culturalmente radicata, inguaribile, ormai codificata: adulterio, aborto, suicidio assistito, eutanasia, abusi edilizi, evasione fiscale, auto in doppia fila, nell'insieme un'immensa zona grigia in cui il lecito può essere moralmente illecito, e l'illecito confina, invece, con una cultura tutta nostra nel definire leggi che verranno aggirate in qualche modo. Ogni nuova regola contempla un venturo accomodamento, e l'accomodamento, a proposito di suicidio assistito o di eutanasia, è che si deve andare all'estero. Eccolo lo schifo. Perché in effetti una società del genere, in cui i diritti o le facoltà sono regolati dai soldi e dalle conoscenze e dall'ipocrisia, fa schifo: è feudale e ingiusta prima ancora che classista. E' anche stupida e ipocrita, considerando che ormai viviamo in un'Europa senza frontiere e che ogni mancata regolamentazione sa di polvere sotto il tappeto, di doppiezza bigotta o porporale o trinariciuta.
Ecco perché ne ho piene le palle di scrivere di eutanasia: scriviamo e parliamo troppo, ciarliamo di principi ma non facciamo le leggi, mentre all'estero guardano alla vita reale e fanno delle leggi che cercano di regolarsi alla meno peggio. Da noi non si fa niente e allora interviene la magistratura con le sentenze: e meno male, e ve lo dice uno che critica la magistratura da quando sa reggere una penna in mano. 
Quindi non dite che la Magistratura occupa gli spazi della politica, in questo caso: dite che la politica lascia dolosamente scoperti gli spazi che la magistratura non può non occupare. Meglio allora ricorrere all'invasività della magistratura (vedi caso Welby o caso Englaro) piuttosto che concepire certi pateracchi teologici sul testamento biologico o sulla fecondazione assistita che hanno tentato di fare da noi: ma naturalmente l’hanno fatto dopo un dibattito con opinioni declarate, slogan disinformati, princìpi recitati a freddo, cretinismi bipolari di destra e di sinistra da parte di un personale politico che recita solo opinioni imparaticce. Una classe politica che dovrebbe discutere di eutanasia, ma l'ha già praticata con successo: da molti anni, su se stessa. 
Libero, 2 marzo 2017


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