martedì 14 marzo 2017

Due estratti da "Un destino tedesco. L’autobiografia di uno scrittore ribelle condannato da Weimar, incarcerato da Hitler, processato dagli americani" di Ernest Von Salomon (Oaks Editrice)




Inferiore a “I Proscritti” e a “Io resto Prussiano” (mentre mi manca "Freikorps. Lo spirito dei Corpi Franchi"), “Un destino tedesco. L'autobiografia di uno scrittore ribelle condannato da Weimar, incarcerato da Hitler, processato dagli Americani” (Oaks Editrice, traduzione dal tedesco di Eriberto Streicher) di Ernest Von Salomon è un comunque un romanzo indimenticabile, trascinante. In realtà, non veramente autobiografico ma autobiografico in un senso più ampio, esistenziale. Volevo alternarlo ad altri libri ma alla fine mi ha talmente conquistato che l'ho abbandonato solo dopo essere arrivato alla parola Fine. Lascio due passaggi, il secondo è la chiusura del libro. (Peccato solo per alcuni grossi refusi):

Gli impulsi e le caratteristiche decisivi del “movimento nazionale” furono offerti dall'afflusso dei soldati dei Corpi Franchi. Questi erano stati i primi, ed i soli, ad assumersi, subito dopo il crollo, veri compiti statali. Nella parte orientale del Reich, ora senza confini, che si conserverà come un piccolo Reich anche nel momento del crollo, essi stessi avevano costituito il confine. Ai confini dello Stato, i contrasti nazionali si profilavano rigorosissimi; là si presentavano e si definivano. Con la delimitazione dei confini sancita nel trattato di pace di Versailles, nel 1919, e a causa della riduzione dell'esercito tedesco, richiesta nel medesimo trattato, i Corpi Franchi avevano scomparire a vantaggio della piccola Reichswehr che, per mancanza di altri compiti, era destinata alla perfezione. Di conseguenza, questi Corpi, ormai colpiti nel vivo, furono spinti inevitabilmente e più fortemente di tutti a porsi la questione del “senso”. Essi costituivano i primi segni della rinascita di uno Stato che si rimetteva in piedi a stento, dopo colpi così terribili. Non doveva meravigliare che, in loro, la questione del “senso” dello Stato si fosse presentata in modo così aspro. Allontanati dal servizio militare, essi cercavano un'esistenza politica in seno alla nazione, sulla quale lo Stato aveva steso come una rete per serbare la sua forza traboccante per i casi di emergenza. Questi uomini, in ogni caso, avevano perduto la loro patria, erano privi di terra, di spirito, di legami, di leggi, non offrivano al Paese che un sacco di domande alla quali nessuno sapeva rispondere. Nelle lotte del dopoguerra, erano passati attraverso il fuoco, in più di una forma, e proprio là dove bruciava di più; secondo un'espressione di Ernst Junger, avevano attraversato il punto zero magico. Erano predestinati alla rivoluzione, soltanto non sapevano a quale, Immettevano la più forte carica anarchica nel “movimento nazionale”, e domandavano immediatamente che cosa fosse esattamente la nazione.” (pp. 56-57)

e il finale:



A Landsberg A.D. fu rilasciato lo stesso giorno dell'uomo il cui nome era stato in testa alla lista degli imputati del processo di Buchenwald; era il capo supremo della  Polizia e delle SS, per iniziativa del quale era stato promosso a suo tempo, il procedimento contro il comandante del Lager di Buchenwald. La sua pena era stata ridotta esattamente dello stesso tempo che egli aveva in effetti scontato.
Stavano tutti e due presso il portone che si doveva schiudere davanti a loro e presero congedo l'un l'altro. L'ex capo delle SS, principe di una ex casa regnante, diede ad A.D., che non aveva altro che i venti marchi che venivano dati all'atto del rilascio, anche i suoi venti marchi. Alle 14 in punto il portone si aprì.
Fuori c'era una folla di giornalisti, ma la moglie del principe arrivò veloce e sicura sulla sua Mercedes; al momento di aprire la portiera, aprì un ombrello e, protetto dall'ombrello, il prigioniero rilasciato, appartenente a un'ex casa regnante, salì nella macchina, senza essere fotografato, e partì. Nel parapiglia che ci fu tra i giornalisti, A.D. riuscì a svignarsela. Corse tanto forte quanto le gambe glielo potevano permettere, ma dopo tre e o quattrocento metri urtò contro una signora in compagnia della quale si trovava una ragazza. A.D. aveva visto fotografie di questa donna: era Emma Göring con sua figlia Edda... Ambedue volevano andare a visitare un prigioniero di Landsberg. Il prigioniero rilasciato A.D. si spaventò, ma fece sapere frettolosamente alla signora che c'erano dei giornalisti. Poi si allontanò correndo. L'ultima cosa che vide del complesso di Landsberg fu la faccia della signora Göring, che avrebbe di certo, voluto sapere chi era colui che si allontanava così in fretta.

Chi vede oggi A.D., a passeggio, difficilmente riuscirà a credere che questo è l'uomo che espiò i peccati del nostro tempo, rappresentandoci tutti, un uomo che, nel mezzo della problematica del nostro “indomito passato”, ha domato completamente, da parte sua, il passato.
Eccolo, un uomo piuttosto anziano, con un modesto abito grigio, all'orecchio un piccolo apparecchio acustico di materiale plastico, assicurato a una stanghetta dei suoi semplici occhiali di tartaruga; porta al guinzaglio un cane di taglia media e di razza indefinibile. Si ferma pazientemente ad ogni angolo con lui; un uomo poco appariscente che, a causa di un'ostinata malattia di cuore e di reni, il medico di fiducia ha dichiarato definitivamente inabile al lavoro...” (pp. 218-219)

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