giovedì 30 marzo 2017

Divagando intorno a "Romance" di Chuck Palahniuk (Mondadori)


Il mio rapporto con Chuck Palahniuk è molto simile a quello che avevo con mio madre. Folgoranti slanci di puro amore, odio assoluto, impossibilità di comunicazione, sbalordimento, sorrisi, silenzi, feroce risentimento, schifo totale, pacificazione, confidenze. Un eterno ritorno. I primi libri dello scrittore statunitense sono molto importanti per me sia da un punto di vista strettamente letterario, sia che da quello affettivo e amicale. Sono forse uno dei pochi, almeno penso, ad amare follemente “Fight Club” romanzo e molto meno il pompatissimo film che ne è stato tratto. Chuck ha scritto delle boiate immense con pero' sempre due, tre pagine che valgono più loro di molti romanzi incensati dalla critica. I racconti di “Romance” (Mondadori, traduzione di Gianni Pannofino e usciti precedentemente su varie riviste) hanno un andamento molto altalenante e la maggior parte non sono un granché. Grandi fiammate ma anche orribili cadute. In molti passaggi  si respira una sciatteria/maniera incomprensibile, altre volte si viene presi al cuore, allo stomaco e si sorride, si soffre, ci si commuove. 

Avevo bisogno in questo periodo di qualcosa di violento, satirico, sarcastico, disgusto e sono comunque contento di aver letto questi racconti, uno dietro l'altro.

Intanto che leggevo ho segnato alcuni spunti che questi racconti mi suggerivano (fra parentesi un riassunto minimale del racconto) e sono spunti poco da recensione seria, con un tono molto divertito:

Driin! Driin” (un padre, un figlio, le barzellette, la morte, la tristezza): non so raccontare barzellette e mi annoio in fretta ad ascoltare i barzellettieri, anche se Gino Bramieri da piccolo mi piaceva molto; io e mio padre praticamente non parliamo di nulla; una volta su un treno diretto a Torino salì un rom che si mise a raccontare barzellette volgari e i viaggiatori (uomini, donne, bambini, bambini, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici, pensionati) gli riempivano il cappello di soldi e non smise mai, nemmeno quando passò il controllore...arrivato a Torino avrei voluto diventare sordo; Todd Solondz; forse uno dei migliori racconti della raccolta.

Eleanor” (Un pitt bull, un figlio un agente immobilista che di nome fa Gazelle): un brutto racconto, ma davvero brutto. Ho segnato solo Gazzelle (perché poi sono un adolescente morto dentro).

Di come Scimmia si sposò, comprò casa e trovò la felicità a Orlando” (Scimmia che cerca amore, Gorilla, venditori/assaggiatori, un formaggio puzzolente): col mio lavoro mi capita spesso di incontrare venditori di prodotti di pulizia, uno più laido e furbo dell'altro. Uno però è solo una voce maschile e questa voce è di una gentilezza incredibile; nei supermercati le donne che offrono assaggi sembrano sempre le Faine di Chi ha incastrato George Rabbitt?, tranne una che la incontro spesso e si è stabilizzata sui biscotti e che invece sembra lei.

Zombi” (defribillatori, lobotomia, il Grande Balzo all'Indietro): un altro dei racconti migliori perché anch'io rincorro spesso il suicidio, la voglia di scomparire. Un istituto, una droga, l'alcool, un anestetico. E la vita non è più la stessa. Il dolore, le aspettative, gli altri. Tutto scompare.

Perdente” (giochi a premi e partecipanti): si dice spesso che Renzi e Salvini siano accomunati dal fatto di aver frequentato giochi a premi. Di sicuro hanno imparato qual è il prezzo a cui si mettono in vendita la maggioranza degli italiani.

Red Sultan's Big Boy" (uno stallone sfonda ani, una bambina affarista, un padre con un minimo di dignità): i cazzi dei cavalli e in generale degli animali mi hanno sempre angosciato; la volta che vidi il video di Cicciolina col cavallo stavo con due compagni di classe e ci sborrammo tutti e tre nei pantaloni; una volta in un cesso di una stazione vidi per la prima volta dal vivo un uomo incularne un altro...il cazzo dell'uomo era così immenso che dall'ano del ragazzo colò tantissimo sangue; un tipo della mia scuola invece amava fare le seghe al suo cane, diceva che il cane aveva poi smesso di scopare le cagnoline e voleva solo la sua mano.

Romance” (una storia d'amore, una Britney sfasata): un altro di quei racconti belli; l'amore è una questione sostanzialmente privata; sono stato in classe per tre anni con una ragazza bellissima ma con qualche ritardo, in pochi credevano che qualcuno potesse amarla davvero e invece no, invece si è sposata e vive serena ed è ancora bellissima; e Britney mi è sempre stata molto simpatica; “The Last Romance” è un grande album  degli Arab Strap.

Cannibale” (educazione sessuale, leccata di fica): ho conosciuto una donna che mi ha confessato che se un uomo non accetta tutto quello che le scende dalla fica e dall'ano, lei non può amarlo. La prima volta che ho vista una fica davanti a me, sono partito dai piedi. Quando ci sono arrivato Lei se ne stava già andando. Il sapore della fica in bocca mi piace molto.

Perché Coyote non aveva mai le monete per il parchimetro” (un padre, una figlia che piange, una prostituta): racconto molto triste e tenere. Una prostituta può essere la salvezza di un matrimonio, la sua rovina o la nascita di un nuovo amore. Di tenerezza sono capaci le prostitute. Non solo di aprire le gambe e ricevere soldi. "Ultima fermata a Brooklyn".

Fenice” (una famiglia, una figlia cieca, la disperazione): accendi la tv e vedi padri che uccidono figli e si uccidono, uccidono mogli e si suicidano, madri che uccido figli e resto zitto. 

I fatti della vita” (Un padre che spiega al figlio i misteri del sesso): mio padre non mi ha raccontato nulla sul sesso, nemmeno mio padre e non ho mai frequentato un corso di educazione sessuale, quello che so l'ho imparato, anche a mie spese, dagli amici, dalle amiche, dalla tv, dai giornaletti, dalle prostitute, dai papponi, dalle donne che ho frequentato. E ho imparato che non si impara mai niente.

Pubblicità telefonica” (call center, la nascita di un amore): quanta finzione esiste in questo blog, nelle persone che mi scrivono, in quelle che sento solo via messaggi. Cosa pensano di me e cosa pensano che io pensi di loro? Una volta dietro una voce immaginai tutto un altro genere di persone. Una volta negli occhi di una ragazza vidi la delusione. Lei mi immaginava più bello. Io la immaginavo meno bella.

“Il principe rospo” (cazzo & esperimenti): il racconto forse più forte, nel senso di “horror/splatter/disgusto della raccolta”, con la follia di questo giovane che sottopone il proprio cazzo a una serie di esperimenti di batteri, virus, con tutto quello che può accadere. La visione di questo cazzo nella mia mente è stata disgustosa. Una volta mi crebbe un brufolo sul pene così grande che dovetti andare al pronto soccorso. L'infermiera mi disse: “Hai un brufolo che è più grande del tuo pene”. Fu il mio ingresso nell'età adulta.

Fumo”: racconto insignificante.

Fuochista” (un festival neo-hippy, omicidi, l'età adulta): leggendolo mi sono tornate in mente le parole della mia amica Brit Pat al ritorno da un festival inglese “Non capisco come la gente possa stare così tanto nell'immondizia, che schifo!”; non mi sono mai piaciuti questi neo-hippy, in tutte le forme possibili; la prima volta che andai ad Arezzo Wave fu per caso, dovevo andare da mia madre in Versilia e invece finii ad Arezzo. Ero solo e affacciatomi sul campeggio compresi che non era un posto per me. Dopo i concerti vagai tutta notte in attesa del primo treno, in mezzo a sbandati, malcapitati come me, tossici, insonni fino a trovare una panchina dove rimasi a bere un paio di birre senza addormentarmi. Poi però mi addormentai e mi trovai una ragazza accanto a me che appena sveglia si fece una stagnola e quando si riprese un po' mi parlò dei suoi esami in psicologia che la aspettavano a settembre.

Liturgia”: un giochetto veramente vuoto.

Perché Formichiere non è mai arrivato sulla Luna” (tre ragazzini che faticano a stare al mondo): è una fatica andare a scuola, essere presi di mira, non sapere cosa fare, come si fa a crescere, a lasciarsi tutto alle spalle e allora si sceglie di prendere una strada che ci permetta di cancellare tutto questo dolore, tutte queste sofferenze, di saltare uno, due, tre turni e aspettare, mettersi alla finestra in attesa che tutto passi, che venga il nostro momento e finalmente respirare, coronare i nostri sogni, sorridere e invece il tempo è semplicemente scaduto, passato e non c'è più nulla, nessuna possibilità, se non un baratro che si apre tutte le mattine quando ti svegli.

Riporto” (una buona azione): tenero e delicato che mi ha fatto pensare alle mie buone azioni ma di queste non si parla.

Spedizione” (padre, figlio, il sesso, i quartieri a luci rosse): insignificante. Poi potrei aggiungere qualcosa sugli italiani che vengono a scopare nei bordelli ticinesi. Delle prostitute in libera uscita che sembrano delle bambine. Ma mi fermo qui.

Mister Elegant” (strane malattie, balli, disabilità): riuscito a metà. Per certi versi ho un po' come sentito la paura di Chuck di spingere veramente sull'acceleratore. Si può amare un essere deforme? Si può provare desiderio sessuale per uomini e donne con qualche strana patologia? Impossibile non pensare a Elephant Man. Ma certo che si possono amare gli esseri umani.

Il Tunnel dell'Amore” (massaggi, suicidio assistito, amore): dove finisce la vita e dove inizia l'amore? Esiste un confine? Ho conosciuto una donna che stava per morire flirtare col suo oncologo e poi l'ho ascoltata raccontarmi tutta la vita di sua figlia. Ho conosciuto una ragazzina che mi ha detto che ci saremmo rivisti fuori dall'ospedale ma lei da quell'ospedale non è mai uscita. Smokers Outside the Hospital Doors.

Inclinazioni" (sesso, omosessualità, campus di riabilitazione): lungo e noioso. E mi ha fatto pensare a un uomo, campione di moralità, cattolico, sposato, con figli, esponente di spicco della comunità, feroce coi comportamenti sessuali devianti che poi di pomeriggio e la sera si dava appuntamento con altri uomini nelle zone discoste della provincia. È stato uno degli uomini che più mi ha dato del frocio in vita mia, ha stigmatizzato i miei comportamenti, mi ha additato come responsabile del dolore nella mia famiglia. Uno di quelli che ha sempre provato ad accarezzarmi. Guardavo lui e vedevo il sorriso di Kennedy.

Di come un'ebrea salvò il Natale” (Natale): non riesco più a festeggiare il Natale. E a Natale sento la mancanza di una figlia, di un figlio. Di mia madre. Del pigiama giallo che indossavo da bambino e che era il mio costume da supereroe preferito.

mercoledì 29 marzo 2017

Ponte Tibetano/Vertigo; Storie dal mondo nuovo, Yoro, La cura del benessere, Elastica


Soffrendo di vertigini "Vertigo" è uno di quei film che piu' mi fanno paura quando lo vedo e piacendomi molto lo riguardo spesso e tutte le volte cominciano a sudarmi le mani.
Proprio perché soffro di vertigini sono contento di essere riuscito ieri ad affrontare questo ponte tibetano. 


Ovviamente mi sono cagato addosso.
E non credo ripetero' l'avventura.

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- nel mio cinema l'ho perso....qualcuno l'ha visto?-

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---periodo di grandi recuperi...questo l'ho ascoltato tantissimo a 16-17 anni e lo riascolto anche oggi con grande piacere-...

lunedì 27 marzo 2017

Rcihard Stern "Golk" (Calabuig), Front National, Grab That Gun



Il precedente libro di Richard Stern "Le figlie degli altri" mi era piaciuto davvero tanto. Per Calabuig é uscito un altro suo romanzo: “Golk” (traduzione di Vincenzo Mantovani). Ne ha scritto Gianpaolo Serino su Il Giornale: "Stern: la tv non è mai stata così potente". In tv guardo poco o niente, quanto capita vecchi film, La Signora in Giallo, Law & Order. Evito volutamente tutti i programmi d'approfondimento alla Myrta Merlino. Quando incontro mio padre invece devo sorbirmi il riassunto di tutti i dibattiti politici televisivi. Non apro bocca. Parla solo lui.

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Fra non molto ci saranno le elezioni in Francia e si capirà quanto pesa davvero il Front National. In questi giorni ho letto “Il Front National da Jean-Marie a Marine Le Pen. La Destra nazional-populista in Francia” di Nicola Genga (Rubbettino), di certo, e per fortuna, non sdraiato sulle posizioni del Front. Un saggio agile e interessante che analizza storia, evoluzione, riposizionamento, luci e ombre del Front National ma per certi versi, e lo dico dal mio piccolo, anche un po' riduzionista, di tutto quell'alveo culturale, umano, sociale entro cui è germinato, nato, cresciuto il partito attualmente capeggiato da Marine Le Pen.
Ma centra un punto, il rapporto ormai consolidato fra media e politica.

Cinque piccole considerazioni: 
1) se ci si lamenta della legge elettorale italiana, cosa si può dire di quella francese? Assolutamente anti-democratica.
2) a pagina 208 vengono elencati gli intellettuali di varia estrazione che hanno manifestato
quantomeno simpatia per il Front National e sono per la maggior parte uomini e donne che apprezzo: “Alain Finkielkraut, Pascal Bruckner, Luc Ferry, Jean-Francois Kahn, Régis Debray, Marc Fumaroli, Michel Houellebecq, Eri Zemmour, Michel Onfray, Max Gallo, Natacha Polony, Denis Tillinac, Élisabeth Lévy.”
3) c'è qualcosa, una parte di me, che mi lega profondamente a questo/quel mondo. Da un punto di vista umorale, culturale, d'indole esistenziale. 
4) alla maggioranza dei votanti/esponenti del Front uno come me starebbe sicuramente sul cazzo.



5) In sintesi: non voto, e nemmeno posso votare in Francia, ma nutro grande simpatia per il Front National. E mi auguro che alle prossime elezioni presidenziali possa vincere Marine Le Pen. Non accadrà. Lo so. Le mie ragioni sono qualcosa che ha a che fare con Drieu e Brasillach e Céline. (Ah, Putin, non mi finanzia, ma chissà, oggi mi son permesso una bottiglia da 4 franchi-3 euro e qualcosa....)

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Un disco bellissimo che io sto riascoltando parecchio. Non certo il genere di donne che piace a quelli /e del Front. Ma ve l'ho già detto. Non ne ne frega un cazzo. Ho solo due santi a cui votarmi: Andrea e Giovanna d'Arco.

domenica 26 marzo 2017

Intervista a Giuditta Boscagli


Se una ventina di giorni avevo scritto due righe su "Il cuore di oltre le sbarre" di Giuditta Boscagli (Itaca Edizioni), adesso è la volta di una lunga e spero interessante intervista con Giuditta. 
Il libro/esperienza/cammino di Giuditta e poi le sue risposte, la sua disponibilità, la sua sincerità e freschezza hanno illuminato questi giorni difficili. E non posso che ringraziarla a distanza per tutto questo.

Ecco l'intervista:

Buongiorno Giuditta, partirei col chiederti come state tu e Pietro e come sta crescendo, maturando, il vostro matrimonio, che é stato il frutto di un percorso non certo semplice e comune.

Stiamo molto bene e alla soglia del nostro terzo anniversario di matrimonio siamo ancora più grati di quel giorno. Il percorso fatto, seppur eccezionale, non è sufficiente a rispondere alle sfide di oggi: serve dire di sì tutti i giorni alla realtà che si propone e in questo stiamo proprio camminando, sempre più docili e grati a ciò che un Altro propone.

Leggendo la vostra storia mi ha colpito come in te non ci sia stato un pregiudizio nei confronti di Pietro. Già solo il fatto di incontrare un detenuto, di parlargli, di scrivergli è visto come qualcosa di assolutamente esecrabile. Senza buonismo, tu hai riconosciuto in Pietro un essere umano. Mi sbaglio?

Non sbagli. Non so dirti quale strada mi abbia portato a non avere pregiudizi in questo ambito, ma mi è sempre interessato più l’uomo che le azioni che compie sbagliando. Forse un po’ è il carattere, forse la varietà degli amici dei miei genitori e l’accoglienza semplice e quotidiana che ho sempre vissuto in casa nostra.

Come ti ha cambiata questa storia d'amore e di fede?

Tutto in me è cambiato in questi anni! Il mio sguardo sugli altri, il mio modo di lavorare, anche la cura che ho di me stessa: ho imparato che la vita è bella davvero perché sempre si può ricominciare, ho imparato che Gesù è così amico e fedele che si può non avere alcuna paura, ho imparato che anche quando sembra che la salita sia troppo ripida in realtà ci attende un panorama meraviglioso e non solo in vetta, ma anche lungo il cammino.

Tutta la storia raccontata in questo libro, così come la tua vita, sono fondate sulla Fede, sulla preghiera, sulla penitenza, sulla confessione. Come è nata la tua Fede cristiana e come vive e  matura una cristiana del 2017? Ti senti assediata, isolata, messa ai margini, ridicolizzata oppure nulla di tutto ciò? Da quando eri un'adolescente a oggi che sei una donna matura hai percepito dei cambiamenti nel rapporto fra Cristianesimo e società?

Ho vissuto una fede semplice in casa mia: la preghiera prima di andare a dormire, la Messa insieme la domenica e poi tante amicizie e una generosità e un’accoglienza dei miei genitori che dicevano più di mille parole.
Poi il cammino in Gioventù Studentesca alle superiori e la certezza di avere di fronte adulti contenti della propria vita: a volte tristi, a volte arrabbiati, ma mai desolati o disperati. Avevo anche una compagnia al di fuori degli ambiti cattolici, ma lo sballo (anche se mai esagerato o pericoloso) e un certo modo di vivere i rapporti affettivi non mi affascinavano. Capivo che fuori da un’educazione cristiana era come se ci perdessi sempre un po’.
In quegli anni e durante l’università spesso venivo presa in giro, soprattutto per la difesa di una scelta verginale, ma non mi importava granché perché era imparagonabile la gioia degli amici che arrivavano al matrimonio con un percorso che non includeva il rapporti sessuale.
Allora ero addirittura più “integralista e moralista”, ma per fortuna si cresce e si scopre che Dio ci ha in mente uno ad uno e che per ogni volta che Gli diciamo di no, Lui torna a cercarci e a sedurci perché possiamo cedere al disegno buono che ha su di noi.
Non è un problema di quel che io so fare o dire, non è un problema mio la conversione degli altri, io devo solo perseguire la mia.
Non mi sento né ridicolizzata né marginalizzata, solo certe volte magari “sola” o addolorata per scelte che non condivido e che mi sembrano un di meno, ma senza allora essere io quella che poi si mette a  ridicolizzare o a marginalizzare.

Pensi di essere fra coloro che vengono additate come delle cattoliche integraliste? Per intenderci, una di quelle del Family Day, alla Costanza Miriano.

Basta dire che si è di CL per alzare un polverone di stereotipi. Qualche battuta ogni tanto non manca, ma ci rido io per prima. Una canzone scout che spesso canto perché l’ho imparata da CL dice: “Lascia che il mondo rida di te se la tua vita cambiarlo potrà, lascia che il mondo rida di te se la tua vita la gioia ti dà”. Non sono integralista, sono innamorata di Uno che ha preso la mia vita e non posso che desiderare che accada a tutti perché c’è un gusto nuovo in tutto ciò che si fa. Ma i tempi sono Suoi, non miei.

La relazione che instauri con Pietro pone gli inevitabili dilemmi sul sesso prematrimoniale, sull'astinenza, sull'aborto. Ti va di spiegarci perché ritieni che il sesso debba realizzarsi solo ed esclusivamente dopo il matrimonio?  Te lo chiedo perché sai bene come di questi tempi la tua posizione sia minoritaria.

Quando mi sono fidanzata ho sperimentato nella carne tutto quello che avevo fino ad allora detto ad altri con le parole.
L’attrazione fisica esiste ed è una delle componenti fondamentali in un rapporto di coppia (altrimenti si è amici), ma c’è qualcosa che vale di più di qualunque istinto.
Io me lo sono data da sola l’uomo che amo? Io potevo immaginarmi che fosse lui e organizzare l’incontro com’è avvenuto? Ho fatto qualcosa perché lui esista?
No, mi è stato donato gratuitamente e non è mio: appartiene innanzitutto a un Altro.
La verginità aiuta a ricordarsi che l’altro non è “roba” nostra, ma di Dio.
Attendere il matrimonio vuol dire aspettare di consegnare quell’amore a Chi lo ha donato, che è anche l’unico che lo possa realmente custodire. Nelle promesse matrimoniali, infatti, si dice che con la grazia di Cristo si resterà fedeli sempre: con la Grazia di Cristo e non a forza di scrupoli o di sforzi personali. Quella Grazia però va chiesta e richiesta ogni giorno perché noi non siamo mai capaci di amare come vorremmo la persona che abbiamo accanto.
L’amore per essere vero fino in fondo deve essere fedele e aperto alla vita: l’educazione cristiana non ha paura del sesso, ma al contrario aiuta a scoprirne la vera ricchezza. Cosa c’è di più grande che una fedeltà per sempre che Dio può usare anche per creare nuove vite? Cosa c’è di più ricco di gratitudine della certezza che il volto amato è un dono di Chi può compiere quel destino?

Sei un'insegnante e vorrei chiederti come stanno le nuove generazioni. Non ti sembra che nel descriverle prevalgano, in maniera quasi standardizzata, i toni esclusivamente negativi? Come sta la scuola e qual è oggi il ruolo dell'insegnante?



Sentir parlare di gioventù è spesso di una tristezza desolante. Il problema non sono i ragazzi, ma gli adulti che non avendo certezze non sanno cosa convenga trasmettere. François-Xavier Bellamy nel suo libro I diseredati (Itaca Edizioni) afferma che quando si inizia ad insegnare davvero nasce una guerra, ma che chiamare i ragazzi ad un vero impegno è indispensabile perché poi nascano fiori impensabili e meravigliosi. Molto spesso sono gli adulti ad arrendersi di fronte alla fatica di proporre qualcosa che sia più attraente dei cellulari e degli auricolari da cui i ragazzi non si separano mai.
Dobbiamo rimetterci in cammino noi se vogliamo indicare a loro una strada da compiere.

Vivendo questa storia con Pietro, che idea di sei fatta del mondo carcerario? Pietro, oltre alla sua incredibile forza di volontà e al suo proposito di cambiare vita, ha trovato nel lavoro in carcere la possibilità di respirare, di crescere, di incontrare altre persone, di confrontarsi con altre storie. Perché non si capisce che risolvere i problemi carcerari oltre ad aiutare i diretti interessati, aiuta anche la società stessa?

Le carceri raramente rieducano davvero e quando lo fanno è più per la buona volontà di chi ci opera che non del sistema. Siamo in una società dove il perdono è ancora visto come una debolezza o un buonismo immotivato e allora dare una seconda possibilità a chi ha sbagliato è segno di stupidità e non di reale umanità.
Le carceri servono perché certe situazioni vanno sanzionate e certe persone hanno bisogno di essere realmente educate nuovamente, ma sovraffollamento e mancanza di personale e di lavoro non aiutano certo a essere guardati come uomini.
Ogni giorno che passa mi convinco sempre di più che si cambia in un abbraccio e non a suon di bastonate. In quell’abbraccio poi ci sta tutto il richiamo, la correzione, il sacrificio necessario, ma è indispensabile che si parta da una stima.

L'incontro con Pietro avviene al Meeting di Rimini. Meeting e Comunione e Liberazione oggi come stanno e cosa significano per te?



Sono la mia casa, la mia famiglia, le gambe su cui camminare, i richiami più forti e brucianti. Ho imparato nella Chiesa che obbedienza e autorità sono due parole per me preziosissime perché seguendo chi è certo della strada si cammina meglio, si gusta tutto mille volte di più.
Carron è un padre che non si stanca di andare a fondo del suo rapporto con Cristo e questo sarebbe già sufficiente per non mollarlo, ma lui poi ha così a cuore il destino di ciascuno di noi che non smette di indicarci un cammino e di chiederci di verificare tutto quel che viene detto o fatto all’interno di CL con ciò che viviamo e desideriamo.
CL per me è il luogo di un cammino che mi rende più vera con me stessa, con mio marito, con i miei studenti e colleghi, con ogni volto che incontro nelle mie giornate perché instancabilmente mi richiama a ciò che vale davvero: l’amicizia con Gesù.

C'é un luogo importante nel libro, il Santuario con la Scala Santa. Essendo un lecchese come te ho pensato al santuario di San Girolamo o a quello della Madonna del Bosco a Brivio. I santuari, soprattutto quelli un po' discosti, sono dei luoghi, che, da non credente, amo particolarmente e ci vado appena posso. Cosa trovi in quei luoghi e perché frequentarli, viverli?



Perché sono segno di un Amore che non molla me, credente, come te che, pur non credendo, ne sei affascinato. Il cristianesimo, infatti, è innanzitutto un luogo di Bellezza.

Chiudo l'intervista chiedendoti di consigliare un libro e un film.



Ultimamente ho letto i due libri di Laura Blandino "La camera bella" e "Tempo di cose nuove": splendidi per un'adolescente che abbia voglia di guardarsi dentro, ma anche per una donna che voglia leggersi due romanzi al tempo stesso leggeri e profondi. Un film che mi piace molto è "The blind side" perché spesso basta aprire la porta di casa perché la vita cambi...sia per chi ospita sia per chi viene ospitato!

Mia madre e la sua amica spagnola

Stanotte nel dormiveglia ho ritrovato nella memoria l'immagine di mia madre insieme alla sua amica spagnola. 
Sedute su due seggiole in riva al mare, occhiali da sole, in costume, cappello di paglia per proteggersi dal sole, intente a pulire trenta e passa chili di cozze.
Io che le guardo, immerso fino alle ginocchia nell'acqua calda che penso a quanto è bella questa signora spagnola.

L'anno preciso l'ho scordato.
Forse il 1993 o il 1994. 

So per certo che stavo ascoltando i Nirvana a tutto gas.
Non avevo voglia di stringere amicizie o di trascorrere del tempo con gli pseudo amici di mare ai quali, anno dopo anno, facevo sempre piu' schifo.
Non avevo voglia di tornare a scuola, di stare ad ascoltare i bagnini e le loro amanti, di guardare il mio cazzo striminzito.
Ricordo che volevo starmene per i fatti miei e camminare e camminare e camminare.

Ricordo i costumi della signora spagnola.
Microscopici.
Tutti fiorati.
Impossibile dimenticarli.

Lessi questo libro tre volte quell'estate.


Non ho mai piu' rivisto quella splendida donna.
Ne ho solo sentito la voce quando mio padre le telefono' per annunciarle la morte di mia madre.
Ho ascoltato i suoi singhiozzi e la comunicazione interrompersi.
Mio padre che si volta e io che vado in cucina a bermi una birra.



sabato 25 marzo 2017

Grande rispetto, sempre, per Luigi Manconi.....

Quando arrivate qui, su questo blog, non aspettatevi mai strade facilmente percorribili.
Nemmeno risposte sicure.
Non lo faccio per stupire a ogni costo.
Ma per un bisogno di restituire la complessità di posizioni che stanno dentro di me e dell'interesse per l'Altro.
Non voto nessun partito, non frequento nessuno, tantomeno circoli, forum, festival, non presento libri, non ho alcun tornaconto da questo blog, da cio' che esprimo, non firmo per alcuna testata se non per il mio fegato, dei movimenti me ne frego.
Faccio il mio lavoro in un cinema.
Mi sveglio alle 4.30 quasi tutti i giorni.
Leggo.
Cammino.
Non v'interessa questo blog, vi faccio schifo, frequentate altri lidi.

Ma c'è un politico in Parlamento che rispetto parecchio.
Oggi su Il Manifesto Luigi Manconi è stato interpellato a proposito del suo voto sul caso Minzolini.
La sua risposta è magistrale:

"La replica di Luigi Manconi

Il voto sulla decadenza di Augusto Minzolini è stato l’adempimento di una funzione di controllo di ultima istanza che è affidata al Senato dalla stessa legge Severino. La decadenza dei parlamentari, infatti, non è un automatismo: altrimenti spetterebbe al presidente della Camera interessata la semplice comunicazione all’Aula.

Dunque, votare sì o votare no, è esattamente quanto previsto dalla Legge Severino. Norma che, peraltro, non può che essere letta alla luce dell’articolo 66 della Costituzione dove è scritto: «Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità». Il verbo usato è, appunto, «giudica» e non «ratifica» «verifica» o «prende atto». E se una valutazione deve esserci, non può che essere libera.

Così ho espresso le mie riserve con un voto conseguente.

Riserve, innanzitutto, sul fatto che alla determinazione della pena inflitta a Minzolini, soprattutto nella sua entità (di 6 mesi superiore rispetto a quella chiesta dal Pubblico ministero: proprio il tempo in più che ha fatto scattare quanto previsto dalla Severino), abbia contribuito un magistrato ottimo come Giannicola Sinisi, che però ha il non piccolo limite di essere stato parlamentare e due volte esponente di governo dello schieramento avverso a quello di Minzolini. (Schieramento e governo di cui ho fatto e faccio parte).

E a rafforzare i miei dubbi c’è ancora il fatto che, per lo stesso illecito, Minzolini si è visto dare ragione sia dalla Corte dei conti che dal Tribunale del lavoro.

Ma torniamo al punto per me cruciale: attualmente in parlamento siedono magistrati appartenenti a vari partiti. Quando, tra un anno, io non sarò più senatore, dovrò sentirmi tranquillo se per un mio eventuale reato fossi giudicato da chi oggi è parlamentare del centrodestra?

Infine, due riflessioni personali (ma fino a un certo punto).

La mia scelta ha indotto molti ad assumere la seguente posizione: bravissimo Manconi per le sue battaglie a favore dei diritti umani, ma figlio ‘e ‘ntrocchia per il voto contrario alla decadenza di Minzolini.

Vorrei che si considerasse l’ipotesi che tra le mie due posizioni ci sia una certa coerenza (faticosa e complicata anche per me).

E che non si dimenticasse che, anche su Stefano Cucchi e su Giulio Regeni, sui profughi e sui rom e sul 41-bis, mi sono trovato spesso in una desolata solitudine (o con l’esclusiva compagnia dei radicali). Anche nella sinistra. E nell’estrema sinistra.

E quell’isolamento non è certo un merito: è il segnale di una sconfitta, credo non solo mia.

Luigi Manconi"

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In breve su "Essere Nanni Moretti" di Giuseppe Culicchia (Mondadori) + Priestess




"Essere Nanni Moretti" ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia (Mondadori) ha una storia facilmente riassumibile: un giorno, Bruno Bruni, traduttore precario, aspirante grande scrittore contemporaneo italiano, si fa crescere la barba e comincia a essere scambiato per Nanni Moretti. A quel punto Bruno e la fidanzata Selvaggia decidono di sfruttare la situazione, con tutti i rischi del caso. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di  un libretto del cazzo e invece questo romanzo è straordinariamente divertente e pungente. Uno di quei romanzi che servono anche per staccare la spina. Per prendersi una pausa intelligente.

Una premessa: Nanni Moretti e i suoi film non mi sono piaciuti.

Cosa mi è piaciuto:

- due passaggi molto intimisti, quello relativo alla fine dei Murazzi di Torino (per me da vera antologia) e l'altro sulla vecchia casa di famiglia che il protagonista vorrebbe riacquistare
- come Culicchia riesce a mette in ridicolo il mondo letterario italiano (editori, scrittori, aspiranti scrittori, editor, agenti, lettori) senza pero' tirarsela, anzi facendolo con molta autoironia
- il personaggio di Selvaggia che sembra uscito da un manga e lo pseudonimo che si sceglie: Lilli Gruber
- il ritratto dei sindaci di mezza Italia, tutti con un libro storico da regalare (i sindaci mi hanno sempre fatto ribrezzo al pari dei vigili) e camere, pranzi, cene da offrire
- il mondo delle presentazioni in giro per festival, saloni, capitali, ambasciate, alberghi, cessi
- la descrizione di come si lanciano nuovi mostriscrittori esordienti
- per come si respira la tristezza dell'invecchiare
- per come in realtà sotto al divertimento ci sia tanta tanta depressione
- come gioca col ridicolo personaggio Nanni Moretti
- il personaggio principale, un gran rompicoglioni, logorroico
- Giuseppe Culicchia, perché io a Giuseppe gli voglio un gran bene da secoli
- il finale, che mi ha ricordato cos'è successo a mia sorella anni e anni fa

Cosa non mi è piaciuto:

- le scene dei sindaci si ripetono troppo (cosi' come la ripetizione di altre parti)...tutto voluto ma crea un effetto noia
- poca crudeltà
- poca ferocia
- una certa esilità della trama
- la scena delle api
- i capelli leccati di Giuseppe Culicchia
- che Giuseppe Culicchia a 52 anni, da quanto vedo nella foto, sembra ancora un adolescente, anzi sembra diventato un attore hollywoodiano


Con ironia, ma chi mi ha ricordato Selvaggia è Priestess (per come aleggia l'erba...anche se fisicamente sono due persone completamente diverse):


venerdì 24 marzo 2017

Mary Oliver


IL VIAGGIO

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli-
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentissi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c'era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l'unica cosa che potevi fare-
determinata a salvare
l'unica vita che potevi salvare. 

La Tessinoise - 14, 15, 16 aprile - Lugano


Maggiori informazioni qui.

giovedì 23 marzo 2017

Che tristezza quelli che...

Che tristezza e che noia mi comunicano quelli che quando accade un attentato in Europa si preoccupano di quanto sproloquia o scribacchia Salvini per additarlo come razzista, si mettono a farmi i paragoni con la Palestina, l'Iraq, l'Afghanistan, la Libia, Saturno, mi parlano delle responsabilità dell'Occidente in chiave politica, sociologica, filosofica, psicologica, economica, rivoluzionaria, mi dicono Pensa a quanto accade in Siria, in Kurdistan, pensa alla copertura mediatica, pensa alle tv, pensa e intano fanno i conteggi con le vittime delle autobombe, dei kamikaze.

E non tacciono.

Fanno i rivoluzionari di terza categoria.

Fanno come le trasmissioni della Perego.

Io penso a mia cugina suora missionaria che vive in Congo sin dagli anni '60. Scampata alla morte piu' volte.

E del Congo non parla un cazzo di nessuno, salvo i giornali con l'Eni come supporto.

Stiamo al gioco.

Stiamo al gioco fino in fondo e poi passi la serata a vomitare nel cesso, altro che prendertela con Salvini.

Questa vita.
Insopportabile.

La risposta a quelli che mi chiedono: ma che film ti piacciono?

Lavoro in un cinema ma non lo frequento quasi per niente, sia perché lavorandoci non è che mi piaccia starci per altro tempo e sia perché non ci proiettano film di mio interesse. Tante volte mi chiedono ma quali sono i film che ti piacciono. Sono tanti, non so nemmeno cosa rispondere. Ho provato a scrivere su un foglio mentre ascoltavo questo pezzo i titoli dei primi film che mi uscivano dalla testa:

Su tutti:  Sentieri selvaggi (1956, John Ford) che è in assoluto il film della mia vita

Poi, senza classifica:

Fuoco fatuo (1963, Louis Malle)
1997: Fuga da New York (1981, John Carpenter)
Melancholia (2011, Lars Von Trier)
Satantango (1994, Béla Tarr)
Suicide Club (2001, Sion Sono)
I Goonies (1985, Richard Donner)
The Elephant Man (1980, David Lynch)
Turk 182 (1985, Bob Clark)

poi ce ne sono due, che vanno al di là del cinema, e sono pezzi della mia vita, fisica e mentale e che quasi è meglio che io non li veda:

L'impero del sole (1987, Steven Spielberg)

e

La vita sognata degli angeli (1998, Erick Zonca)

mercoledì 22 marzo 2017

Klimt 1918, Marion Le Pen, Thomas Savage


"Sentimentale Jugend" il doppio disco dei Klimt 1918 è uno dei dischi in assoluto piu' belli e intensi che ho ascoltato negli ultimi anni. Mi piace che sia un doppio, che necessiti di tempo, che ci siano pezzi lunghi, che sia oscuro, che abbia un libretto pazzesco. Che contenga un brano come "Stupenda  e miserabile città"  dove viene recitata una poesia di Pasolini.

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In questi 3 minuti Marion è semplicemente pazzesca.





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In questo giorno libero ho provato a uscire e a camminare nella pioggia.
A bere un caffè in un bar ma ho resistito solo mezz'ora e sono tornato a casa.
Niente biblioteca, niente lunga passeggiata.
Troppa angoscia.
Troppe macchine, troppi esseri umani per strada.

martedì 21 marzo 2017

Mare, Luca Carboni, The Cranberries, A. B. Guthrie, Out the Furnace, Those Who Walk Away

Da bambino aspettavo la primavera e l'estate con piu' serenità e fiducia di oggi.
Sapevo che avrei fatto il bagno nel lago, al mare, in un fiume.
Sarebbe finita la scuola.
Sarei andato a Domaso, a Santa Caterina Valfurva, a Pesaro, sul Ligure.
E leggere questo articolo che parla del disco omonimo di Luca Carboni mi ha fatto pensare ancora di piu' a Pesaro, al mare, al finire degli anni '80, a quanto mia sorella in quegli anni ascoltasse Luca Carboni.


Ma davvero allo sfinimento.
Appeso sopra al suo letto c'era un gigantesco poster col volto di Luca Carboni.
Ci resto' appeso fino in terza media quando fu poi sostituito da quello dei R.E.M.

Riascoltando oggi questo disco non smetto di pensare che Luca Carboni sarà sempre piu' dignitoso e onesto di molti cantautori, band alternative o socialmente impegnati di oggi e di ieri.

E visto che sto parlando di ricordi adolescenziali, a 14 anni impazzivo per Dream dei The Cranberries.
Non ho mai amato particolarmente i The Cranberries ma questa canzone/video ce l'ho ancora in testa.

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A. B. Guthrie è stato uno dei pochi scrittori che siano riusciti a scrivere grandi romanzi e grandi racconti sul West. "Il grande cielo" è un vero e proprio capolavoro. "L'ultimo serpente" (Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli) è una raccolta di racconti di Frontiera che mescola argomenti piu' strettamente western (indiani, sparatorie) ad altri che descrivono il microcosmo di coloro che vivono in un Ovest pacificato, moderno ma che mantiene intatta la stessa rudezza e tragedia. Il racconto che ho apprezzato maggiormente è forse quello piu' intimista della raccolta e che si intitola "Ebbie" che vede per protagonisti una cagna semicieca in calore e gli occhi di un bambino che si apriranno sulla tragedia dell'esistenza.

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Ieri sera quasi per caso ho rivisto questo film in cui mi rispecchio molto, forse pure troppo. E il finale (anche se manca l'ultimo passaggio) mi rappresenta totalmente.

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Di tutte le altre questioni che stanno sui giornali mi interessa ben poco.

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(qui)

domenica 19 marzo 2017

Andare allo stadio




Dopo il lavoro sono solitamente stanco, stravolto e molto triste, vuoto, senza domani.
Anche oggi lo ero.
Avevo un biglietto gratis per andare allo stadio.
Ci sono andato.
Avevo bisogno di staccare la spina e prendere il sole seduto in tribuna, bevendo magari una birra, rivedere il calcio.
La partita è stata miserevole.
Noiosa e di qualità tecnica imbarazzante.
Alcuni passaggi li ho persi seguendo le coreografie degli ultras delle rispettive compagini.
Ero circondato da beoti, cafoni, antisportivi, bambini con la bestemmia continua in bocca, ignoranti borghesi, uominidonnedialetto. Solo una minima parte di loro era realmente interessata a cio' a che accadeva sul campo. Forse è per questo che preferisco il ciclismo. Tifo per qualche corridore ma è la corsa in sé che mi appassiona, mi realizza. Come ieri alla Milano-Sanremo.
Ma non sono nemmeno fra quelli che demonizzano il calcio o coloro che scelgono di andare allo stadio.
Sono contento di essermi tirato fuori dal mondo del calcio quando mi fu offerto di entrare nelle file dei giovani del Lecco.
Meno di non aver scelto la carriera da allenatore.
Poi sono tornato a casa.
Sembrava estate.
Erano tutti a maniche corte intorno a me, io no, io avevo la felpa nera col collo alto, il cappellino nero calato sopra agli occhi e avevo freddo.
Volevo solo scomparire. 
Farmi invisibile.
Entrare nel mio appartamento, lavarmi, stare con la persona che amo, bere qualcosa, parlare con lei, sorridere, telefonare a mio padre.
Ripulirmi il corpo e la mente dalla sporcizia della giornata.
Leggere.
Guardare fuori dalla finestra e salutare la vicina coi capelli rossi follemente innamorata e finalmente felice.




(una postilla: che bello parlare con una collega che per anni ha praticato l'atletica leggera. Io avrei potuto fare i 100 e i 200. Mia sorella faceva salto in lungo. Una delle persone piu' importanti della mia vita è stato il mio insegnante di educazione fisica in Collegio: Gianfausto Balatti. Un monumento, un eroe, un mito dell'atletica leggera. Che bello quando mi insegno' a saltare in alto e a lanciare il peso. Mi diceva sempre che avrei dovuto mettere tutto il mio dolore nell'attività fisica...solo a pensarci mi viene da piangere...)

sabato 18 marzo 2017

Brevissimo su "Andarsene" di Rodrigo Hasbún (SUR)


Lo so che è facile scoprire di cosa parli questo libro. Ma fate come me. Entrate in una biblioteca o in una libreria e prendetelo. Leggetelo e basta. Tutto il resto cercatelo dopo. Sono 120 pagine mirabili. Mirabolanti per stile. Si puo' scrivere un'opera che parte da fatti realmente accaduti in maniera impeccabile? Si. Questo libro lo sta a dimostrare.

Di medicina, vaccini, scienza, giornalisti

Non sono un fanatico della medicina e della scienza. Nutro numerosi dubbi, nel mio piccolo, su molti eccessi della ricerca, su alcune strade che la scienza intraprende, sul ruolo dei dottori, sulla medicalizzazione a tutti i costi, sull'abuso di farmaci, sull'uso degli antidepressivi, eccetera, eccetera. Ma io sono stato un bambino salvato dalla medicina e da alcuni farmaci specifici e di ultima generazione. Stessa cosa vale per mio padre che grazie alla tecnologia + medicina si è curato da un tumore benigno nel naso e negli zigomi e si è ricostruito praticamente tutta la bocca e il setto nasale. 

Scrivo queste parole perché nel 2017 non pensavo di tornare a parlare di morbillo.
Capito, morbillo!!!!
E invece ecco che si torna a parlare di vaccini.

Stamattina all'alba sfogliavo online La Provincia di Lecco e in prima pagina un titolo richiama l'aumento di casi di morbillo, adesso fra le mani ho Il Giornale che parla pure di lui di vaccini.

Una roba davvero incomprensibile per il sottoscritto.

A me basta solo ricordare che i Nativi Americani furono spazzati via dalle malattie portate dai bianchi. Morbillo, varicella, pertosse, orecchioni. Altro che Custer. Chiedetelo ai Mandan, agli Arikara, agli Osage. Nazioni gloriose, immortalate da George Catlin. In pochi anni furono spazzati via dalle malattie.

Ma si sa, ormai se ci si ferma a ragionare, a dubitare con serenità e apertura di testa, ci si ricorda che la scienza non è un opinione,  che la ricerca è una cosa importante si fa la figura dei fessi, dei servi delle multinazionali, stipendiati da qualche lobby farmaceutica o bancaria.

Per questa gente sono meglio i ciarlatani, Le Iene coi loro servizi sulle staminali, il blog dei cinquestellati, i complotti a non finire, eccetera, eccetera, eccetera.

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Trascrivo anche un articolo di Piero Sansonetti uscito oggi su Il Dubbio. Si parla di Ilaria Capua, Minzolini, giornalisti o pseudo giornalisti.

L’inarrestabile ascesa del giornalismo manigoldo

L’altro giorno a «Otto e mezzo», sulla “7”, la scienziata Ilaria Capua ha raccontato la sua allucinante vicenda giudiziaria che l’ha costretta a dimettersi dalla Camera dei deputati e le ha avvelenato alcuni anni di vita. La dottoressa Capua, che è considerata una dei più importanti virologi in campo internazionale, fu indagata prima segretamente, poi pubblicamente ( perché le carte furono passate all’Espresso che le pubblicò con enorme evidenza, presentandole con una copertina agghiacciante intitolata, senza tanti dubbi, “Trafficanti di Virus”) con l’accusa di avere venduto dei virus, diffuso alcune epidemie mortali, e dunque provocato delle stragi. Un po’ come successe, non so se ricordate, qualche secolo fa a Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, due cittadini milanesi che furono accusati di essere “untori”, cioè di avere diffuso il morbo della peste, e poi furono torturati, e infine squartati e uccisi. Certo che erano innocenti, ma la folla credette agli accusatori. Alla Capua è successo più o meno la stessa cosa, nonostante l’incredibilità dell’accusa. 
Grandi giornali hanno creduto ai magistrati, finché, per fortuna, qualche mese fa un Gip di Verona ebbe tra le mani il caso e si precipitò ad archiviare questa follia.
A «Otto e Mezzo» c’erano, insieme a Lilli Gruber, Paolo Mieli e Marco Travaglio. Mieli, sebbene non avesse mai scritto niente di male, ha chiesto scusa alla Capua per non essere intervenuto a suo tempo in sua difesa. Travaglio invece ha fatto la faccia offesa e ha detto – così, per dire, senza ragionare molto – che magari la colpa è dei politici e che i magistrati non c’entrano niente con questi errori. Si è rifiutato di chiedere scusa. Del resto il giorno dopo l’assoluzione della Capua, quest’estate, aveva scritto sul Fatto un articolo nel quale diceva che si, vabbé, era stata prosciolta per l’accusa di epidemia dolosa, o qualcosa del genere, ma non per l’associazione a delinquere, perché lì era intervenuta la prescrizione, e se la Capua fosse stata una persona seria avrebbe dovuto rinunciare alla prescrizione...
Non credo che ci sia bisogno di commentare. Tutt’al più si potrà fare notare che per fare una associazione a delinquere occorre almeno progettare un delitto, altrimenti l’associazione a delinquere diventa una bocciofila, non perseguibile penalmente. Ma queste sono solo sottigliezze da azzeccagarbugli...
Ieri invece non solo Il Fatto ma diversi altri giornali si sono scagliati contro il Senato che aveva salvato Minzolini ritenendo che nel processo contro di lui ci fosse quello che il latino si chiama “fumus persecutionis”, cioè sospetto di persecuzione giudiziaria. Perché il Senato ha avanzato questi dubbi sulla sentenza contro Minzolini? Perché a emettere la sentenza è stato un giudice che per 20 anni ha militato – in Parlamento e anche nel governo – nello schieramento opposto a quello di Minzolini. E poi è tornato a fare il giudice e a processare i suoi colleghiavversari.
Il Fatto ha praticamente ignorato questa motivazione, che non appare in nessun titolo, in nessun occhiello, in nessun sommario nelle pagine dedicate al caso. E ha pubblicato con grandissima evidenza, proprio come una lista di proscrizione, i nomi dei diciannove senatori del Pd che hanno votato a favore di Minzolini. L’altro ieri il direttore del “Fatto online” li aveva definiti dei “maiali”.
Non mi interessa adesso una riflessione sul livello infimo del linguaggio giornalistico. Piuttosto un’altra riflessione. Che riassumo in questa domanda: un giornalismo che in modo consapevole, coerente e continuativo non mira a informare ma a disinformare perché ciò è più utile alle sue campagne politiche, ha ancora qualcosa a che fare concon la libertà di informazione? Per me la risposta è no.
Poi c’è una seconda domanda, più difficile. È giusto garantire la libertà di “disinformazione”? Per me la risposta è sì. La libertà è unica, e se si vuole difendere la libertà di informazione bisogna pagare il prezzo di lasciare mano libera a tutte le forme di giornalismo, anche a quello manigoldo.
Però dovremo prendere atto che oggi, in Italia, il giornalismo manigoldo prevale. E ha quasi ucciso il giornalismo vero."

giovedì 16 marzo 2017

Leggere (Enrico Brizzi, Magda Szabo, Georges Simenon, Chris Bachelder, Gianpaolo Rugarli), Nick Raider, Albedo


Che poi, anche grazie a un commento di Massimo, è tornato fra le mie mani.
Céline è un amico, un maestro, una medicina, un torturatore, un esempio.

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Praticamente quando non lavoro, non cammino, non faccio qualcosa con la mia compagna, non sbrigo impegni, io leggo. Per ore e ore tutti i giorni. Romanzi, fumetti, giornali, articoli. Scrivo anche, ma con convinzione e dedicandomici completamente solo quando la mia mente si placa e non sto cosi' di merda che mi sembra del tutto inutile scrivere qualcosa o anche quando so di non avere impegni, di avere la giornata totalmente libera davanti a me e anche quella successiva.
E comunque, girovagando per un mercatino dell'usato ho preso alcuni libri anche oggi che si sommano alle pile gia' consistenti davanti a me:


(qui)


(qui)


(qui)

E questi invece li leggero' fra poco:


(qui)


(qui)

e fra i libri ho ritrovato anche alcuni numeri di Nick Raider e ne ho letto uno bellissimo e da veri brividi, con una una sceneggiatura magistrale:


......


Gli Albedo sono uno dei gruppi italiani piu' intensi in circolazione. Uno dei pochi che mi sanno leggere dentro. Nelle cuffie ho rimesso "A casa"

mercoledì 15 marzo 2017

Belpietro e il suo processo, Francesco Borgonovo, Bataclan



Mi prendo la briga di trascrivere l'intero articolo di Francesco Borgonovo uscito martedì 14 marzo 2017 su LaVerità. 

Un processo assurdo e vigliacco.

"Belpietro a processo per un titolo. Ormai è vietato parlare dell'islam.
Iniziato a Milano il procedimento contro il nostro direttore per la prima pagina sulla strage del Bataclan. In aula associazioni musulmane, che lamentano l'odio contro di loro. E delle vittime nessuno s'interessa più

Ed ecco che, come per magia, l'immane questione si riduce a un titolo di giornale. Anzi: il problema è proprio il titolo di un giornale, solo quello. Tutto il resto – il sangue, i morti, il dolore, le vite innocenti masticate con ferocia – passa in secondo piano. Al centro della scena, nel cono di luce del riflettore, le vittime reale sono sostituite da vittime presunte.
Non si tratta più di compiangere i ragazzi e le ragazze che il 13 novembre del 2015 sono rimasti inerti sul pavimento del Bataclan, un locale parigino trasformato per una notte nella succursale di un macello. No, non si parla più di quei corpi riversi a terra, che avevano solo il calore del sangue versato ad allontanare il gelo della morte. Grazie a un astuto gioco di prestigio mediatico, ora l'attenzione è concentrata sui musulmani: sarebbero loro le vere vittime di violenza. Una violenza inferta non da un commando jihadista armato di mitragliatori e intenzionato a impilare cadaveri, bensì dalla prima pagina di un quotidiano che commentava la strage di Parigi, l'ennesima compiuta in nome di Allah.
Ieri, a Milano, è iniziato il processo che vede imputato Maurizio Belpietro, direttore del giornale che tenete fra le mani, per “offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone”. L'arma del delitto è il titolo di prima pagina di Libero (allora diretto da Belpietro) del 14 novembre 2015, quello dedicato alla carneficina del Bataclan: “Bastardi islamici”. Se c'erano persone vilipese, dunque, si tratta dei jihadisti autori della mattanza, a cui era rivolto l'attacco a mezzo stampa. Erano loro, i bastardi. Assassini spietati che avevano una caratteristica: quella di essere islamici.
“Bastardi islamici”, quindi. Così come esistono “bastardi cristiani” (anche queste parole furono pubblicate su Libero sotto forma di titolo) e bastardi di qualunque altra confessione religiosa. E che quelli di Parigi fossero dei bastardi, non ci sono dubbi: basta avere il fegato di guardare ancora una volta le immagini scattate dopo l'assalto, le foto delle pareti sporche di dsangue e dei corpi pallidi sparsi sulla pista da ballo. Difficile negare anche che i terroristi fossero musulmani: non solo gridavano “Allah Akbar”, ma hanno pure diffuso video e messaggi in cui illustravano la motivazioni della loro azione, cioè la guerra all'Europa crociata.
Ma, appunto, non è più del Bataclan, della jihad o dello Stato islamico che si discute. Questi sono argomenti che vanno lasciati da parte.
In tribunale a Milano si parla di altre offese: quelle da cui si ritengono colpiti alcuni musulmani italiani. I quali hanno ritenuto di presentarsi in aula onde manifestare il proprio sdegno. Erano in parecchi: esponenti del Coordinamento associazioni islamiche di Milano e Monza (il Caim), rappresentanti della comunità islamica di Bologna, altri fedeli giunti – pare – in autonomia. Tutti riuniti per esprimere riprovazione verso un titolo di giornale e verso il giornalista che ha firmato l'articolo sottostante, cioè il medesimo Belpietro. Il quale avrebbe insultato “pubblicamente la religione islamica”, e lo avrebbe fatto perché mosso da finalità di odio razziale.
“Il titolo ci offende e ci disgusta e incita all'odio religioso”, ha dichiarato il presidente del Caim, Omar Jibril. “Qualora dovessimo ottenere un risarcimento”, ha aggiunto poi, “destineremo quei fondi per promuovere iniziative volte al dialogo interreligioso e contro l'islamofobia”.
È ammirevole questa partecipazione così entusiasta da parte della comunità islamica italiana. In altre occasioni, purtroppo, si è rivelata un pochino meno motivata. Per esempio quando si è trattato di scendere in piazza contro il terrorismo. Pochi giorni dopo la mattanza del Bataclan (e l'uscita del titolo incriminato) a Milano e Roma furono organizzate dalle associazioni musulmane due manifestazioni parallele. Erano presenti poche decine di persone, e i leader islamici che presero la parola si occuparono per lo più dei diritti negati ai loro fratelli e delle difficoltà incontrate nella costruzione di nuove moschee. Insomma, la condanna del terrorismo jihadista fu liquidata piuttosto velocemente, come si fa con le formalità.
Stupisce, dunque, l'attuale foga. Sorprende l'ardente desiderio di trascinare nell'agone mediatico la vicenda che riguarda Belpietro. La prossima udienza del procedimento è fissata per il 15 maggio, e il giudice ha respinto la richiesta di far entrare in aula le telecamere. È evidente, tuttavia, come le associazioni islamiche e i loro rappresentati legali stiano cercando di trasformare la storia di “Bastardi islamici” in un caso emblematico. L'idea è quella di mostrare quanto siano discriminati i fedeli musulmani dalle nostre parti. Denigrati e vilipesi. Sono loro, le vittime. Non i ragazzi ammazzati al Bataclan come la povera Valeria Solesin. Non giovani donne come Fabrizia Di lorenzo, falciata a Berlino dal jihadista Anis Amri, successivamente fermato da due agenti di polizia a Sesto San Giovanni, a pochi chilometri da Milano.
Capite bene che in questo modo si sposta l'attenzione, si ribalta la prospettiva. Non si riflette più sulla spietatezza dei terroristi e sulle ragioni del loro odio. Si discute soltanto del vilipendio a cui sarebbero sottoposti gli islamici in Italia e europa.
Finché si resta sul sentiero del politicamente corretto, finché si sostiene che “l'islam è una religioen di pace”, non ci sono problemi. Ma se appena qualcuno utilizza termini diversi e toni più forti (magari motivati da eventi dolorosi come una strage), ecco che scatta l'accusa di razzismo, di odio antislamico, di islamofobia. Se qualche esponente musulmano , sui social network, scrive che la poligamia è sacrosanta, tutto bene. Se qualcuno dà del bastardo a un terrorista assassino (e non certo a tutti i musulmani), allora merita di finire a processo, di venire multato o comunque di venire ridotto al silenzio.
Quando si occupano di islam, i giornalisti, gli scrittori, i vignettisti, gli autori televisivi devono fare attenzione, misurare col bilancino le parole. Altrimenti rischiano l'accusa inappellabile: “Razzisti, islamofobi, odiatori”. E mentre le vittime presunte pretendono risarcimento, le vittime vere giacciono ancora lì, nel cono d'ombra. Freddo come il pavimento del Bataclan."