sabato 4 febbraio 2017

Stessa pubblicità, Roma/Carlomanno Adinolfi, Gazebo Penguins, Bukowski

- Ieri compro Il Manifesto e Libero, il resto dei giornali era finito. Quasi 7 franchi (6 euro e cinquanta) in due. Letture insulse che mi sono fatto seduto sul cesso. Vergognandomi dei soldi spesi. Tutti e due accomunati dalla sponsorizzazione dell'Eni. Su Libero c'era un articolo leccapiedi sulla Meloni. Sul giornale pseudocomunista inchiostro speso per il futuro della presunta sinistra italiana che meriterebbe solo un bel falo' della Giubiana e tanti fuochi d'artificio per la sua scomparsa. Un complottista ci costruirebbe attorno saghe letterarie sull'Eni & Co. A me basta la benna del riciclo carta dove gettare tutta sta merda.

- Amo Roma. Su quello che sta accadendo non apro bocca. Mi fanno pena i giornalisti, gli scooppettari di turnoespresso, i difensori cinquestronzi, gli accusatori da salotto televisivo. Ma soprattutto mi fanno schifo gli elettori della Raggi e di quel movimento e i loro ideologi, compari, pubblicitari strafattiquotidiani. Preferisco immaginare la Roma imperiale o quantomeno ammirare i resti di quel mondo lontano. Prossimamente dovrebbe uscire una mia recensione del romanzo "Il Sole dell'Impero" di Carlomanno Adinolfi, che senza quella Roma non sarebbe nulla. E comunque a me fa impazzire la copertina di questo romanzo.



- Sorpreso dal nuovo singolo dei Gazebo Penguins. Ma lacrimoni totali.




"Il ROTC mi teneva lontano dagli sport, mentre gli altri ragazzi si allenavano tutti i giorni. Entravano nelle squadre della scuola si guadagnavano le iniziali sulla giacca e si beccavano le ragazze. Passavo quasi tutte le mie giornate marciando sotto il sole. L'unica cosa che riuscivo a vedere era la schiena di quello davanti, le orecchie e le chiappe. Mi disamorai in fretta delle manovre militari. Gli altri si lucidavano le scarpe scintillanti e sembrava godessero durante le manovre. Per me era tutto senso. Semplicemente venivano forgiati in modo da fargli saltare le palle piu' tardi nella vita. D'altro canto non riuscivo neanche a immaginarmi accovacciato con in testa un elmetto da football, le spalle imbottite, con al divisa blu e bianca col numero 69, mentre cercavo di placcare un bastardo figlio di puttana di un altro quartiere, o cercavo di eliminare un bruto con l'alito puzzolente di taco per permettere al figlio del procuratore distrettuale di avanzare per sei iarde deviando obliquamente il placcaggio. Il problema era che bisognava scegliere continuamente tra il male e il peggio, e qualsiasi cosa si scegliesse, alla fine si portavano via a poco a poco parti di te, finché non rimaneva piu' niente. All'età di venticinque anni eravamo quasi tutti finiti. Un'intera fottuta nazione di stronzi che guidavano automobili, che mangiavano, facevano figli, facevano tutto nel modo peggiore possibile, come votare per il candidato presidenziale che assomigliava piu' a loro. 
Non avevo interessi. Non m'importava di niente. Non avevo idea di come sarei riuscito a cavarmela. Almeno agli altri la vita piaceva. Sembrava capissero qualcosa che io non afferravo. Forse avevo qualche tara. Era possibile. Spesso mi sentivo inferiore. Volevo solo andarmene via da loro. Ma non c'era nessun posto dove andare. Suicidio? Cristo Santo, solo altro lavoro extra. Avevo voglia di dormire per cinque anni di fila, ma non me l'avrebbero permesso." ("Panino al prosciutto, pp. 202-203, Tea, traduzione di Simona Viciani)

2 commenti:

  1. Mi sono annotato anche questo libro...mi ci vorrà un'altra vita per riuscir a legger tutto

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    1. non basta una vita per leggere tutto quello che si vuole.
      ma à giusto anche cosi'.

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