sabato 14 gennaio 2017

Leggendo "Elogio dell'Occidente" di Franco La Cecla (eléuthera)



Non tutto mi ha convinto del libro di Franco La Cecla “Elogio dell'Occidente” (eléuthera) ma sono sempre felice quando una lettura me ne suggerisce un'altra e mi fa sognare paesi lontani che probabilmente non vedrò mai:



“A Mestia, le montagne del Caucaso, al confine con la Russia, parlo con una giovane scrittrice georgiana di etnia isvana: Ruska Jorjoliani. Vive in Italia da dieci anni, ha pubblicato un bel “romanzo russo” per un editore siciliano “La tua presenza é come una città”, che è un verso di Pasternak. Le chiedo come mai ha scritto un libro che parla di un villaggio in Russia, una storia di due amici investiti dalle purghe staliniane e dei loro figli fino all'età della nomenklatura brezneviana. Mi dice che suo nonno era stalinista (infatti l'atroce dittatore era nato a Gori, in Georgia, paese che ha sempre odiato), suo padre ferocemente anti-russo, e lei non sa cosa è, ma scrivere le serve per cercare di capire. D'altro canto la letteratura, la poesia, il cinema georgiani sono parte integranti della grande cultura russa, alla cui tradizione romantica e post-romantica si rifanno grandi registi come Sergej Paradzanov e Otar Iosseliani, con un linguaggio epico che è radicato nel Caucaso, ma che si esprime con i moduli di un post-realismo epico che rimanda a Sergej Ejzenstejn e più recentemente a Andrej Tarkovskij. La Russia è presente con la sua spiritualità ortodossa, ma anche con la fantasia, la serietà e l'umorismo che nella cultura russa non si  mai identificati con una morale bacchettona e ottusa. 
[...]
Oggi si è tentati di semplificare tutto, ma il Caucaso é stato un mosaico di resistenze finite nel sangue e da piegare militarmente proprio perché non accettavano una definizione unica. Forse l'altro elemento unificante, che attribuisce la Georgia definitivamente all'Europa, è il culto del vino, i 565 vigneti autoctoni, il modo di bere il vino durante i simposi, i supra, l'idea sacrale della bevanda come attestano le edicole votive lungo i precipizi delle strade che portano al Caucaso, dove vengono lasciate come offerte non solo candele ma anche bottiglie di chacha, la grappa locale, o il vino di “prima spremitura”. La croce che qui la gente porta al collo è un tralcio di vite da cui pende un grappolo d'uva. Si dice che Santa Nino, che evangelizzò la Georgia, portasse una pesante croce attaccata alla propria treccia. Quando la treccia e la croce non ressero più, le sostituì con un ramo di vite a forma di freccia. E ancor oggi il vino è una bevanda che simboleggia l'appartenenza culturale, religiosa, il culto degli dèi del luogo, il Sole, la Dea della Caccia, i Santi, i Defunti e i Presenti. E che segna un confine: qui il vino è la sottolineatura di un alimentarsi a una fonte comune che lega tutto l'Occidente di matrice greca – anche qui, dove è nata la storia di Medea – e di costellazione cristiana. (pp. 80-83)

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