martedì 17 ottobre 2017

Privato, letteratura italiana (Giorgio Falco, Giuseppe Genna, Matteo Trevisani), trovato in edicola, Chris Offutt ,

-Davanti al cinema ci sono alcuni parcheggi con strisce gialle. Alcuni sono per i disabili, altri sono privati e riservati al personale del cinema. Quotidianamente mi accade di litigare con qualcuno che occupa questi posti senza permesso e senza nemmeno chiederlo. 
Domenica arrivano due Maserati e parcheggiano davanti ai miei occhi nei parcheggi riservati al personale. Scendono 8 ragazze e due personal coacher. Vicino c'è lo stadio e la zona del cinema è un luogo di partenza/ritrovo di sportivi. Li invito gentilmente a spostare la macchina nel retrostante parcheggio comunale che costa di domenica 50 centesimi l'ora. Le donne mi sorridono strafottenti mentre i due uomini mi rispondono di farmi i cazzi miei. Mentre sto litigando con loro arriva una familiare che si piazza nel posto dei disabili. Ne scendono 4 bambini e un padre diretti al campo di calcio. 
Sfinito, lascio che sia una mia collega a sbrogliare la situazione.
Lunedi' mattina la scena si ripresenta, con altri interpreti.
Questa volta, una ragazza disabile, trovando i parcheggi occupati, ha risolto la situazione chiamando la Polizia.
Tranquilli quando pensate al malcostume italiano, queste cose accadono quotidianamente anche in Svizzera.

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Un po' di letteratura italiana sulla scrivania:


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sabato 14 ottobre 2017

Sulla legge elettorale, Personal Shopper, Kristen Stewart, Chiara Barzini, i gruppi whatsapp

In questi giorni ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con mio padre sulla legge elettorale. Lui è un fedele lettore di Repubblica, l'Espresso, socialista, oggi piddino e sostenitore sostanzialmente di due opzioni:
1) due/tre grandi partiti di riferimento (lui preferisce lo scontro Democratici-Repubblicani alla statunitense)
2) un maggioritario con soglia di sbarramento al 5%.
Ha sempre avuto un certo rigetto per i partitini.
Lui mi punzecchia sempre su questi argomenti ben sapendo che non voto e l'ultima volta gli ho ribadito che pur fregandomene altamente, se io mi occupassi di democrazia mi andrebbe bene il sistema proporzionale. Credo che per quelli che continuano a riempirsi la bocca di democrazia dovrebbero guardare al sistema elettorale del Canton Ticino: ripartizione dei seggi col sistema proporzionale con una robusta iniezione di referendum che è poi uno dei pilastri della Confederazione. In Canton Ticino e in generale in Svizzera accade pero' che in seguito alle elezioni si possono andare a formare governi con piu' partiti. L'attuale ticinese è composto da 4 partiti: Lega dei Ticinesi, Plr, PPD e badate bene, il Partito Socialista che è molto piu' a sinistra del PD.

E arrivo al nocciolo del discorso: molto spesso parlando con i sostenitori del proporzionale mi sono trovato a incontrare dei Maggioritari in fieri, dei puristi assoluti che mai un'alleanza con quello che mi siede vicino, che a parole parlano di democrazia ma poi hanno in mente i soviet o il manganello, dei tipi alla "Quando avremo la maggioranza comanderemo noi e ve la faremo vedere", "Vogliamo il 51% per ribaltare il Paese" e via dicendo, quando invece il proporzionale è proprio quel sistema che spinge al confronto, alle convergenze, a trasformare le proprie battaglie di minoranza/maggioranza (come fece il Partito Radicale) in battaglie politiche che coinvolgono il resto del Parlamento/Paese e allora allora che dire?

- "Ma dopo tutti questi inutili discorsi non vi è venuta voglia di farvi qualcosa di forte, di comprare una cassa di birre e berle una alla volta sul balcone, mettervi a correre, nuotare, pescare, rubare, leggere, ascoltare a tutto volume il nuovo disco che avete comprato, scopare, scoreggiare, camminare fino a Belgrado e tuffarvi alla congiunzione fra Danubio e Sava, masturbarvi, farvi un bagno caldo, provarci con un ragazzo, offrire un gelato a una sconosciuta?
Ecco, tanto per dire quante cose migliori ci sono da fare che stare a preoccuparsi di queste cazzate e del consueto ritorno del fascismo."

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Ho rivisto questo capolavoro ieri sera e l'ho ritrovato entusiasmante e commovente. Per me è uno dei film piu' belli in circolazione sulla contemporaneità, sulla ricerca dell'io e la solitudine.
E Kristen Stewart è bellissima:



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Mia sorella e mia madre sono sempre state delle estimatrici di Benedetta Barzini. Adesso sulla scrivania è arrivato (non so dirvi se gradito o no) il romanzo di Chiara Barzini "Terremoto" (Mondadori)

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Spopolano i gruppi.
Io sono inserito, come tutti i miei colleghi, nel gruppo del cinema.
Già mi sta sul cazzo vedermi invadere da messaggi su questo o quell'altro da fare, migliorare, disposizioni, eventi con risposte annesse ma è ancora piu' odioso e da farmi salire la merda in bocca quando i colleghi si mettono a usare il gruppo dei colleghi esattamente come se fosse il loro Facebook e allora foto delle loro gite, il cibo, la fidanzata, battute, filmati e tutto il resto che uno si puo' immaginare.
Perché bisogna ridere, condividere, diventare un gruppo.....
Che voglia di prendere un Ak-47.....

giovedì 12 ottobre 2017

Posta - Disco dell'anno in assoluto - Chabon

Sono uscito di casa solo per andare a spedire delle buste, pagare alcune cose e bere un caffè.
La barista era la sosia di Corin Tucker delle Sleater Kinney.
Glielo avrei anche detto se fossi stato di un umore migliore.
Sto trascorrendo il tempo che mi resta di questo giorno di riposo ad aspettare il ritorno al lavoro, nutrire il mio narcisismo, rovinarmi il fegato, leggere, perdere tempo.

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Mi ha travolto e lo sto ascoltando e leggendo tantissimo.
Pieno di rimandi, tutto quello che si vuole, ma è come quando sei nel buio e hai una paura terribile e arriva una mano che afferra la tua e ti fa sentire meno solo in mezzo alla catastrofe.

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L'ultimo romanzo di Michael Chabon è dolorosamente bellissimo.
Mi sono bastate le pagine dedicate alla nonna per farmi innamorare.
Ed è bello seguire uno scrittore romanzo dopo romanzo.
Seguirne i movimenti, le trasformazioni, le cadute, le fiammate.

mercoledì 11 ottobre 2017

Sorella




Parlare con mia sorella, avere uno scambio con lei, condividere qualcosa con lei mi è praticamente impossibile.
Anche ora che avremmo invece bisogno di scambiare due chiacchiere, qualche opinione su alcune scelte che ci interessano e che nei prossimi mesi ci costringeranno a prendere alcune decisioni.
Anche quando mia madre stava morendo.
Ci provo e ci ho sempre provato.
Questo vale anche lei, lo so, ne sono consapevole.
È una donna intelligente e brillante e con una cultura spaventosa.
Sensibile.
Lo so.
Ma io e lei condividiamo tentativi che creano solo altro dolore, altre incomprensioni, altre ferite, altro rancore, altre parole sprecate.
Tanti sbuffi, bicchieri di vino, birre, farmaci, incensi, libri.
Condividiamo lo stesso sangue.
E per me questo schifoso e putrido sangue ha ancora un suo significato anche se poi ogni sangue è sempre sangue infettato dal materialismo dei nostri pensieri.
Siamo troppo diversi e viviamo in mondi distanti galassie.
A lei faccio schifo anche proprio esteticamente, per come mi vesto, per come parlo, per le mie idee.
E non ci vedo niente di male nel fatto che lei mi disprezzi.
È giusto che mi disprezzi se le faccio schifo.
Il disprezzo è una sacrosanta forma di relazione.
Non crediamo nei gruppi di recupero anche se li conosciamo, nella retorica della scoperta di nuove strade per stringere relazioni, contatti.
Poi un giorno ci aggrapperemo a uno scenografico e melodrammatico amore quando verremo chiamati a recitare la parte del fratello e della sorella, del figlio e della figlia.
Ricostituiremo il nido familiare davanti alla dissoluzione di qualunque passato e futuro immaginabili.
Una volta, quando avevo 25, 26 anni mia madre mi disse: "Dovresti andartene lontano, scomparire, ripartire da zero, non tornare mai piu'. Se tu lo facessi io ci starei malissimo, ne morirei, ma so che per te sarebbe finalmente una liberazione."
Mia madre è morta.
Da questo autunno mascherato da primavera mi sento preso per il culo.
Un caro ragazzo che conosco sta morendo in un hospice.
E io che vivo nella solita ipocrisia che mi consuma lentamente.
E domani, che non lavoro, mi dovro' inventare un'altra scusa per alzarmi dal letto.
Ma domani è uno di quei giorni che restero' a letto e non faro' nulla.
Mi dicono che fuori c'è un mondo intero di corsi, svolte, appagamento, sollevazioni, opportunità lavorative, possibilità di redenzione, strade, vie, vicoli, cessi.
Lo dicono.


martedì 10 ottobre 2017

Fuori




Fra qualche giorno tornerò ad ospitare sul blog l'amica Silvia Valerio con un'intervista frizzante e spero interessante. Si parlerà di vari argomenti, nuove uscite, anche molto leggeri.


(Alla stessa Silvia ho detto che l'ambientazione ferroviaria ricorda quella di Blade Runner e a proposito dell'ultimo "2049" di Villeneuve ho letto e ascoltato pareri discordanti. Personalmente ho visto molti spezzoni del film in 4dx con gli occhialini da 3d ed é difficile per me al momento esprimere un qualsiasi tipo di giudizio ed è anche un, ormai lunghissimo, periodo che non mi va di sedermi in sala. So solo che Ana de Armas è bellissima.)

Due film:



"Transamerica" di Duncan Tucker mi ha fatto ricordare quel trans che ci provò con me a Milano. Avendo fallito l'approccio per una possibile scopata, rimanemmo a parlare per ore. 
La feci sorridere quando le dissi che aveva le caviglie veramente strettissime. 
Al mattino ero cosi' ubriaco che ci volle mezza giornata per ricordarmi dove avessi parcheggiato l'auto.


Un film modesto ma che mi ha emozionato moltissimo.

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Sono pochissime le cose che mi rendono felice.
Cose come il ritorno di un romanzo straordinario come "Last Exit to Brooklyn"


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Quasi tutti giorni, all'alba, quando vado al lavoro, incontro un anziano.
Ci salutiamo e ci sorridiamo.
Ieri pomeriggio ci siamo visti fuori dall'ufficio stranieri.
-Dove lavora lei?
-Al cinema.
-Ci vediamo tutti i giorni.
-Sì.
-Fa bene camminare.
-Io e mia moglie ci alzavamo presto la mattina e camminavamo fino al cinema poi tornavamo indietro, bevevamo un caffé, entravamo nel cimitero e poi andavamo fino al lago. Da quando è morta tutte le mattina mi alzo e ripeto lo stesso giro. Ma adesso non vado al lago, entro nel cimitero e ci parlo, gli racconto tutto.
-Fa bene.
-Buona giornata.
-Buona giornata a lei.
Ho pensato a mio padre.
Poi sono tornato a casa.
Ho bevuto tre birre e l'ho chiamato.
L'ho lasciato parlare, ho riattaccato e mi sono seduto sul divano a luci spente.
La gente come mio padre mi mette sempre addosso la voglia di uccidere anche il primo che passa per strada.

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sabato 7 ottobre 2017

"L'estate che sciolse ogni cosa" di Tiffany McDaniel (Atlantide)


"L'estate che sciolse ogni cosa" dell'esordiente Tiffany McDaniel (Atlantide, traduzione di Lucia Olivieri) è uno splendido e commovente romanzo gotico e di formazione in cui s'intrecciano l'arrivo del Diavolo, il lacerante conflitto fra Bene/Male e Luce/Ombra e Inferno/Paradiso, "Il buio oltre la siepe", la vita di provincia, i sottili meccanismi della vita familiare, la Bibbia, un'estate afosa, il razzismo, Milton e il suo "Il Paradiso Perduto", l'omofobia, la solitudine, la poesia e molto altro. 
Uno di quei romanzi che vi farà sentire pieni di dolore.
Perché esiste quel tipo di dolore che sta nella vita e che io conosco bene, che non ha nulla a che vedere con i piccoli inciampi della vita/un lavoro perso/un brutto voto/pochi soldi/ e che so che scomparirà solo con la mia morte.

(e comunque se non lavoro, io passo il tempo esclusivamente a leggere)

Un estratto:

"Gli ho raccontato la storia di Century"
Chiusi gli occhi. "Okay, racconta, allora".
"Lo chiamavano tutti Cen. Aveva una vigna, e un inverno trovò un grappolo d'uva, cresciuto fuori stagione. 
Mangiò quell'uva e la gente disse che fu la ragione della sua malattia. Era contro natura mangiare un grappolo d'uva fuori stagione. Contro i dettami di Dio. Avevano dimenticato che Dio è colui che permette ogni cosa e un grappolo d'uva può crescere fuori stagione soltanto con il Suo permesso.
Per ignoranza e per paura, la gente lo scacciò, costringendolo a rifugiarsi nel bosco, dove Cen cominciò a vivere in solitudine, addolorato di non essere accettato da nessuno a causa della sua malattia.
Un giorno ogni luce scomparve. Il sole non is levò più. Non fu possibile accendere le torte. Gli stoppini delle candele non prendevano fuoco. Dio voleva che comprendessero cos'avevano fatto scacciando Cen, e li lasciò al buio.
Dopo settimane di notte perpetua, un chiarore comparve d'improvviso nel bosco. Tutti, disperati dopo tanto buio, corsero verso quella luce e rimasero sconcertati di trovarsi davanti Cen. Erano così sicuri di essere nel giusto quando lo avevano giudicato un uomo malvagio. Perversi i suoi desideri. Eppure, in quelle tenebre, l'unica luce permessa da Dio era quella di Cen.
La luce proveniva dal suo sangue. Si era tagliato un dito per errore e il sangue che si riversava dalla ferita scintillava luminoso. Ecco il risultato di aver gustato quell'uva. La luce era il dono offerto all'uomo che non aveva osato mettere in questione il proprio appetito per un frutto fuori stagione.
La gente cadde in ginocchio, pentita, davanti alla luce. Dichiararono di avere commesso un errore a scacciarlo. Erano stati folli, dissero. "Ci potrai mai perdonare?", implorarono.
Un altro li avrebbe scacciati, ma Cen era un grand'uomo e permise a quella gente di godere della luce del suo sangue. Anzi, avrebbe permesso loro di goderne per sempre se il dito non avesse smesso di sanguinare e la luce non si fosse spenta. 
"È di nuovo così buio!", esclamarono. "Come potremo fare ritorno a casa?".
"Vi aiuterò io", disse Cen.
Lui estrasse il temperino e si incise il braccio e la luce li condusse attraverso il bosco fino alle loro case. C'erano così tante persone da accompagnare a casa che Cen continuò a tagliarsi in modo che potesse sgorgare abbastanza luce per tutti.
Dopo averli accompagnati a casa, fu costretto a sedersi. Era troppo debole per proseguire. Aveva versato troppo sangue, non gliene restava neanche più una goccia per sé. Morì solo, nell'oscurità.
Il mattino seguente il sole tornò a levarsi e tutti poterono vedere il corpo senza vita di Cen, riverso, a terra. Qualcuno disse che si era ucciso, procurandosi quelle ferite nel braccio, e in effetti così era stato. Ma si era ucciso per uno scopo. Ecco la storia che ho raccontato a Grand.
Immagino che quel taglio nel braccio fosse il suo modo di accompagnare a casa qualcuno. Forse se stesso. Come puoi odiarlo, Fielding, se Grand è voluto tornare a casa?".

venerdì 6 ottobre 2017

Il nostro grande pollice grigio, Cavalieri, David Means, Lisa Germano, Riccardo Bacchelli, Anna K. Valerio ricorda Cappello


Io e mia madre eravamo accomunati da quello che lei chiamava, alla maniera dei Peanuts, "Il Nostro Grande Pollice Grigio". In pratica, pur amando tantissimo fiori e piante, non abbiamo mai avuto tanta fortuna in questo campo. Mia madre si innamorava sempre quando scendeva dal Passo del San Gottardo e arrivando a Andermatt trovava tutti i campi fioriti e mi diceva per telefono "Quei fiori Andrea...se potessi portarmeli tutti a casa o avere i prati così in paese....".
Quando comprava una pianta o gliene regalavano mi divertivo a scommettere con lei sulla durata di vita. Non ci azzeccavo mai ma morivano sempre. Tranne un Ibiscus dai fiori rossissimi che però era di sua madre (mia nonna l'aveva comprato poco prima di morire) e che le fu rubato anni dopo quando stavamo pensando di piantarlo nel giardino dei palazzi. Sì, le fu rubato da una donna che viveva a duecento metri da noi. Tra l'altro a farla sentire Una Fottutissima Grande Pollice Grigia c'era sua suocera che puntualmente in sua presenza si vantava del suo giardino (bellissimo) dove risplendevano le ortensie, le rose, i tulipani e ogni altro genere di pianta e fiore immaginabile. 
Mia madre adorava le rose bianche.
Vorrei che mia madre fosse qui ora per farle vedere la nostra rigogliosa Beaucarnea che sta con noi da due anni e l'ultimo arrivato, l'Avocado, che siamo riusciti a far germogliare e adesso vedremo cosa succederà.
Ma lei è morta e quando guardo queste due piantine mi sento ancora piu' solo.


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Se amo Rodi/isola di Rodi è anche per la Via dei Cavalieri nella città vecchia di Rodi. Ci eravamo stati a Rodi a fine stagione turistica anche se il mare era ancora caldissimo e il sole mi asciugava il dolore. Quel giorno, forse per uno strano incanto, la città vecchia era quasi vuota e le comitive, gli altri turisti ci stavano anticipando, ci precedevano, ci evitavamo, non lo so ma ci trovammo a percorrere la Via quasi in perfetta solitudine e posso dirmi di essermi emozionato e commosso.
Mi sentii vivo.
Finalmente a casa.
Quella vacanza fu bellissima, fra spiagge, camminate, luoghi appartati, ristoranti improvvisati capaci di sorprendermi con piatti incredibili.
E quel greco che mi disse "Tu e Eva siete albanesi?"

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David Means è uno straordinario scrittore di cui si parla forse troppo poco. Fra poco uscirà questo.

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Su Barbadillo un bel ricordo di Pierluigi Cappello scritto da Anna K. Valerio: "Il dolore perfetto di Pierluigi Cappello, poeta"

martedì 3 ottobre 2017

Pensieri antimoderni, riforme franceschiniane, Furore/Baricco, Marta Fana



È sempre un'emozione rileggere questo libro e pensare alla cara amica Silvia.

Oggi l'ho riaperto a pagina 51 e ho ritrovato questa sottolineatura:

"Ragione, Progresso, Giustizia: le tre virtù teologali dello sciocco"

e poi a pagina 39:

"La democrazia affida il potere solo a chi le renda l'omaggio di sacrificarle la coscienza e il gusto"

"La democrazia tollera due soli partiti: il portavoce delle idee stupide e il protettore delle brame sordide"

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- Quando ho letto della surreale riforma di Franceschini sui film/prodotti italiani in tv ho avuto i brividi e nella mia mente si è formato una specie di incubo composto da Don Matteo/Montalbano/Concita De Gregorio/Nanni Moretti/Margherita Buy/Gianfranco Rosi/Sergio Castellitto/Saviano/intellighenzia da salotto/Corrado Augias/Placido/sovvenzioni statali e molto molto altro. La Ridicola Difesa della Razza Cinematografica Italiana. Ovviamente di qualità.

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Devo sicuramente a Baricco la scoperta de "Il canto della neve silenziosa" anche se quando ho provato a riguardare il programma mi sono addormentato nell'esatto punto in cui mi ero addormentato allora, cioè dopo dieci minuti. Ieri sera ho provato a dare un'occhiata al programma di Baricco su "Furore" e la prima cosa che ho pensato è che se non avessi già letto e amato questo splendido romanzo probabilmente dopo aver ascoltato il professor Baricco non mi sarebbe mai venuto in mente di leggerlo. Quel poco che ho visto ieri sera è proprio il modo per affondare un capolavoro a colpi di retorica e atmosfere tediose chic. Il mio consiglio è quello di leggere il romanzo o se non volete leggere di guardare il film che ha girato John Ford. Poi vabbé puo' sempre accadere che qualcun altro dopo dieci minuti si addormenta, va in libreria/biblioteca e legge Furore. E lo spero.

Probabilmente col decreto Franceschini questo genere di cagate intellettuali si diffonderà come il crack per le strade del Bronx.
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Quando una litiga con Farinetti non può che starmi simpatica. Sono molto curioso di leggere questo libro. Sono uno di quei lavoratori di quel genere li'. A ore, con una malattia che mi viene calcolata solo nei giorni che sono inserito nel programma settimanale. Con disponibilità spalmata. Con vacanze praticamente non pagate. Eccetera eccetera. E vivo in un Paese dove è facilissimo con questo genere di contratti/flessibilità/ricatti/sfruttamento tenere la disoccupazione a livelli microscopici.

domenica 1 ottobre 2017

Autunno

Sono tantissimi i giorni in cui torno dal lavoro o semplicemente mi sveglio e mi sento la testa vuota, il corpo stravolto, la mente arida, il respiro assente.
La noia per il cibo.
La tv.
Le notizie.
I parenti.
Il gossip rilanciato dai colleghi/colleghe.
E il peso di tutti questi anni vissuti senza un perché che mi comprime il cuore, i pensieri.
Oggi è stato uno di questi giorni.
Sono stato a mollo nella vasca per un'ora senza nemmeno accorgermi.
Domani ne arriverà un altro di questi giorni.
Due pagine scritte controvoglia, le birre tedesche a 7 gradi, le lacrime, un crampo alla gamba sinistra che ancora mi perseguita.
Tante lacrime, a guardare fuori dalla finestra.
E la voglia di gettarmi di sotto e farla finita.
La paura di non riuscirci e finire un vegetale in balia della medicina e della pietà mi blocca sempre.
La mia vigliaccheria.
Sono tanto stanco.
E fuori l'autunno.
Questa orribile stagione.
Ho sognato Rodi.
Le spiagge.
Il caldo.
Il mare.
Un balcone che mi restituisca l'accecamento delle onde.




sabato 30 settembre 2017

Altro romanzo deludente, due libri che leggerò, Saul Bellow


Sul sito Einaudi a proposito di "Paradise Sky" di Joe R. Lansdale (Einaudi, traduzione di Luca Briasco) si legge "Scatenato, brillante e violento, Paradise Sky è il capolavoro western di Joe Lansdale" ma io l'ho trovato noioso, violento ma patinato, prevedibile, mai appassionante o divertente. Il western mi piace in tutte le sue forme, di Lansdale ho letto bellissimi romanzi ma questo, da cui mi attendevo grandi cose, non mi ha fatto mai sentire le atmosfere delle praterie, il dramma della schiavitu', il fascino delle sparatorie, il sottile legame fra storia e leggenda, fra dime-novel e vita reale, con un personaggio che non buca mai la pagina. A tutti gli amanti del western consiglio di leggere sempre il capolavoro assoluto "Meridiano di sangue" di Cormac McCarthy, i racconti/romanzi di Elmore Leonard e di Guthrie e quell'altro capolavoro di McMurtry, "Lonesome Dove" che fra non molto tornerà sugli scaffali sempre grazie a Einaudi.

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Due libri che leggero' di una neonata casa editrice:


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venerdì 29 settembre 2017

In breve su "Soggiorno", Mdp/Grasso, TWIABP&IANLATD



Letto in poco meno di un giorno e mezzo e salvo le pagine iniziali, quelle ambientate in Colorado, non mi ha convinto. La parte piu' consistente del romanzo ambientato nel decadente Impero Austro-Ungarico e successivamente durante la Grande Guerra (sul fronte italiano) mi ha annoiato e deluso. La scrittura si trascina per pagine e pagine senza mai angosciare, interessare, stupire veramente. Peccato perché è raro trovare romanzi che raccontino del conflitto sull'Isonzo, nel Carso dal punto di vista degli Austro-Ungarici. 

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Cos'altro aspettarsi dai presunti uomini di sinistra alla Bersani se non gli applausi per Grasso e la sua possibile candidatura? Che tristezza mi fanno loro e tutta quella diaspora ex Pd.
A questa robaccia preferisco di gran lunga quei folli di Lotta Comunista vestiti come se fossero ancora gli anni '50-'60 che ogni tanto mi capita di incrociare a Como e che cercano inutilemnte di vendermi un giornale.
Un giorno offriro' loro un gelato.
Chissà che paura a vedere tutti quei colori.
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in queste mattine quando mi alzo per andare al lavoro mi guardo allo specchio e mi ripeto nella testa "the world is a beautiful place & i'm no longer afraid to die". la depressione mi prende alla gola. mi mette a terra. e non voglio prendere farmaci. l'importante è camuffarsi. l'autunno mi ha sempre fatto male. il primo freddo. l'umidità. questi colori che tanto piacciono ai romanticoni, a me fanno venir voglia solo di piangere e spararmi. anche se poi sto male in tutte le stagioni, mesi. non c'è differenza. fra il fare o il non fare una cosa. ci si camuffa con tutto. libri, birre, dischi, giornali, passeggiate, discorsi, messaggi, film, silenzi. solo un modo per tirare avanti. mi piacerebbe entrare nella nebbia, scomparire e trovarmi da tutt'altra parte.


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-e se per caso vedete uno con la faccia sconvolta e con addosso questa maglietta potrei essere io-
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mercoledì 27 settembre 2017

Tribunali, n'drangheta, Hostiles, Krivak, Jung-myung Lee

- Quando mi capita come stamattina di entrare in un tribunale (fra un paio di mesi mi scade il permesso e mi servono delle carte per poterlo rinnovare) vivo sempre quella sensazione dentro e fuori il palazzo (soprattutto fuori) di essere osservato e giudicato per qualche reato commesso. Lo so, spesso sono paranoico ma oggi quando sono uscito ho incrociato lo sguardo di due donne che si dirigevano verso il centro e ho capito perfettamente che si stavano chiedendo cos'avessi mai combinato. Non so perché ma ho sorriso loro. 

- Conosco bene Seregno, Desio, Lissone, Cantu', eccetera. Una parte della mia famiglia vive e proviene da quelle parti. Zone dove girano un sacco di soldi, la gente sgobba e se ne vanta. Se la prende con l'omertà del sud, dei terroni. Ecco. Stessa storia a Lecco. Se provi a parlarne la gente spesso ti risponde che esageri, che non è come in Calabria. Pero' spesso te lo dicono abbassando la voce e guardandosi in giro.



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martedì 26 settembre 2017

Su "Guerriglia" di Laurent Obertone (Sign Books)



In molti liquideranno e forse hanno già liquidato "Guerriglia" e il suo autore Laurent Obertone (Sign Books, traduzione di Catia Lattanzi) come spazzatura di destra, identitarista, razzista, reazionaria, nazista, fascista, complottista, anti-immigrazione, paranoica, folle, sbirresca, machista. 
Come propaganda reazionaria travestita da romanzo. 
Poco importa perché io mi sono innamorato all'istante di questo romanzo. 
Mi sono bastate poche pagine per cominciare a sentir scorrere il conto alla rovescia di questi tre giorni che scandiscono la narrazione come il timer di una bomba pronta a esplodere.
Per sentirmi un po' meno solo quando esco per strada.
Tre giorni per far cadere la Francia e il mondo intero nel terrore, nella guerra civile, negli scontri strada per strada, casa per casa. Tutto che crolla. Niente piu' istituzioni, niente piu' elettricità, trasporti, ospedali, cibo, esercito, servizi sociali, lavoro. Violenze inenarrabili. Il fondamentalismo islamico che straripa. 
Il pretesto? Una sparatoria  fra poliziotti e abitanti immigrati di una delle tante banlieu di questo mondo che causa 7 morti.
Da quel momento è il caos.
Le banlieu si ribellano e gli immigrati, di prima, seconda, terza generazione, con o senza documenti decidono di rivoltarsi.
Laurent Obertone, (che ha trascorso due anni coi servizi di sicurezza per studiare i possibili scenari che ci aspettano) con una scelta che deve molto al cinema per ritmo e cambi di scenario, decide di raccontare la fine della Francia adottando molteplici punti di vista: un vecchio colonnello in pensione, il nipote attivista di destra, il Presidente della Repubblica, un medico reazionario, una giovane blogger di sinistra, i fondamentalisti islamici, una psicologa, un giornalista, contadini, un elefante, una donna incinta e tanti altri e insieme a loro tutti quei volti senza nome che diventeranno carnefici e vittime. 
È un libro dai mille rimandi "Guerriglia", dove senza dubbio si respira la presenza de "Il Campo dei Santi" di Raspail, di MichelHouellebecq , Domenique Venner, Céline e poi senza dubbio tutto quel filone di disintegrazione del mondo raccontato da The Walking Dead, Mad Max, Distretto 13 - Le brigate della morte ma dove Obertone esprime le sua qualità migliori è quando descrive a caratteri lividi un mondo alla deriva, marcio, destinato al tracollo. Lo fa con ferocia e puntualità, lo inserisce nella narrazione dei fatti, trasforma i personaggi in archetipi senza mai ingessarli.
Un mondo europeo schiavo del politically correct, del pensiero liberal-progressista che Obertone mette alla berlina con straordinarie fiammate satiriche che non sono nemmeno piu' satira per come descrivano pedissequamente la realtà, che si dedica anima e corpo all'ultima buona causa sponsorizzata su qualche social network e che se ne frega della propria storia. 
Immigrati che si trasformano lessicalmente in itineranti per far si' che non vengano discriminati (altra cosa per la feccia bianca di provincia trattata troppo spesso come una genia di trogloditi), i sessi che si uniformano in una purea senza identità, il senso di colpa che diventa il cibo costante da mangiare e da professare, una presunta destra identitaria senza spina dorsale, la sottomissione che viene chiamata melting pot, i talk show che sostituiscono la politica, i terroristi islamici trattati come dei poveri diavoli che non sapevano cosa stavano combinando, la tradizione relegata a merce avariata buona da distribuire nei ricoveri, la sicurezza sempre e soltanto vissuta come prigione, il divertimento come unica religione globalizzata, la sinistra che si è dimenticata il popolo e si è rifugiata nell'ideologia dei diritti e dell'accoglienza e si potrebbe andare avanti per ore a descrivere questo incubo chiamato Libertà.
Obertone descrive un ipotetico futuro cupo dove tutto finisce nel baratro, dove gli stessi coglioni che hanno combattuto per il sovvertimento della Francia e che vorrebbero allearsi con le masse islamiche in rivolta vengono travolte ma dove anche gli stessi terroristi finiscono per diventare essi stessi carne da macello della follia.
"Guerriglia" appassiona come romanzo e lo si legge velocemente tanto è incalzante ma si manifesta soprattutto come una profezia, come un pungolo dentro al nostro cuore, come una scossa, come una parabola ante litteram.
Queste pagine sembra davvero una mano, cento, milioni di mani che ti prendono per i capelli e ti trascinano davanti a uno specchio per farti specchiare nel tuo orrore, nel tuo vuoto, nelle tue complicità e silenzi, nel mondo che ti aspetta.

"Sa, un giorno che mi aveva preso la frenesia di impiccarmi, mi interrogai sulla morte di Amleto. Per troppo tempo non si era stati in grado di definirla esattamente. Non esisteva alcun segno clinico inconfutabile. Né il facies cadaverico, né l'arresto cardiaco, né il rigor mortis, né la temperatura, né il rilascio degli sfinteri, né la dilatazione delle pupille... nulla poteva essere assunto come segno certo di morte. Ci si accontentava di parlare di "morte apparente". Si lasciava passare qualche ora e se le apparenza si fossero ostinate contro il presunto defunto, si sceglieva l'abito per la sepoltura. All'epoca, si seppellivano i vivi a centinaia. Quando in epoche successive alcuni lavori sventravano i cimiteri, nei feretri di quei sepolti vivi si rinvenivano cadaveri rivoltati, pugni rosicchiati. Costretti a nutrirsi del proprio sangue per vivere e uccidersi allo stesso tempo. Ce ne siamo resi conto e con l'aiuto della scienza abbiamo imparato a riconoscere meglio coloro che son passati a miglior vita. Lei sa qual è il segno certo della morte?"
"Immagino che me lo insegnerà lei".
"L'OMS sostiene sia la morte cerebrale, il coma superato. ECG piatto per trenta minuti. Distruzione neurologica irreversibile. Piu' chiaramente, il segno è la decomposizione. Quando la cellula non dispone piu' di aria, muore e incomincia il processo di decomposizione. A quel punto possiamo dire che il dado è tratto. Prima non era cosi'. Con le apparecchiature tutto questo si puo' impedire. Continuare a ossigenare le cellule. Siamo noi a decidere che la morte abbia la meglio, quando la vita non riprende da sola".
"Cosa sta cercando di dirmi?"
"Niente di che, a dire il vero".
Il medico aveva fissato la strizzacervelli dritto negli occhi.
"Forse... Forse che siamo già morti da un pezzo ma che non siamo mai stati in grado di coglierne il segno inequivocabile". (pp. 251-253)

domenica 24 settembre 2017

Democrazia digitale e cinquestellata, Guerriglia, la mia domenica

I cinquestellati hanno rotto il cazzo per anni con la loro democrazia diretta, la partecipazione, la democrazia internettiana dove tutto viene messo in comune e si dialoga/discute/ci si confronta/sicagamerdalcervello e poi la piattaforma scricchiola, i votanti sono una miseria rispetto all'universo digitale di esseri umani rivoluzionari di cui si sono sempre riempiti la bocca, i risultati arrivano in tempi biblici, l'investitura del capo supremo piove dall'alto a incoronare a un mentecatto impresentabile, un sindaco sorridente si dimentica dell'app che per uno del suo partito dovrebbe essere come l'ossigeno (ovviamente arrivano le pseudo scuse...ho ricevuto cicchetti e lettere di licenziamento per molto meno)...: insomma il perfetto pacco regalo per gli italiani e per tutti coloro che si riempiono la bocca di cambiamento.

Tra l'altro la loro kermesse mi ricorda (non ci sono stato, faccio venia, lo so) un incrocio fra quelle di CL/Azione Cattolica, le feste dell'Unità, le sagre di paese coi comici/salamelle/insulti belluini, quelle dei rivenditori di macchine che cercano di venderti l'ultimo modello della supermacchinadelcazzo.

Mi consolo con Céline:

"Per mettere in moto l'intelletto nella testa di un coglione, è necessario che gli capitino tante cose e tutte molto crudeli."

Tra l'altro questa citazione è inserita in un libro molto bello di cui scrivero' fra non molto e che si intitola "Guerriglia" di Laurent Obertone e che descrive un mondo di oggi, prossimo a venire, dentro di noi e che deve molto al romanzo di Raspail "Il Campo dei Santi"


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Quando ti fai un culo immane dalle sei di mattina per una visione privata di una ventina di stronzi che si affittano il cinema per i loro comodi come puoi non aver voglia di uccidere qualcuno?
Per fortuna c'era il ciclismo in tv.

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sabato 23 settembre 2017

Storia del West, Brasillach, Moby Dick/L'Isola del Tesoro, Chabon/Whitehead, Giuseppe Cruciani



Ho amato alla follia e la amo ancora oggi  la "Storia del West" che conobbi da bambino in una stanza d'ospedale. Ne conservo ancora tutti i numeri e mai me ne separerò. Se vi interessa fra pochi giorni esce per Bonelli un libro che ne ripercorre la storia.

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Ho riletto per l'ennesima volta in questi giorni durante le pause, al bagno, sull'autobus "L'Isola del Tesoro" e come al solito ne sono stato rapito. Moby Dick e il romanzo di Stevenson sono i pilastri della mia infanzia/adolescenza e tutti e due mi hanno fatto innamorare per la prima volta di personaggi "negativi": Achab e Long John Silver. O meglio, mi hanno insegnato a guardarmi allo specchio e a riconoscermi/ci. A scoprire quanto di doloroso e oscuro ci fosse dentro di me. Funzionarono e Moby Dick lo rileggo spesso ancora oggi come dei catalizzatori del mio cuore. Come delle medicine curative e insieme come un abbraccio che mi ha fatto e mi fa sentire meno solo.

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Due romanzi che aspettavo da tanto tempo e che stanno per arrivare:


-qui-


-qui e di Chabon non smettero' mai di suggerire lo straordinario "Il sindacato dei poliziotti yiddish":

  
e di cui avevo scritto qui.

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Di Cruciani penso tutto il bene e tutto il male possibile. In realtà gli voglio bene perché ci ritrovo molto di me. Leggero' questo libro che mi viene regalato da una cugina supervegana ma che si scoperebbe Cruciani anche in mezzo alla strada.

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Alla politica preferisco i campionati del mondo di ciclismo di Bergen.

giovedì 21 settembre 2017

Lawrence Osborne


Sotto il temporale i neon erano traslucidi, infantili. Oltrepassarono il Sorya Mall, uno spazio aperto pieno di bar e divani, e alla fine arrivarono nella Strada 136 e davanti all'internet café, dove il guidatore lo depositò. Bagnato fradicio, si precipitò dentro e al prezzo di mezzo dollaro si sedette a un terminale dietro la vetrina.
Aveva pensato di controllare l'email, ma adesso non ne era più tanto sicuro. Entrando nel suo account avrebbe rivelato agli eventuali interessati dove si trovava. Non sapeva chi poteva averlo cercato fino a quel momento, ma alla lunga la sua ragazza a intermittenza, Yula, si sarebbe preoccupata, e magari anche i suoi genitori; incredibile, ma non aveva pensato a loro. Poteva essere decisivo aprire Gmail. Decisivo, cioè, in prospettiva. Ecco perché temporeggiò prima di farlo.
La mano esitava sulla tastiera; via via si rilassò e la ritrasse. Doveva pensarci bene, non era più sicuro di voler tornare. Si preoccupava solo di sua madre, anche se c'erano altre cose di cui tener conto, mille faccende lasciate in sospeso dentro un'accozzaglia di responsabilità. 
Per questo rifletteva spesso su quanto lui fosse poco inglese, dato che andar via non si stava dimostrando difficile come aveva creduto. Anzi. Si rivelava facile e innocuo, almeno per lui. E se il perché andava chiarendosi ai suoi occhi, forse pian piano sarebbe parso chiaro anche a tutti quelli che aveva intorno. Non era vera e lo sapeva, ma sperava che di lì a poco andasse proprio così. Se fosse uscito dalla porta senza tornare, alla fine gli altri avrebbero capito. Non aveva senso dare spiegazioni a un coro di gente risentita. Se non erano in grado di capire, non avrebbero capito comunque. Di solito la gente apprezzava il posto dov'era nata e cresciuta. Mugugnava, sì, ma lo amava; non poteva vivere senza. Lui non era affatto così e adesso gli era chiaro. Non c'era niente del suo paese o della sua vita laggiù che amasse o che avrebbe difeso fino alla morte. Non gli piaceva niente di quel modo di vivere. Era ristretto, triviale, e la polizia osservava tutto quello che facevi e che pensavi. Era un modo di vivere che si autogiustificava come il vertice della libertà, ma una volta succhiata via la libertà non aveva ideato un'altra ragione per esistere. Non c'era nemmeno il sesso, nemmeno il sole. Però c'era l'assistenza sanitaria, tanto che se vivere costava un botto, almeno si moriva gratis. Una società fondata sulla morte gratuita.” (pp. 70-72).

È  un romanzo che mi ha fatto sognare e gelare il sangue insieme e che mi ha messo voglia di bruciare tutti i miei documenti e andarmene. 
Lo amerete se vi piacciono le atmosfere di “Un americano tranquillo”, le tenebre conradiane, se siete affascinati da un Oriente (Cambogia/Vietnam/Thailandia) che vi resta attaccato alla pelle e che non ha nulla a che fare col sushi preconfezionato, se vi piace girare in barca sui fiumi e per laghi, se vi trovate a vostro agio negli alberghi/residence improbabili e fuori mano, se quando incontrate una donna orientale ne subite il fascino appena vi guarda, se pensate che catastrofe e essere umano vanno splendidamente a braccetto, se pensate che i crimini di Pol-Pot siano stati qualcosa di davvero disgustoso, se pensate che ci sia un destino ad attendervi e che i soldi spesso siano stregati, se credete ai fantasmi come qualcosa di fisico e non di immaginario, se credete nella vendetta e che bisognerebbe portarla a compimento, se vi piacciono gli alcolici e le droghe e vi piace abusarne, se vi piacciono quelle storie che non conducono a nulla ma che non potete fare a meno di seguire, se vi piacciono i confini ma vi piace anche oltrepassarli, se vi piace girovagare fra i templi abbandonati, se pensate che prima o poi bisognerebbe abbandonare tutto e rifarsi una vita altrove con un nuovo nome e solo il presente.

mercoledì 20 settembre 2017

Boxe, Be Forest, Swans, Milano, il mio paese, Adriano Tilgher, Space Oddity

Amo la boxe e saluto con riconoscenza Jack LaMotta, uno dei grandi di una boxe che non tornerà mai più:


Per non rimanere ancorati a Scorsese a me piace consigliare sempre in tema di boxe:




-perché è lancinante-


-anche se non c'entra con la boxe ma trasmette tutto quanto rende la boxe una traversata melvilliana-


-perché la boxe è tutto-
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Due dischi rimessi in ascolto:


.un capolavoro.

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Milano e il mio paese mi fanno sempre più schifo.
Caro Kim spara il tuo missile nel centro del paese da dove provengo.
Radilo al suolo.
Fregatene di Guam.
Fammi questo regalo.
Poi ti regalo tutti i giochi della playstation che vuoi.
Anche quelli ambientati in Svizzera.
Quelli che sai tu.

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