lunedì 31 ottobre 2016

Intervista a Francesco Carlesi, autore de "Craxi. L'ultimo statista italiano" (Circolo Proudhon)


Ho trovato "Craxi. L'ultimo statista italiano" (Circolo Proudhon) di Francesco Carlesi un saggio molto interessante, capace di rivalutare, con intelligenza e schiettezza. la figura di uno dei politici più importanti e controversi della storia della Repubblica. Ho pensato allora di porre all'autore alcune domande. Buona lettura


Buongiorno Francesco, come é nato il tuo interesse per la figura di Bettino Craxi? Sei nato nel 1985 e, salvo eccezioni, Craxi é stato liquidato come un ladro, un fuggitivo, un piccolo Duce e tutta quella fase politica é stata ritenuta colpevole dei problemi (vedi il debito pubblico, la corruzione e molto altro) che affliggono il nostro Paese. Non ti senti una mosca bianca?

Il mio interesse per Craxi è nato precisamente otto anni  fa, in seguito alla visione del documentario “La mia vita è stata una corsa”, prodotto dalla Fondazione Craxi, guidata dalla figlia Stefania, che offre un ritratto del politico milanese diverso da quello ufficiale. Fino a quel momento avevo sentito parlare di lui solo come simbolo di tutte le nefandezze della Prima Repubblica, al pari della maggior parte dell’opinione pubblica, che spesso allo studio e all’approfondimento di situazioni complesse preferisce spiegazioni sbrigative e comodi capri espiatori. Da quel momento ho cominciato a leggere scritti e discorsi di Craxi e a ripercorrere la sua storia, scoprendo un uomo politico tutto d’un pezzo, dalle salde radici culturali e con una visione d’ampio respiro. Tutto quello che oggi manca drammaticamente alla nostra classe dirigente.  In questo senso il recupero di alcune sue intuizioni e della sua essenza politica (in contrasto con l’idea di predominio dell’economia) è vitale. Se questo fa di me una “mosca bianca” non lo so, la cosa certa è che mi preoccuperei se mi trovassi a combattere battaglie viste con favore dalle attuali elites accademiche, mediatiche, politiche e finanziare.

Quali sono secondo te i pregi e i limiti della figura di Craxi? Nel tuo libro delinei due fasi, la prima più propulsiva, la seconda di stanca. 

Craxi ebbe i limiti di tutti (finanziamento illegale in primis, seppur figlio della guerra fredda) ma i pregi di nessuno. Pochi altri infatti ebbero così chiara l’importanza dell’orgoglio nazionale e del primato della politica, mettendoli più volte in pratica. Alla prima fase di scontro frontale con i comunisti e poi delle coraggiose scelte di governo (pur con diversi errori) ne seguì un’altra, dalla fine degli anni Ottanta, in cui il leader milanese apparve secondo alcuni bloccato dall’abbraccio con la DC, riuscendo ad innovare sempre meno. Nel 1991 ad esempio “perse” clamorosamente il referendum sulla preferenza unica. 
Nello stesso periodo, “errore mortale” fu quello di confidare in un’alleanza con i post-comunisti dopo la caduta del Muro aiutandoli nella transizione, oltre che avere fiducia in molti suoi collaboratori (Amato) e amici (Berlusconi). Tutti quanti si troveranno in prima fila ad accusarlo appena verrà coinvolto in Tangentopoli.  

In un passaggio del tuo libro scrivi: “Ce lo vedete qualche leader o uomo politico della Seconda Repubblica tenere lezioni su Garibaldi o sfidare diplomaticamente il Presidente degli Stati Uniti?” Quello che colpisce nella figura di Craxi é la sua preparazione culturale. Non credi che uno dei peggiori lasciti della furia '92 sia stata proprio quella di consegnare il Paese a una generazione di politici “analfabeti”? Rileggendo “Il Vangelo socialista” ho pensato che é quasi impossibile l'uscita, oggi, di un testo del genere. Che idea ti sei fatto in generale della caduta della Prima Repubblica?

Credo che il fatto che tra Prima e Seconda Repubblica ci sia un abisso culturale sia evidente. Pensiamo, tra i tanti esempi, alla pochezza della classe dirigente di Berlusconi, alla vuota retorica del Partito Democratico o all’impreparazione del Movimento 5 Stelle, per non parlare della lingua italiana di Di Pietro. Proprio quest’ultimo è stato il simbolo della distruzione della Prima Repubblica, che ha cancellato in poco tempo un corpo politico il quale, con tutte le sue colpe e i suoi limiti, aveva portato l’Italia a diventare la quinta potenza industriale nel mondo, lanciando diverse aziende pubbliche di alto profilo (vedi l’ENI), difendendo lo stato sociale (creato dal fascismo) e aprendosi spazi di rilievo in tema di politica estera. Dal ’92 in poi tutto questo finisce spianando la strada al liberismo, alle privatizzazioni, alle delocalizzazioni, alla precarietà: in poche parole, è la vittoria della finanza sulla politica (le recenti crisi sono li a ricordarcelo tutti i giorni). Banche americane come Goldman Sachs e potenze straniere approfittano di Tangentopoli per mettere le mani sull’Italia e i suoi spazi di sovranità. Sul tema si sono espressi chiaramente uomini come Sergio Romano,  Francesco Cossiga, Massimo Pini (da leggere “I giorni dell’IRI”) oltre che lo stesso Craxi nei suoi appassionanti interventi da Hammamet. 

Si fa un gran dire che Berlusconi e Renzi sono gli eredi, i figli di Craxi. Esistono punti di contatto fra loro oppure é solo perché sono l'emblema della personalizzazione della politica?

Non credo ci siano molti punti di contatto oltre alla “personalizzazione”. La vita di partito, la lunga gavetta politica, l’aiuto ai dissidenti anticomunisti all’estero, le esperienze internazionali di Craxi sono figlie di altri tempi. Anche per questo, il politico milanese aveva una preparazione culturale, una chiarezza di programmi e un’idea di sovranità che rimane lontana anni luce dalle boutades di Berlusconi o dai tweet di Renzi. Mi viene in mente un semplice paragone: Craxi sfidò Reagan a Sigonella e poco tempo dopo salvò la vita a Gheddafi avvertendolo di un imminente attacco americano nei suoi confronti, Berlusconi non esitò molto prima di dare l’assenso alla guerra contro il dittatore libico (2011), con la quale Gran Bretagna e Francia intendevano colpire e soppiantare i nostri interessi nazionali in quel paese con la benedizione di Obama. 

Presidenzialismo, governo stabile e capace di legiferare velocemente, autonomia alle Regioni, erano alcuni degli aspetti del progetto politico craxiano. Secondo te c'è qualche punto di contatto con le auspicate riforme di cui tanto si parla da vent'anni (costituzione, lavoro, giustizia, federalismo...)?

Qualche punto di contatto sicuramente c’è, e alcune parole d’ordine del dibattito degli ultimi anni sicuramente risentono dell’impulso craxiano. Nella confusione generale, sono talvolta affiorate alcune tematiche che Craxi avrebbe visto di buon occhio, come la responsabilità civile dei magistrati (su cui aveva indetto un referendum rimasto lettera morta), il presidenzialismo e la necessità di accelerare i tempi delle decisioni politiche e di riformare la costituzione in questo senso. Al proposito, Finetti scrisse: «Per Craxi va smantellata tutta l’impostazione della “Resistenza tradita”, per cui l’Italia dovrebbe sentirsi in colpa dal momento in cui Togliatti è finito all’opposizione. Non è il paese in ritardo con la Costituzione antifascista, ma la Costituzione fatta all’indomani del trauma della dittatura ad aver disegnato un’attività istituzionale in ritardo sulle esigenze di legiferare e governare». Per concludere, bisogna dire però che anche se anche qualche aspetto degli auspici craxiani trovasse attuazione, difficilmente cambierebbe qualcosa. Istituzioni nuove con uomini “vecchi” ci lascerebbero al punto di partenza.  

Craxi fu un politico capace di fierezza davanti agli Stati Uniti, di combattere per una maggiore autonomia dell'Italia sullo scacchiere italiano, di guardare al Mediterraneo come naturale sbocco della penisola. Craxi ha destato interesse anche nel variegato mondo della Destra, quali possibili punti di contatto fra Craxi e una nuova Destra identitaria e sovranista?

I punti di contatto sono molti, pur nella differenza di alcune impostazioni come l’antifascismo, la centralità dei diritti civili, il socialismo liberale e il retaggio politico (da Proudhon ai fratelli Rosselli) di Craxi. D’altronde, già all’epoca diversi giovani missini e intellettuali come Giano Accame avevano espresso interesse per il nuovo corso socialista. Il primo insegnamento arriva sicuramente da Sigonella, dove risulta chiaro che «nulla è impossibile» se si hanno coraggio, decisionismo e amor di patria, neanche sfidare la superpotenza globale a stelle e strisce, l’alleato che ci ha sempre trattato da colonia. Nel discorso parlamentare seguente quella vicenda emergono altri concetti vitali: il ruolo italiano nel Mediterraneo (che oggi sarebbe fondamentale), l’apertura alle realtà arabe e mediorientali, il rispetto della dignità dei popoli (e sottolineo popoli), l’importanza del Risorgimento italiano nell’azione politica. Infine, rileggere i suoi giudizi sui rischi dell’europeismo «senza sé e senza ma», sui limiti del liberismo e sugli eccessi della finanza può costituire ancora oggi una valida bussola politica per «identitari e sovranisti». 

Nella parte finale del tuo libro ricordi come dietro il crollo della Prima Repubblica ci furono manovre di più ampio respiro che non le tangenti, anche se ovviamente il sistema stava marcendo. La finanza, le banche, i gruppi di potere capaci di condizionare la vita di un Paese. Credi che esista ancora la possibilità, in un mondo complesso, dominato dal capitalismo finanziario, di garantirsi autonomia e indipendenza da questi poteri? Rileggevo Ezra Pound di questi tempi e  soffrivo al pensiero che di questi problemi Pound ne aveva scritto quasi un secolo fa e siamo ancora nella stessa situazione, ovviamente peggiorata.

La possibilità esiste, la storia è sempre «aperta» ricorda Giorgio Locchi e la volontà degli uomini può cambiare le carte in tavola ogni momento, per quanto difficile possa sembrare. Oggi, sarebbe importante rivalutare concetti come politica, nazione, identità, confine contro le derive della globalizzazione e della sinistra no-border unita alla finanza nel tentativo di annacquare e livellare i popoli. «La globalizzazione non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, l’autorità di una vera e grande Nazione, ma piuttosto viene subita in forma subalterna in un contesto in cui è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza», aveva ammonito per tempo Craxi.

Per chiudere, come ti piacerebbe che Craxi venisse ricordato?

Come un patriota. 



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(Francesco Carlesi, nato a Roma nel 1985. Redattore dei giornali online "L'Intellettuale Dissidente" e "Il Primato Nazionale", ha pubblicato articoli per le riviste scientifiche "Nuova Rivista Storica" "Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale". Autore del libro "Rivoluzione Sociale" (2015), ha scritto saggi per i volumi "Corporativismo del III millennio" (2013), "Neo-lingua" (2015) e "Rinascita di un Impero" (2015)

GOODBYE DARWIN. NÉ NUMERI, NÉ INDIVIDUI -



Giovedì 10 novembre alle ore 18 30 presso il Teatro Quirinetta in via Marco Minghetti 5 a Roma si terrà l’evento Goodbye Darwin. Né numeri, né individui.

La giornalista Costanza Miriano e l’autore Enzo Pennetta presenteranno il libro L’ultimo uomo Circolo Proudhon edizioni.

Rose, ponti, referendum, Dylan Dog, La vegetariana, Futuro anteriore, Orfani, Gilles, Contro la plebe

Sulla tomba di mia madre c'è un mazzo di rose.
Io lavorerò praticamente senza sosta fino alla prossima primavera. 
C'é un ponte che crolla a pochi chilometri da dove sono nato. Su quel ponte tanti anni fa sono stato responsabile di un incidente, per fortuna senza feriti e morti, mentre ero alla guida del camion della Cooperativa dove lavoravo. Una strada folle. Non ho altro da dire.
Ci sono terremoti a raffica e la mia preoccupazione per un'amica che amica nelle zone interessate.
C'é un continuo chiacchiericcio intorno al referendum che mi rovina le orecchie, lo stomaco già malandato. 
Non andrò a votare. 
Fosse per me organizzerei un baccanale con tutti nudi che danzano intorno al rogo delle schede elettorali. Sono lontano anni luce da Renzi e da tutta la merda che lo circonda e lo appoggia, dalle manovre che ci sono alle spalle di questo referendum ma dentro di me c'è una parte ghignante che si augura la vittoria del Sì per veder rotolarsi di lacrime i grillini, i redattori de Il Manifesto e tutta quella gente lì insomma, lontana da me nello stesso modo.

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Poi per fortuna c'è qualcosa che mi permette di respirare. Una roba mostruosa come l'ultimo episodio di Dylan Dog "Dopo un lungo silenzio".  Una storia struggente che parla anche di me. Non ho altro da aggiungere. Segna l'attesissimo ritorno di Tiziano Sclavi. 

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E c'è un libro devastante che ho appena letto e che si intitola “La vegetariana” di Han Kang (Adelphi, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra) e che ha un incipit del genere:

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l'avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po' sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere di lei.” (pag. 13)

e un passaggio del genere:

Io non lo sapevo. Pensavo che gli alberi stessero a testa in su... L'ho scoperto solo adesso. In realtà stanno con entrambe le braccia nella terra, tutti quanti. Guarda, guarda là, non sei sorpresa?”. Yeong-hye era balzata in piedi e aveva indicato la finestra. “Tutti quanti, stanno tutti a testa in giù”. Era scoppiata in una risata incontenibile, e a In-hye erano tornati in mente alcuni momenti della loro infanzia in cui la faccia della sorella aveva esattamente la stessa espressione. Momenti in cui i suoi occhi dalla palpebra singola si restringevano e diventavano completamente neri, e dalla sua bocca prorompeva quella risata innocente. “Sai come l'ho scoperto? Be', ho fatto un sogno, e stavo sulla testa... Sul mio corpo crescevano le foglie, e dalle mani mi spuntavano le radici... E così affondavo nella terra. Sempre di più... Volevo che tra le gambe mi sbocciassero dei fiori, così le allargavo; le divaricavo completamente...”.
Sgomenta, In-hye aveva guardato gli occhi esaltati della sorella.
“Devo dare acqua al mio corpo. Non ho bisogno di questo genere di cibo, sorella. Ho bisogno di acqua.” (pag. 146)

E questa frase:

Perché, é così terribile morire?” (Pag. 153)

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Ritrovare Martin Amis con “Futuro Anteriore” (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) che tra l'altro ha un titolo originale che fa “Dead Babies”. Martin Amis é proprio un amico, nel senso di amico letterario.


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Orfani” che esce con la Gazzetta riproponendo la storia in versione cronologica.


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E poi leggendo Il Giornale cartaceo oggi trovo due notizie emozionanti che subito mi hanno fatto mettere mano al portafogli:





Il ritorno di “Gilles” di Drieu, grazie a Giometti & Antonello. Un capolavoro. Che prenderò anche in questa versione.






Un inchino agli editori coraggiosi, liberi, strafottenti.

giovedì 27 ottobre 2016

Warlock, le feste/autunno, La vegetariana, L'astore, L'uomo autentico, Cremlino e storytelling, Gilmore

Fissò le stelle che risplendevano nel cielo di Warlock, pensando a sé stesso e a quel che gli aveva detto Fitzsimmons. Guidare i minatori; non sentiva nessuna vocazione di questo tipo dentro di sé. Non sentiva alcun impulso di lottare per essere qualcosa di più della persona che, molto tempo tempo, addietro aveva accettato di essere. Meditò sulla sua libertà e la sua schiavitù, sui malanni e della sua anima e la salute del suo corpo, interrogandosi sulla forza di volontà che non aveva.

(un passaggio, a pag. 290, di quel romanzo incredibile che è “Warlock” di Oakley Hall, Big Sur, traduzione di Tommaso Pincio)

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La sola cosa buona dell'autunno é la festa dei morti. La visita dei cimiteri. I fiori. L'incenso delle celebrazioni. L'ipocrisia degli esseri umani. Dei parenti.
Nei supermercati sono già apparsi gli alberi di Natale, i calendari, i Babbo Natale, la neve finta, le decorazioni, i biglietti d'auguri.
E anche se mancano due mesi mi hanno già chiesto:
“Cosa farai a Natale?”
“Lavoro”
“La vigilia, Santo Stefano, l'ultimo, il primo, l'Epifania?”
“Lavoro”
“Ai Morti?”
“Lavoro”
“Cazzo...”

Come fare a spiegare e a essere creduto che preferisco lavorare che partecipare a queste feste delle quali non me ne frega nulla? Che non mi piacciono le riunioni familiari, i ristoranti, gli scambi d'auguri.Tutti gli anni la solita storia e io tutti gli anni che cerco di convincere gli altri a lasciarmi stare. A non prendermi in considerazione. E invece no, tutti a farmi sentire in colpa, a farmi sentire una merda. A costringermi a estenuanti discussioni, scuse. Sarebbe tutto più semplice semplicemente se rispettassero le mie volontà.

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Troppi libri che vorrei leggere:


(qui)


(qui e uno dei sogni che mi accompagna sin da bambino è di andare a caccia con un astore)




(qui e ci scrive intorno Sebastiano Caputo qui: "Cremlino e storytelling")

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Questo ritorno mi fa pensare a mia madre che amava alla follia questa serie tv.

mercoledì 26 ottobre 2016

Un passaggio da "L'ultimo uomo" di Enzo Pennetta (Circolo Proudhon)


Saggio molto interessante, con tanti spunti su cui riflettere e anche qualche passaggio a vuoto e ripetitivo. Comunque ecco un estratto:

"Una volta svincolati da ogni forma di giusnaturalismo, i diritti vengono stabiliti dalla maggioranza. Compiuto questo passo, quello cioé di relativizzare il concetto di diritto trasformandolo in "qualunque cosa che gli uomini definiscono come tale", il collegamento, o meglio, la trasmutazione dei desideri in diritti diventa un fatto riconosciuto e accettato unanimemente. Giunti a questo punto, perché un desiderio venga considerato un diritto manca il requisito della "normalità. Diventa quindi essenziale stabilire cosa si intende per "normale" e "anormale". Il termine deriva dal latino "norma", una squadra da disegno per tracciare gli angoli retti. (...). Dal punto di vista sociale e comportamentale, si intende quindi per "normalità" l'insieme dei comportamenti che obbediscono a una regola riconosciuta da tutti. Una volta spiegata l'origine della natura umana sulla base dello studio delle scienze naturali in chiave evoluzionista, il concetto di normalità ha cambiato prospettiva. Da regola alla quale la maggioranza si adegua è diventata una regola soggetta al cambiamento indefinito, stabilita dalla volontà umana asseconda dei desideri del  momento, o dalla presunta maggioranza statistica dei comportamenti. Un esempio di precarietà del concetto di normalità è costituito dalla teoria gender. I suoi sostenitori suppongono che il sesso biologico non determini l'identità l'identità di genere, ossia la percezione che il soggetto ha del proprio sesso, e che le caratteristiche maschili e femminili siano solo degli stereotipi culturali di cui liberarsi per scegliere autonomamente la propria sessualità. La teoria gender assume l'idea che non solo la mente - così come ipotizzava il filosofo inglese Locke - ma che anche la struttura biologica del neonato sia una tabula rasa sulla quale si possono scrivere un numero illimitato di caratteristiche che, tra gli estremi di eterosessualità e omosessualità, comprendono una serie indefinita di sfumature intermedie. Il gender si rivela quindi un enorme cantiere di ingegneria sociale, dove il desiderio, la percezione soggettiva e la volontà individuale possono manomettere la sessualità obbiettiva e il dato biologico. A questa manomissione fa capo il diritto, come normalizzazione ex-post, che viene a benedire e ratificare la normalità di questo processo. Dobbiamo ritornare allora sul concetto di "diritto" che la studiosa Giuseppina Barcellona definisce così:

"al tempo stesso, traguardo "intermedio" e strumento attraverso il quale la meta, l'ordine da realizzare, può essere raggiunto. Essi sono, infatti, l'esito "giuridico" della lotta e delle "giuste" rivendicazioni di una parte, ma, allo stesso tempo, non sono che strumenti attraverso i quali potrà realizzarsi il progetto di società "giusta", per inverare la quale si è intrapreso lo scontro.

Il diritto non è solo il risultato di una rivendicazione minoritaria che pretende di normalizzare il suo comportamento, non è solo il diritto di una parte, ma una forzatura generale di uno schema prestabilito nella società. La presunzione che diritti e desideri si equivalgano, dettata dall'idea che un desiderio sia ascrivibile alla categoria dei diritti quando viene riconosciuto come normalità statistica, rende il baricentro antropologico della società perennemente instabile e modificabile secondo la volontà di chi riesce a far valere i propri diritti più degli altri. Il desiderio-diritto si estende allora dalla minoranza che lo richiede alla società in generale, snaturandone i caratteri, le convenzioni, modificando il concetto di normalità e trapiantandolo verso orizzonti nuovi, su cui si formeranno le future generazioni. La nostra attenzione, perciò, deve rivolgersi al processo di istituzionalizzazione del desiderio: da volontà soggettiva a norma accettata dall'opinione pubblica e legalizzata dallo Stato, organo relegato al ruolo di mediatore/arbitro del conflitto tra le parti in gioco, tra chi rivendica diritti e chi vuole porvi un limite." (pp.159-161)

martedì 25 ottobre 2016

La vergogna di portare lo stesso cognome, Philip K. Dick, Homesman, Il mio amico Hitler

- Che vergogna leggere che qualcuno che porta il mio stesso cognome (nessuna parentela) è coinvolto nell'ennesimo caso di dumping salariale, truffa, vera e propria schiavitù di lavoratori e molto altro. Che schifo vero. E come al solito nessuno sa mai niente, tutta colpa della crisi, della concorrenza e le solite cazzate.




Anche se si tratta di un romanzo minore, non perfettamente riuscito, come nel caso di di "Mr Lars sognatore d'armi" (Fanucci, traduzione di Carlo Pagetti) leggere Dick è sempre come scivolare in una dimensione parallela che sta dentro di me.

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"Homesman" è uno dei film più emozionanti che ho visto negli ultimi anni. L'ho rivisto ieri, comprato in dvd. Ambientazione western ma riflessione dolorosa sulla donna, sulla follia, sul mito della Frontiera. La Swank è semplicemente devastante. Impossibile non piangere.

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Leggere Mishima. La mattina presto. Per cancellare il rumore del trapano, le grida dei manovali, le chiacchiere stridenti delle casalinghe, la volgarità delle loro voci.

Ma il dolore resta.
Nello stomaco.
Nella mente.
Ovunque.

domenica 23 ottobre 2016

Collegi, religione, Emanuele Tonon, Carlo Formenti, Charles Robin, Ezra Pound, Francesco Borgonovo, Ex-Otago e Baustelle

In questi due giorni ho comprato svariati quotidiani. Appena ne ho la possibilità ne faccio incetta in edicola. L'Unità, Il Giornale, Il Foglio, Il Manifesto, La Lettura, La Verità. Ho letto vari, anche se pochini, articoli interessanti ma assistere al carrozzone di Sì e No mi ha fatto venire un tale mal di pancia che sono andato al bagno due volte. Fra i vari articoli ce n'era uno di Francesco Borgonovo su La Verità che parlava di due libri che mi interesserebbe leggere:


(qui)


(qui)


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Ho studiato in un collegio, ho parenti religiosi e ho frequentato spesso durante la mia infanzia/adolescenza istituiti religiosi, seminari, conventi. Ho avuto per anni un padre spirituale. Mi sono abituato a discutere di me stesso e del mondo con religiosi di ogni provenienza. Sono stato educato in un asilo delle suore. Le suore in collegio mi preparavano camomilla, tisane, pranzi, merende. Per almeno 4 anni un religioso di Don Orione cercò di capire se avevo la vocazione oppure no. Per lui sì, per me no. Il mio rettore del biennio mi disse che sembravo più un protestante. Un altro che sembravo un folle ebreo. Ho sempre girato intorno alle religioni, ai temi spirituali, all'Oriente. Non credo ma non posso negare di essere una persona che da sempre non può fare a meno di percorsi spirituali. Con Emanuele Tonon non ho avuto un bell'incontro, letterariamente parlando. Il suo esordio, “Il nemico”, non mi piacque affatto. Lo commentai negativamente e anche con un certo fervore. Poi un giorno l'ho riletto e mi ha preso allo stomaco. Ieri ho letto il suo ultimo “Fervore” (Mondadori) e seppur non allo stesso livello stilistico de “Il nemico” l'ho trovato forse più vicino alla mia sensibilità, al mio stato d'animo, alle mie esperienze, al mio amore per le balene, quella bianca in particolare.



Lascio un estratto:

“Fra Giuseppe parlava pochissimo, e, quando provava a farlo, tartagliava e le gote gli imporporavano. Lui, Fra Crispino e Fra Damiano, il frate ortolano, erano i frati della fatica, gli illetterati cari al Francesco d'Assisi giullare. Uscendo dal Giardino li avresti veduti morire ad uno ad uno, come animali in estinzione, i frati della fatica, quelli che avevano permesso per secoli ai conventi di esistere, mentre i frati dotti predicavano un verbo sterile, una vana teologia. Quando avresti preso a frequentare l'accademia, avresti anche visto i tuoi confratelli disprezzare il lavoro manuale. I frati della fatica non parlavano mai ed erano sciancati, rovinati dal lavoro manuale e dalla preghiera, meravigliosamente belli. Avresti visto moltiplicarsi i frati professori, in realtà ignoranti, chiusi alla meraviglia, votati alla chiacchiera mondana. I frati professori allontanavano da ogni possibile immaginazione di Dio; perché Dio aveva abitato le foreste, le grotte, si era offerto nell'acqua delle sorgenti, aveva parlato agli umani per mezzo dei volatili. E gli sciamani cristiani avevano parlato coi volatili, ammansito lupi, domato vipere, piantato bastoni che sarebbero diventati castagni sacri, emesso sangue da piaghe che foravano i palmi delle mani, levitato. I frati della fatica, incapaci di leggere, avevano solo formule magiche da ripetere ossessivamente, avevano solo segni da offrire alla visione, non parole da offrire all'interpretazione; avevano solo esempio da dare. Il popolo santo di Dio, il popolo della fatica, cercava solo loro per avere conforto, per vedere un miracolo nell'orrore di un'esistenza da affamati e umiliati.” (pp. 36-37)


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“L'idea che l'amore di dio per gli esseri umani sia un'invenzione cristiana è una pura sciocchezza, parte integrante della grande insolenza dei seguaci di Cristo. Gli dei greci amavano, devo ammettere, individui scelti, o per ragioni di parentela o per particolari meriti dell'individuo. Era più umanamente comprensibile dell'amore astratto per l'umanità in generale, a prescindere dalle sue astratte e collettive ignominie e stupidità. Gli amati erano gli eletti, o, si potrebbe anche dire, i prescelti. Diventa ridicolo e infantile negli scritti di Nonno.
Il dio di Calvino e il dio di tutti gli scrittori che portano a e che discendono da Calvino è un sadico maniacale, chiunque preferirebbe che i suoi parenti più stretti avessero altre qualità. Il buon senso francese, ovvero il buon senso europeo, affrontò il problema:

“Padre eterno voi avete torto
E ben presto dovreste vergognarvi,
Il vostro ben amato figlio è morto
E voi dormite come un ubriaco.”

L'uomo religioso riceve la comunione ogni volta che i suoi denti affondano in una crosta di pane.

Se una razza OMETTE di creare i propri dei, rischia di farsi surclassare.

L'essenza della religione è il presente indicativo.” (pag. 111)

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Seguo gli Ex-Otago dagli esordi. Ci sono affezionato ma davvero tanto. Li preferivo decisamente con Dj Pernacchia ma poi li ascolto sempre, anche se si sono fatti molto ma molto radiofonici. È uscito il loro nuovo disco "Marassi" che è un spazio/quartiere/idea cementificato di Genova che mi piace parecchio.


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Stessa storia per i Baustelle.
Intanto questa.

venerdì 21 ottobre 2016

Donald Trump, Melania Trump, Mattia Ferraresi, Mademoiselle Monk, Le Tigre

Leggere. In giorni di insofferenza. Leggere pagine molto diverse fra di loro. Non capirci nulla in questo caldo che ha qualcosa della meschinità che mi circonda e di cui sono fatto. Ho le mani piene di vesciche per aver pulito una macchina dei pop-corn e aver sottovalutato il calore delle pentole. Tristissimo per aver saputo che il mio miglior collega dovrà sottoporsi a un esame per stabilire se ha un tumore oppure no. La sua faccia distrutta di sessantenne con ancora tanti anni per andare in pensione mi ha travolto. Forse il solo collega col quale ho trascorso dei veri momenti di tranquillità. Ci ho messo due anni prima di scambiarci due parole. Da allora appena possiamo ci diamo una mano. E' un periodo che sono circondato da discorsi su tumori, depressioni, licenziamenti, disoccupazione, sfiducia nel futuro. Poi torno a casa e leggo. Fra i tanti libri che ho letto ultimamente c'è questo:





Trascrivo un estratto:

“L'archetipo del demagogo americano rimane però Huey Long, il populista in doppiopetto gessato che tuonava contro i ricchi e, al grido di “condividiamo le ricchezze!”, ha fatto della sua Louisiana la cosa più simile a uno Stato di polizia che l'America abbia mai sperimentato. La famiglia Long ha dominato per generazioni la politica locale con uno stile a metà a fra la lotta operaia e il clan mafioso. Roosevelt considerava Long un “Mussolini in potenza” e deve aver tirato un sospiro di sollievo quando, un mese dopo che Long aveva dichiarato di voler correre per la Casa Bianca, il parente di un suo avversario politico si è appostato dietro una colonna del Congresso di Baton Rouge, la capitale della Louisiana, e lo ha fatto fuori con un colpo di pistola al petto. I critici storpiavano il suo soprannome, “The Kingfish”, in un germanizzante “Der Kingfish”, mentre lui godeva di una fama principesca presso il suo popolo in cerca di un eroe, coltivata spingendo ancora più a sinistra le promesse di ripresa del New Deal, facendo piovere dal Palazzo uno Stato sociale abbondante e insostenibile. Personalità scintillante, capace di intrattenere e incutere timore nello stesso stesso respiro, Long è stato un trafficante di passioni popolari e congiure di palazzo, un bullo pericoloso che quando è stato eletto al Senato ci ha messo un anno per lasciare la sua residenza da governatore in Louisiana, dove doveva sbrigare alcune faccende prima di trasferirsi a Washington. Il suo successore ha aspettato diligentemente alla porta che si degnasse di traslocare.
Lo storico Peter King ha scritto che era  “un demagogo e, per molti versi, un dittatore; ma non era un fenomeno alieno o un-American”, piuttosto il prodotto originale di un immaginario squisitamente americano condensato nel suo moto programmatico: “Every man a king”, ogni uomo un re. La retorica di Long non prometteva eguaglianza, una sicura mediocrità ben distribuita, ma sfarzo e regalità per tutti. Un messaggio efficace in un paese in cui il denaro non è lo sterco del diavolo ma il nettare degli dei. Il padre di Donald diceva sempre: “Be a king”, devi essere un re, mentre la madre ammirava a bocca aperta la luccicante corte di Buckingham Palace. Trump ha inserito il messaggio di Long nel format di un reality show, sfruttando la potenza delle immagini con mirabile senso dello spettacolo.
Un esempio luminoso è la prima intervista televisiva che la moglie di Trump, Melania, ha rilasciato durante la campagna elettorale. Il contenuto della conversazione con la giornalista Mika Brzezinski è superato e sopraffatto dal contesto. I concetti, pur espressi da Melania in modo chiaro e in un inglese slavizzante che ha una sua musicalità, si affievoliscono di fronte al ltrionfo luccicante dell'atrio della Trump Tower scelto come location dell'intervista, le parole sono inghiottite dalle sedie in stile Luigi XIV ritoccate dall'arredatore di un rapper egocentrico, dai lampadari di cristallo, dai marmi, dalle colonne, dall'abbacinante sfarzo. Un oligarca russo avrebbe suggerito un po' di sobrietà. Quale immagine potrà mai trasmettere alla classe media irrequieta che Trump pasce l'ex modella slovena in questo lussuoso luccicare? Io ho vinto: potete vincere anche voi. Altro che tasse ai ricchi e condivisione delle sofferenze, altro che banchieri da soffocare con il caviale e cinghie da stringere ancora di un buco.
Il particolare brand populista di Trump non  prevede che il grande magnate si abbassi al livello del popolo, si finga povero per esercitarsi con l'empatia, ma che esponga il suo sibaritico stile di vita a chi lo brama. Io non scendo, venite su voi. Quella dell'aspirante first lady non è un'intervista, è una pacchiana promessa di prosperità, è il sogno americano a ventiquattro carati. Si tratta di un episodio da manuale di “plutografia”, l'arte di esibire le ricchezze che negli anni ottanta è quasi diventata una scienza.
Nell'intervista di Melania, naturalmente, c'è la difesa d'ufficio del marito, l'elogio di un rapporto adulto in cui ciascuno ha la sua autonomia, i suoi diritti, i suoi spazi, tanto che Donald ne esce quasi  come un'icona femminista; c'è lo sguardo magnetico di una quarantacinquenne che fra cornucopie traboccanti dobloni e putti che versano Veuve Clicquot dice “sono una full time mom”. A prevalere è la promessa implicita nella scenografia. Trump non vuole tutti gli uomini impiegati standard arredati Ikea, ma coperti d'oro come sovrani. Ogni uomo un re.” (pp. 100-103)





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Un album in superascolto che quelli sopra mi ucciderebbero perché lo ascolto.

giovedì 20 ottobre 2016

"Neolingua La cultura dominante dalla A alla Z"


Di tutte le definizioni contenute nel corposo saggio "Neolingua. La cultura dominante dalla A alla Z" (Circolo Proudhon) curato Lorenzo Vitelli e Andrea Chinappi quella che forse ho maggiormente apprezzato è "Reazionario" di Niccolò Maria de Vincenti, forse perché ormai danno sempre del reazionario anche a me:

"Dare una definizione di "reazionario" negli anni duemila è un'opera complessa se effettuata incautamente. Troppe sono le insidie intorno ad un aggettivo che dal suo conio ad oggi si è riempito di sfaccettature talora radicali talaltra rarefatte. Imprudenti sono altresì i tentativi di mistificare il significato primo del termine "reazione" nella sua accezione storicamente accettata come negativa. Per questa ragione occorre prendere le mosse, in una prima approssimazione, dalla definizione de vulgata che è data dall'aggettivo: colui il quale non accetta cambiamenti della realtà e vi si oppone, colui il quale non tollera lo stravolgimento degli assetti sociali, morali e politici, colui il quale è tendenzialmente ostile a qualsivoglia forma di mutamento. Da questa didascalica visione del fenomeno si evince che l'unica prospettiva del reazionario è restaurare un ordine cosmico sconvolto da un avvenimento storico e riportare alla loro naturale posizione gli assetti della società. Appare inscindibile, come storicamente è stato, il legame tra reazione e rivoluzione, come simmetrico contrapporsi di due realtà fisiche e argomentando da questo assunto si giunge agevolmente alla conclusione che il rapporto causa-effetto reciproco dovrebbe, in via superficiale, essere di visibile constatazione. Di qui la progressiva evacuazione di significato del termine reazionario e la sua sterilizzazione etimologica al fine di confonderne il vero senso teorico. In breve la domanda che occorre porsi è: qual è il vero senso dell'aggettivo "reazionario" alla luce dell'etica corrente? Seguitando la logica dicotomica del "réactionnaire" / "révolutionnaire" cadremmo nella trappola della moderna nomenclatura che divide la vicenda umana in maniera manichea ed astratta, declinando per esempio la contrapposizione in oggetto in quella oltremodo semplicistica di progressisti/conservatori. Per queste ragioni è confacente rivedere il corollario delle simmetrie ideologiche quantomai anacronistiche per il periodo storico che viviamo. Si potrebbe con facilità riportare alcuni paradossi storici che vogliono figure eminentemente rivoluzionarie divenire reazionarie con la stabilizzazione del loro essere rivoluzionari ovvero dello status quo riconosciuto successivo alla presa di potere, con l'ulteriore paradosso odierno che preordinati alla conservazione sono esattamente coloro i quali professavano rivoluzione nell'immediato dopoguerra. Impensabile permanere in queste etichettature poiché vorrebbe dire, essendo i costumi quasi completamente sovvertiti, che chi decanta reazione finirebbe per essere rivoluzionario. Dàvila diceva che i reazionari non sono" sognatori nostalgici di passaggi conclusi, ma cacciatori di ombre sacre sulle colline eterne" e potremmo concludere che l'aforista colombiano ha colto nel segno. Definirsi o sentirsi, o meglio ancora essere reazionario oggi sta a significare difesa in trincea di un sistema di valori che non è più messo in discussione, non è più criticato o combattuto, ma che è stato distrutto dalle fondamenta per essere sostituito con un altro. Nessun mito deve essere sfatato, nessun totem deve cadere. I tabù sono storia, il futuro è segnato in una via tracciata, la verità inemendabile è sancita per l'avvenire. Essere reazionari oggi vuol dire essere moderni senza modernità, vuol dire promuovere il progresso senza il progressismo, vuol dire guardare avanti non negando ciò che è stato, vuol dire essere tradizionalisti e non nostalgici, vuol dire essere reazionari e quindi immancabilmente rivoluzionari." (pp. 239-241)

martedì 18 ottobre 2016

Due righe su "Craxi. L'ultimo statista italiano" di Francesco Carlesi (Circolo Proudhon)



“Capace di disegnare strategie di ampio respiro, amante dell'autonomia e della sovranità, concetti che oggi mancano drammaticamente alla classe dirigente del Paese, tanto da poterlo descrivere come l'ultimo statista italiano. Ce lo vedete qualche leader o uomo politico della Seconda Repubblica tenere lezioni su Garibaldi o sfidare diplomaticamente il Presidente degli Stati Uniti?” (pag. 80)

La mia risposta è “NO” a questa domanda che Francesi Carlesi rivolge all'interno del suo agile e interessante “Craxi. L'ultimo statista italiano” (Circolo Proudhon). Come ci si potrebbe aspettare qualcosa del genere da una generazione di politici e partiti e movimenti che si preoccupano di scie chimiche, scontrini, Jovanotti, caste, bioglocal e via dicendo. Che occupano salotti televisivi giorno e notte. Politici, salvo le solite e sempre più rare eccezioni, incapaci di qualsiasi visione politica, di progettualità di lungo corso. Bravi a riempirsi la bocca di parole che restano sempre parole come banda larga, diritti (utilizzati spesso come specchietti delle allodole), onestà, web, modernità, prelievi fiscali, privatizzazioni, giustizia spettacolo, costi standard. Un mondo politico fatto di tecnici, di contabili, di presunti economisti, di servi della finanza, di teorici strombazzanti sui social network, d'imbarazzanti rivoluzionari, comici, di iene accondiscendenti al politico straniero più in voga . 

Questo libro anche delinea la storia di un uomo discusso e sicuramente controverso, di un uomo ridotto alla figura di tangentaro, di uomo che scappa sotto il lancio di monetine mi ha riempito di malinconia al pensiero di un tempo (sicuramente non il paradiso in terra, tutt'altro), ormai seppellito sotto la furia delle manette, dei processi, del giacobinismo di quarta serie, dove il dibattito delle idee era infuocato (molto bello il capitolo “Le radici culturali. Il Vangelo socialista, il Risorgimento, l'anticomunismo”) con la contrapposizione di Craxi al comunismo e il sostegno ai dissidenti, il suo sostegno alle cause dei popoli che vivevano sotto la dittatura e senza terra, lo sguardo sempre attento al Mediterraneo, l'elaborazione di un pensiero autonomo che coniugasse libertà individuale, impresa e socialismo, l'ambizione di rendere l'Italia una Nazione autonoma, libera, veramente indipendente, capace di guardare negli occhi chiunque. Un'Europa che nel sogno craxiano non doveva vivere di lacci, di imposizioni dall'alto ma di democrazia, comunanza nel rispetto delle varie nazioni, dei popoli, in contrapposizione alla finanza, al mondo bancario, alle multinazionali. Ci sarebbe da scrivere tanto e spero di sviscerare questo saggio intervistando prossimamente l'autore.

Dopo aver letto questo libro ho acceso la televisione e ho seguito questi politici dibattere di referendum costituzionale e elezioni americane e ho spento imbarazzato. Sono tornato a rileggere questo libretto soffermandomi in particolare “Il Vangelo socialista” che ancora oggi contiene spunti di notevole interesse, sicuramente rispetto alle chiacchiere che affollano l'etere e i giornali.

Un libro che mi ha emozionato anche profondamente, forse perché dentro di me scorre ancora lo stesso sangue del mio bisnonno socialista durante il Fascismo, muratore, lettore, morto di tisi. Un uomo fiero, mai comunista e mai democristiano.

Chiudo con le parole che chiudono il libro:

“Il ruolo e le laute conoscenze di cui beneficiarono banche americane come Goldman Sachs in questo contesto sono stati descritti con dovizia di particolari da Pini nel libro “I giorni dell'IRI”. È precisamente da allora che la finanza è divenuta il padrone incontrastato: “sono oggi evidentissime le influenze determinanti di alcune lobbies economiche e finanziarie e di gruppi di potere oligarchici. A ciò si aggiunga la presenza sempre più pressante della finanza internazionale, il pericolo della svendita del patrimonio pubblico, mentre peraltro continua la quotidiana, demagogica esaltazione della privatizzazioni” (nota 155), annotò lo stesso Craxi. La profonda convinzione di essere vittima dell'attacco di questi poteri economico-mediatici ed “il capro espiatorio” del sistema illegale di finanziamento ai partiti su cui si era retta la Prima Repubblica, lo portò a scegliere di lasciare l'Italia, seguendo la frase che, non a caso, fu messa come epitaffio sulla sua tomba: “la mia libertà equivale alla mia vita”. (pp. 81-82)

(Nota 155. Il passo continua con altre parole profetiche: “La privatizzazione è presentata come una sorta di liberazione dal male, come un passaggio da una sfera infernale ad una sfera paradisiaca. Una falsità che i fatti si sono già incaricati di illustrare, mettendo in luce il contrasto che talvolta si apre non solo con gli interessi del mondo del lavoro ma anche con i più generali interessi della collettività nazionale. La globalizzazione non viene affrontata dall'Italia con la forza, la consapevolezza, l'autorità di una vera e grande Nazione, ma piuttosto viene subita in forma subalterna in un contesto in cu è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza.”

domenica 16 ottobre 2016

Philip Murray, "Cari jihadisti…", "I Berserkir", Lansdale, Oakley Hall; un film e le sue spettatrici


Che bello leggere a notte fonda Il Foglio del sabato e trovare Giulio Meotti che recensisce "Cari jihadisti" di Philpi Murray (Miraggi Edizioni, traduzione di Francesca Lorandini e Olivier Maillart) e trovare nella casella della posta il lancio di questo libro:


"I Berserkir" di Vincent Samson (Settimo Sigillo) e approssimarsi a leggere anche questi due:






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Come da stereotipo le sale del mio cinema dove vengono proiettate questo film al termine delle proiezioni sono un vero letamaio. Bottiglie di vetro, alcolici, immondizia varia corridoi e sedili pieni di popcorn e altra merda. La solita adesione all'anticonformismo da salotto. Da spot televisivo. Identico a quello a cui sottostanno i loro compagni di merenda di sesso maschile.

Da quando lavoro al cinema non riesco quasi più a mettere piede in una sala. Mi mette la nausea il solo pensiero.

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Stanco a causa del lavoro, la schiena rotta, fuori dal mondo, lontano dai discorsi che pretendono attenzione mi limito a leggere, a pensare alle domande di un'interviste, a seguire svogliato dal divano un mondiale di ciclismo consegnato per denaro ai principi del petrolio e non solo. Aspetto i giorni di riposo. Il pensiero che va a Emanuel Carnevali. Sempre.


sabato 15 ottobre 2016

Leggendo DeLillo

Leggere DeLillo mi congela i pensieri. Un immenso cielo bianco dove mi muovo al rallentatore. I sogni, il martirio, la malattia, la carne, gli oggetti che mi arrivano incontro lenti incollandomisi al corpo. Ascoltavo mio padre oggi raccontare di mia madre alla mia compagna. Eventi seppelliti nel passato ma ben presenti nella mia memoria. I piatti erano pieni del vuoto che mia madre ha lasciato nella vita di mio padre. Solido. Denso. E sentendo quel vuoto fra le mie dita, sotto il mio coltello si è rinnovata in me la consapevolezza che mai e mai lei si sarebbe sottoposta a un trattamento di criogenia. La sua vita era una sola. La morte era una sola. La vita era un'esperienza limitata. Che aveva voglia di riposare dopo tutto quelle sofferenze. Le parlavo di altre concezioni filosofiche, di reincarnazione, di universi paralleli. Mi disperdevo in argomentazioni confuse. Le dicevo qualcosa ma avrei voluto dirle altro. Con maggiore sicurezza. Lei interrompeva tutti i miei discorsi dicendomi che saremmo rimasti uniti per sempre. A prescindere di tutti i discorsi e di tutte le parole. Io non so più a cosa credere. A chi credere. E perché credere. Ma guardando la mia compagna mangiare quaglie con la panna e polenta ho pensato a quanto mi sarebbe piaciuto tornare indietro nel tempo, quando mi aggiravo per casa come uno zombie, una di quelle mattine nere, e mi sedevo al tavolo in cucina, con un libro in mano, la voglia di bere e fumare davanti a lei che mi dava le spalle, chinata sui fornelli, prima che si voltasse e mi chiedesse "A mezzogiorno ti preparo le quaglie con la panna, cosa dici? Magari ti passa..." Non contava che l'effetto durasse il tempo di un pranzo e che poi il dolore tornasse a spezzarmi in due, contava che lei, dopo avermelo chiesto, aprisse il frigorifero e cominciasse in silenzio a prepararle senza aspettare che le rispondessi.

In quel periodo mia madre ascoltava sempre questo album:


giovedì 13 ottobre 2016

Il freddo mi fa male ma anche no - Birds of Passage

È arrivato il freddo e io vedo ancora tutti con giacche (leggere) aperte. Maglioncini di cotone addosso. Sorridono. Camminano leggeri sotto la pioggia. Si felicitano per la neve caduta sulle montagne. Vivono con serenità l'assalto dell'autunno. Autunno che per me significa avvicinarsi alla resa all'inverno. Io già sto male per queste temperature che al mattino sono gelide ma non invernali. Mi si spezzano le ossa. Mi viene da girare con pellicce d'orso addosso. Di farmi crescere la barba, di andare per boschi a uccidere cervi. Ma i caloriferi li tengo spenti. Inutile sprecare energia. Meglio vestirsi pesanti. Meglio una felpa nera sopra una maglia con le maniche lunghe. Mai capita la follia di girare per casa in maglietta anche quando fuori nevica. Ma il freddo per fortuna cancella le persone per strada. Le dirada. Annienta il presunto divertimento che alimenta le favole di distruzione,d i svago, di rifiuti, di immondizia. I tavolini dei bar si desertificano. Si tende a rimanere al chiuso. Nelle proprie case. I marciapiedi si spogliano di turisti. Restano le pozzanghere. E allora posso riconquistare il respiro, le possibilità di vero cammino. Quello che piace a me. Quello che mi sferza il volto. Io da domani comincio a indossare il cappello di lana. M'aggirerò coi dischi di Birds of Passage dischi in cuffia. E me ne frego del referendum costituzionale, di stronzate varie, di Nobel e dibattiti televisivi. Ho l'ansia che mi comprime il petto. Ho incubi tutte le notti. Il lavoro di distrugge. Gli esseri umani mi annientano. I colleghi maschi con la loro foga maschia mi annoiano. Mi sveglio con la voglia di uccidere. Lo stomaco a pezzi. Se apro il frigorifero mi sento di vomitare. Accendo incenso indiano. Leggo libri su libri. 




mercoledì 12 ottobre 2016

I racconti di "La luce smeraldo dell'aria" di Donald Antrim (Einaudi)




Ogni singolo racconto di questa splendida raccolta di Donald Antrim meriterebbe un commento particolare tanto sono una stratificazione di stili, argomenti, di dialoghi mozzafiato, tipo il racconto iniziale "Un attore si prepara" che mescola Sogno di una notte di mezza estate, la sua rappresentazione in un bosco, la psiche di un professore/attore, pulsioni sessuali, divertimento, alcolismo, liti familiari, adolescenza in fiamme o la sottile perversa angoscia di "Stagno, con fango", con un bambino in mezzo a due genitori seduti a un bancone. Ma sono stati in particolare due racconti che mi hanno impressionato per la loro bellezza e tutti e due raccontano di depressione, malattie mentali, solitudini, crolli: "Ancora a Manhattan" che racconta l'odissea di una coppia disturbata per le vie di New York, fra shopping, psicofarmaci, alcolici, depressione, bar e tavole calde, un appartamento dove sognare una nuova vita che forse non arriverà mai e "Lui sapeva" con un uomo che entra ed esce dalle cliniche col cervello e il cuore a pezzi, con una moglie che lo ama e lo tradisce con un amico. In questo racconto assistiamo come in diretta al crollo, forse definitivo, di un essere umano. Lo si vede entrare da un fiorista per comprare un bouquet per la moglie e lentamente perdere il controllo di se stesso, davanti alla bellezza della commessa e sballottato dai propri pensieri di cura, in balia della propria sofferenza, senza soldi per pagare un bouquet che diventa un ammasso di fiori e poi scappare via, rubando con questi fiori, sotto la neve, lungo i marciapiedi di New York, in una corsa disperata fino a raggiungere il locale dove la moglie lo aspetta preoccupata insieme agli amici. Ci arriva ferito, lacero, sanguinante, coi fiori in pessime condizioni, in lacrime, destinato all'ennesimo ricovero. Donald Antrim in questo racconto commuove, prende alla gola il lettore, restituisce in maniera soffocante e precisa la deriva carnale e psichica di un essere umano, in bilico fra sanità e follia, fra medicine e terapie, fra amore e tradimento, impossibilitato a cambiare, con la vita segnata per sempre. Per sempre solo in una stanza d'ospedale chiamata vita.

martedì 11 ottobre 2016

Un estratto da "I cani di paglia" di Pierre Drieu La Rochelle (Edizioni di Ar)



Rileggere Drieu, di qualunque libro si tratti, romanzo o saggio, mi riempie il cuore di emozioni indescrivibili. La mia testa si fa turbinio di pensieri, riflessioni, dubbi, drammi. “I cani di paglia” (Edizioni di Ar, traduzione di Franco G. Freda) é il suo ultimo romanzo scritto nella primavera del 1943. Nella primavera del 1945 si sarebbe suicidato. Lancinante, sferzante, doloroso, con un finale a sorpresa che come sempre mi ha strappato un tragico sorriso.

Un estratto:

“La volontà di potenza implica pienezza come ascesi: lui non cercava forse l'ascesi più che la pienezza carnale, la pienezza d'un io cosciente, certo di affermarsi e pronto al trionfo? Mortificava il corpo, frangeva la volontà, umiliava tutte le fonti di gioia nella disciplina militare, nell'esilio delle piccole piccole postazioni mauritane, nella promiscuità sordida di cantine e mense, nella povertà e nell'assurdità di una conquista coloniale dove il conquistatore era il segreto ammiratore del conquistato, cui però distruggeva la ragione d'essere. E tutto per che cosa? In fondo, sapeva bene che come francese era morto, che non potendo più esserlo come ai tempi del re Sole riusciva a essere soltanto un uomo che, condannato al fallimento nella vita, nel mondo, era votato all'altro mondo, alla metafisica e al sogno. Come il pederasta P., aveva indossato l'uniforme del soldato allo scopo di trovare nel suo rovescio il saio da monaco. Aveva seguito lo stesso percorso di Giuda.
E d'altra parte, Nietzsche stesso ben sapeva di essere in Europa semplicemente il primo decadente lucido e consapevole, il primo decadente che scrutava la funesta fatalità della decadenza cercando di arrestarla e contenerla mediante una filosofia della disperazione. Nietzsche faceva esclusivo assegnamento sulla volontà, sul miracolo d'una volontà, sul miracolo d'una volontà che, per il fatto di innestarsi su un istinto andato a male, diventa la cosa più artificiale del mondo. Ma egli era prima di tutto un decadente e in lui, nella sua tragica esistenza e nell'aria stessa che circolava nella sua opera, penetrava questa orrenda astrazione che egli definiva, temeva, condannava e alla quale non sfuggiva. Nietzsche, una volta letto davvero nella totalità e nella profondità della sua scrittura, lasciava trasparire un che di equivoco, addirittura di obliquo. Che cosa voleva veramente Nietzsche? Non certo quella rappresentazione corporale e politica, candidamente cinica, che è stata a lui attribuita, secondo la quale fascisti e comunisti possono reputarsi suoi discepoli (in quest'incontro ambiguo costoro si sminuirebbero quanto lui, perché gli incontri tra filosofi e uomini d'azione generano travisamenti in cui entrambi ci rimettono). No, Nietzsche voleva qualcosa di molto delicato, di molto sottile, di molto puro nonostante la sua psicologia della crudeltà, la sua diagnostica della violenza: sapeva bene che tentativi di restaurare la salute primigenia avrebbero semplicemente rivelato l'inettitudine, da parte della modernità, di ripristinare le tensioni vitali connaturate nella Antichità aurorale, nella Rinascenza ai suoi albori. In fondo, non voleva una cosa molto differente da quella che voleva Gesù. Ciò di cui più ha sofferto e che forse ne ha, alla fine, ottenebrato lo spirito, è stato l'aver presentito – e quel presentimento gli ha ingenerato arroganza, vanteria e disperazione – di non potersi strappare dal modello di Gesù: l'aver presentito che, in fondo, si limitava a imitare quel modello. Pur essendo nemici dei cristiani, hanno veramente un sangue diverso da loro, i nietzschiani? L'individuo moderno – che risulta un iperintellettuale: iperintellettuale anche quando non è uomo di cultura, anzi tanto più iperintellettuale quanto meno è colto-, così spaventato, così nervoso, così angosciato nel compimento della propria volontà, riesce davvero a essere tanto differente da quell'altro individuo “moderno”, da quell'altro bipede iperintellettuale che procedeva con passo rattrappito alla volta dell'incultura, da quell'essere così profondamente degenerato che era il cristiano giudeo, greco o romano?
Lui, Constant, nietzschiano cornuto, cornuto come tutti i nietzschiani d'Occidente, cornuto come Nietzsche stesso, scruta quei mostri che si sono levati nell'Est dell'Europa: mostri immani che sopravanzano  in enormità le figure nietzschiane, perché di fronte a Tamerlano bisogna pur dire che Alcibiade e Borgia erano dei principianti, dei dilettanti, dei maestrucoli di borgata. Ma Constant aveva veramente tutte le tare di Nietzsche, tutte le tare denunciate e incarnate da Nietzsche? Dopotutto era stato soldato e practical jocker in Africa, e questo Nietzsche non lo era stato. Si era infognato in tutte le mercature umane, i commerci del sesso, del denaro, del potere: Nietzsche auspicava forse per i suoi discepoli un esito di questo tipo, ma la superba finezza e gli effetti di sfinimento e di estenuazione delle sue diagnosi lo rendevano troppo arduo per loro. Dopotutto, Constant non era un degenerato che si rifugia nell'altro mondo, ma un uomo che aveva vissuto e che procedeva lentamente, progressivamente verso il distacco e la trascendenza conformi alla sua età. O piuttosto la simultaneità delle due grandi attitudini umane che la teoria pretende sempre di opporre l'una all'altra e di distruggere l'una attraverso l'altra, mentre la pratica ne dimostra l'intima commistione e la forza vitale scaturente dalla loro reciproca decantazione: l'inclinazione dell'eroe e la vocazione del santo. Constant non era nulla di tutto questo e aveva sempre avuto in orrore quelle riuscite spettacolari che fanno inevitabilmente pensare, per contrasto, a certi esseri sconosciuti e magnanimi, i quali sono sempre esistiti al mondo e si dimostrano, in silenzio, con il loro silenzio, più eroi di Napoleone e più santi di San Francesco. Ma aveva perseguito in sé, con un vigore sempre più disinvolto e tranquillo, il culto modesto, ora gioioso ora amaro, di quelle due attitudini così intime negli uomini, non appena essi sappiano di non poter essere più animali. Ah! Certo, gli animali nella loro permanente perfezione sono ben superiori agli uomini con i loro scarti e brancolamenti.
A furia d'essere nietzschiano, Constant finiva per misconosce la grandezza personale di Nietzsche.” (pp. 91-93)

Sparsi in questi giorni (Il Foglio, DeLillo, Armageddon, Post-Industriale, Paul Beatty)


Volevo leggerlo ieri ma l'ho letto stamattina che non lavoro. Molto bello il nuovo Il Foglio del lunedì. Interessante il lungo articolo di Mattia Ferraresi: "L'oppio dell'America" e anche pungente il commento di Giuliano Ferrara: "Trump è una disgrazia per il pensiero libero, ve lo avevo detto".

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Li leggerò fra non molto:





Maggiori informazioni qui e ne hanno scritto su Rockit: "Viaggio nella scena Post-Industriale italiana degli anni '80"




lunedì 10 ottobre 2016

Le pagine


Questo libro profuma di cantina, delle mie mani sudate tutte le volte che l'ho preso in mano, del mio sangue, dello sperma attaccato alle mie dita un giorno che lo lessi a notte fonda, insonne, dopo avere scopato, di vino, di birra, di lacrime. Ci ritorno continuamente. Stamattina per trovare la forza di uscire di casa ne ho letto alcune pagine. Senza libri sarei morto da tempo. Non sono stati solo passione, divertimento, piacere, ricerca, studio ma anche medicina, rimedio al dolore, alle vicissitudini. Ho letto spesso al capezzale di persone che ho amato. Nei miei periodi da incubo ho letto fino a farmi male gli occhi. Quando non avrò più voglia di leggere, allora sarà il momento migliore, giusto, per morire.