mercoledì 31 agosto 2016

"La casa degli incontri" di Martin Amis (Einaudi) + "Koba il Terribile" + "Gulag" + "Gli uomini di Stalin"




Quando leggo e rileggo i romanzi di Martin Amis mi sento da Dio. Una mattina intera dalle 7 a mezzogiorno a leggere “La casa degli incontri” (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato). Dentro a questo libro ci sono il gulag, l'orrore del comunismo e del totalitarismo sovietico, una grande storia d'amore, due fratelli accomunati dallo stesso orrore e amore, la follia, il disastro della Russia di oggi, l'orrore che si perpetua, la fine dei sogni, la violenza, il sesso, l'antisemitismo. Quando sono arrivato all'ultima pagina ho finalmente respirato con gli occhi gonfi di lacrime. Che straordinario scrittore.

Trascrivo solo un brano perché andrei avanti a trascrivere tutto il romanzo:

“Ecco com'era ripartito il potere nella nostra fattoria degli animali. Al vertice c'erano i porci – i vigilanti utilizzati dagli amministratori e dalle guardie. Poi venivano gli urka: catalogati come “elementi socialmente vicini”, godevano della qualifica di affidabili, esentati, per di più, dal lavoro. Sotto gli urka c'erano le serpi – i delatori, gli uno su dieci, e sotto le serpi le sanguisughe, truffatori borghesi (falsai, malversatori e compagnia bella). Vicino alla base della piramide si trovavano i fascisti, gli oppositori, i cinquantotto, i nemici del popolo, i politici. Poi venivano le cavallette, i minorenni, i mostricciattoli: figli illegittimi della rivoluzione, delle migrazioni forzate e del terrore, erano gli orfani spietati dell'esperimento sovietico. Senza le loro leggi e i loro protocolli assurdi, gli urka sarebbe stati come le cavallette, solo più grandi. Per le cavallette non erano previste le norme...Infine, giù giù nella polvere, c'erano i mangiamerda, i casi disperati, quelli ridotti al lumicino; incapaci ormai di lavorare e di sopportare i morsi della fame, si azzuffavano con un filo di forza per spartirsi escrementi e rifiuti. Io, al pari, di mio fratello, ero un “elemento socialmente estraneo”, un politico, un fascista. Inutile dire che non ero fascista. Ero comunista. E comunista sono rimasto fino al primo pomeriggio del 1 agosto 1956. C'erano anche gli animali, animali veri, nella nostra fattoria degli animali. Cani.” (pp. 24-25)

Da leggere (fra le altre cose, come dimenticare Salamov o Solženicyn?) insieme a un'altra splendida opera di Amis, "Koba il Terribile" (Einaudi):



e a "Gulag" di Anne Applebaum (Mondadori):





martedì 30 agosto 2016

Thomas Ligotti, Teatro Grottesco, Current 93, Tommaso Labranca



I racconti di “Teatro grottesco” di Thomas Ligotti (il Saggiatore, traduzione di Luca Fusari) sono inquietanti, disturbanti. Come se aprissero la porta di quella stanza oscura che sta dentro di noi. Si precipita leggendoli. Si spengono le luci in casa. Si percepiscono rumori nel silenzio. Baluginii di strane creature che avanzano sul pavimento. 

Due estratti dai primi due racconti: 

“In fondo al piano interrato vidi un affare ibrido che sembrava un incrocio fra il trono di un monarca e una sedia elettrica. Legato all'aggeggio da cinghie che ne bloccavano braccia, gambe e testa c'era il ragazzo in abiti di seconda mano. Aveva gli occhi aperti ma lo sguardo spento. Mi accorsi che la sorgente del liquido denso e verdastro era un serbatoio grosso quando una botticella appeso vicino alla sedia. Sul serbatoio, sopra un pezzo di nastro adesivo di carta, la scritta TRAVASO. Qualunque spettro o spirito o altra entità avesse abitato la testa del ragazzo – mio padre sembrava averne risucchiata una quantità notevole – andava ora a scolare nella fogna. Uscita dal contenitore, questa cosa doveva essere deperita, andata a male, perché non mi sembrava emanare alcuna aura spettrale, maligna o benigna. Non sapevo dire se il ragazzo fosse ancora vivo in qualunque senso convenzionale della parola. Poteva darsi che lo fosse. In ogni caso era in condizioni tali da costringere la mia famiglia, ancora una volta, a trovare un'altra casa dove abitare.”
(“Purezza”, pag. 26)

“Quando gli altri ripartirono per la città, io rimasi lì. Presto sarebbe arrivato un altro responsabile cittadino e non avevo affatto voglia di stare a vedere quale forma avrebbe assunto la nuova amministrazione. Andava così da sempre: a un responsabile cittadino ne succedeva un altro, a ogni giro ecco uno sfoggio di degenerazione più grande, come in una gara all'incancrenimento senza limiti. E senza fine. Quanti altri ne sarebbero venuti e andati, portando via ciascuno un pezzo del posto dov'ero nato e dove cominciavo a invecchiare? Pensai a come'era cambiata la città da quand'ero bambino. Pensai al mio sogno di gioventù, la casa nel distretto Collina. Pensai alla mia vecchia ditta di consegne.
Poi mi incamminai nella direzione opposta alla città. Fino a una strada. E imboccai quella strada fino a un'altra città. Ne attraversai tante, città piccole grandi, sopravvivevo facendo pulizie e altri lavoretti occasionali. Tutte erano gestite secondo i princìpi della mia vecchia città, ma non ne incontrai nessuna che avesse raggiunto un così avanzato stadio di degenerazione. Me n'ero andato nella speranza di trovarne una che fosse fondata su princìpi diverassi e operasse secondo regole diverse. Ma una cità così non c'era, o non la trovai. A quel punto temevo di non avere altra possibilità che farla finita.
Non molto tempo dopo che mi fui chiarito questi fatti della mia esistenza, sedevo al banco di una tavola calda piccola e squallida. Era tarda notte, mangiavo una minestra. E pensavo a come farla finita. La tavola calda era in una cittadina, o forse in una grande città. Ora che ci penso, si trovava sotto un cavalcavia austostradale, quindi doveva essere una grande città. L'unico altro cliente era un uomo ben vestito, seduto all'altro capo del bancone. Beveva caffè e mi accorsi che di tanto in tanto mi lanciava un'occhiata di sbieco. Mi voltati verso di lui e lo fissai a lungo. Sorrise e mi chiese se poteva sedersi dalla mia parte.
“faccia come le pare. Io sta andando via.”
“aspetti” disse mentre si sedeva sullo sgabello vicino al mio. “Lei di che cosa si occupa?”
“Di niente in particolare. Perché?”
“Non so. Ha l'aria di uno che si sa orientare. Ne ha visti, di posti, o sbaglio?”
“Più o meno.”
“Immaginavo. Senta, non sono qui per chiacchierare. Lavoro a provvigione, cerco gente come lei. E credo che lei abbia la stoffa giusta”
“Per che cosa?”
“Per fare il responsabile cittadino.”
Finii le ultime cucchiaiate di minestra. Mi pulii la bocca con un tovagliolo di carta. “Mi dica di più.”
O così o la faceva finita.” (“Il responsabile cittadino, pp. 41-42)

Su Carmilla é uscito tempo fa un bello e esaustivo di Walter Catalano: “Lo strano caso di Thomas Ligotti” e visto che in questo si parla del sodalizio fra Ligotti e quello straordinario gruppo che sono i Current 93 lascio un loro straordinario album del 1984, "Nature Unveiled":





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La notizia della morte di Tommaso Labranca mi ha riempito di tristezza. Ho letto i suoi libri e i pezzi che uscivano su Libero. Su Libero un ricordo di Francesco Specchia: "Addio Tommaso Labranca: il nostro Truman Capote emarginato dai salotti chic"
I suoi libri che mi sono piaciuti di più:


"Chaltron Hescon"


"Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli"


"Il piccolo isolazionista. Prolegomeni ad una metafisica della periferia"

lunedì 29 agosto 2016

"Una metamorfosi iraniana" di Mana Neyestani (Coconino Press)


Dovrebbero leggere questa graphic novel tutti i teorici dell'alleanza, equidistanza, leccaggio di culo, piedi, denaro, risorse con l'Iran. 

Che se ne vada a fanculo anche l'Iran.
Che se ne vadano a fanculo sunniti, sciiti e compagnia bella di ogni provenienza del cazzo.
Quante frustate mi merito?

Mi circondo di dolore, birra, This World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die, peperoni, fulmini, tuoni, lacrime.

domenica 28 agosto 2016

domenica senza negozi aperti; leggendo "Israele. Terra, ritorno, anarchia" di Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri)

Che bello uscire dal lavoro e non trovare negozi aperti. Ne ho scritto spesso. Ma questo è uno degli aspetti più belli della Svizzera. Anche tanti bar, kebabbari, ristoranti sono chiusi. Si respira una pace che nulla ha a che fare con quello a cui vengono sottoposti i miei connazionali italiani e non solo. Ieri sono stato in un Iper comasco e mi é mancato il fiato. Per riprendermi ho dovuto accendere la radio a tutto volume mentre tornavo a casa.

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Un estratto da un libro che ho letto e su cui sto riflettendo molto per motivi vari:

“1. Netivot be-Utopia

Il libro di Buber “Sentieri in utopia”, apparso per la prima volta in ebraico nel 1947, è un classico delle utopie che hanno accompagnato la fondazione dello Stato di Israele. In tal senso può essere avvicinato al romanzo utopico “Altneuland” (L'antica terra nuova), pubblicato già nel 1902, in cui Theodor Herzl prefigurava uno stato degli ebrei organizzato per cooperative e secondo un sistema mutualistico. Tuttavia l'opera di Buber, in cui si condensa il suo pensiero politico, ancora in realtà da riscoprire, si distingue non solo per il tono profetico, l'ispirazione messianica, la prospettiva escatologica, ma anche per l'originalità della sua riflessione filosofica che si coniuga sempre con un accorto realismo. 
Attraverso una lettura originale della tradizione socialista, anarchica e marxista, Buber sviluppa il suo pensiero intorno a due parole-chiave: utopia e comunità. E il socialismo, utopico, comunitario, dialogico, inteso come rivoluzione permanente, costante rigenerazione delle cellule sociali, appare in una nuova liuce: la luce della Torà.
L'alternativa al capitalismo, guidato dalla logica efferata e perversa dell'economia e da uno stato accentrato, burocratico, totalitario per vocazione, non è il socialismo sovietico, per Buber a dir vero un capitalismo di stato, realizzato con mezzi altrettanto e più totalitari, che ha semmai introdotto ulteriore asservimento e oppressione. A Mosca si contrappone Gerusalemme, polo di un socialismo altro, di un socialismo dell'altro.
Il futuro dell'utopia socialista sta nell'esplorare gli infiniti modi in cui comunità autonome e autogestite possano inventare nuove forme di vita. E nel suo “esemplare non-naufragio” il kibbutz, la comune ebraica in Israele, resta un punto fermo. Tanto più in un mondo che – come prevede Buber – richiederà presto una amministrazione comune. Alle soglie della globalizzazione incipiente il pericolo viene additato in un illimitato potere planetario, una sorta di stato mondiale, la chance effettiva invece, in una “comunità di comunità”, in uno sviluppo autonomo di comunità diverse e diversamente organizzate il cui legame è quello del dialogo.” (pp. 54-55)

sabato 27 agosto 2016

Klondike, Ut, Jack London, Il vagabondo delle stelle, Cioran, Cavalcare la tigre, dischi

Stanchissimo di lavoro passo il tempo seduto o sdraiato sul letto a leggere libri e fumetti, ascoltando musica, bevendo birra.  Fumetti come l'ultimo episodio di "Ut"


oppure "Klondike"


che è un bell'omaggio a Jack London di cui tra l'altro le Edizioni di Ar hanno appena riproposto "Il vagabondo delle stelle" che è un romanzo magnifico:



E intanto rileggo con più attenzione questi due libri:


(qui)


E ascolto dischi, i soliti ormai, tutti quelli di Elliott, i Nirvana, Mercury Rev, Slint, Caspian, Tim Hecker, Crystal Castles, etc.:



venerdì 26 agosto 2016

Moksha, Barbera, The Girls, il lago, Mezzogiorno di fuoco

Sono stanchissimo per colpa del lavoro.
Vivo il lago solo in quei rari momenti in cui è quasi deserto.
A casa cucino torte salate e bevo birra mescolata a Barbera.
Mi sono strappato due unghie con le pinze.
Sangue.
Dolore.
Erano rotte.
Spezzate.
Sempre per colpa del lavoro.
Il lavoro è solo una prigione.
Non darà mai libertà.
Non garantisce dignità.
Il lavoro è schiavitù.
Preferisco Lafargue mescolato al saper procurarsi il cibo in maniera discordante da questo sistema.
Tutte belle parole.
Una valanga di stronzate.
I vicini tornano dalle loro cazzo di case al mare o da dove cazzo vengono questi stronzi.
Purtroppo.
Domani torneranno a rompere i coglioni.
I peggiori sono sempre un certo tipo di italiani.

Aspetto l'uscita per Einaudi di questo romanzo:



E ascolto questa canzone tutte le volte che posso:


tornato dal lavoro ho rivisto questo capolavoro:


Quanta forza mi ha dato vederlo.
Davvero tanta.
Sentirsi soli.
Abbandonati.
Lasciati soli a se stessi.

giovedì 25 agosto 2016

"Gentrification Tutte le città come Disneyland?" di Giovanni Semi (il Mulino)

Oggigiorno l'aspetto visivo della città americane ed europee conta, perché le identità dei luoghi sono costruite per farne dei siti di godimento. Il piacere visivo di un frutto in un mercato urbano, o quello di un negozio di cibo di qualità, colloca quel quartiere “sulla mappa” dei piaceri visivi e ne fa un luogo da gentrificare. Un caffè che compare sul marciapiede sta togliendo le strade ai lavoratori qualsiasi e ai senzatetto.” (Zukin)






Gentrification. Tutte le città come Disneyland?” di Giovanni Semi (il Mulino) è uno di quei saggi che consiglio a tutti quelli che come che vivono col cuore spezzato per quello che sta accadendo alle città, alle metropoli, ovunque. A tutti quelli che quando camminano per la nuova Milano gli si riempiono gli occhi di lacrime per l'opera di colonizzazione/distruzione/gentrificazione messa in atto. Tutti quei tavolini, tutte queste pseudo opere d'arte, queste archistar, questi creativi, fotografi, parrucchieri, coltivatori da balcone che si aggirano per strada come zecche.

Un estratto:

“Il fiorire di negozi vintage, birrerie artiginali, pasticcerie siciliane ma anche la pressione sulle arterie commerciali tradizionali da parte di marchi spagnoli, americani o dalla provenienza transnazionale, fa tutto parte di un mutamento che unisce strategie aziendali spesso globali e mutamenti a scala locale. Come consumatori desideriamo sempre di più poter comporre il nostro patchwork vestimentario o alimentare in maniera eclettica, e per questo domandiamo un'offerta differenziata. Questa viene, a sua volta, prodotta tanto in forma massificata in Cina o in Bangladesh che in maniera semiartigianle in laboratori disposti nelle aree circostanti la città o in regioni produttive limitrofe. La città diventa quel luogo che rende possibile l'incontro tra le aspirazioni individuali a consumare in maniera socialmente legittima e l'offerta globale di chance per farlo. Il panorama godibile e rinnovato di San Salvario a Torino [Bolzoni 2014], dell'Isola a Milano [Semi 2011], come dell'East Village di New York [Zukin e Kosta 2004] è dunque la manifestazione locale di una trasformazione globale. È possibile dunque parlare di una “gentrification commerciale” [Deeener 2007; 2012; Lloyd 2006; Ocejo 2014; Zukin et al. 2009]. Essa si compone di cambiamenti che sono in apparente contraddizione tra loro, come la comparsa simultanea di piccole boutique e di catene commerciali. La bottega che vende abiti in cotone biologico e sostenibile e loutlet di Zara, pur impiegando capitali diversi e spesso insediandosi in aree commerciali distinte, hanno il comune effetto di spiazzare la piccola merceria o il ferramenta, cioè il commercio locale tradizionale.
Riassumendo, nel panorama urbano possiamo distinguere tra tre tipologie commerciali che, secondo Zukin e i suoi collaboratori, individuano altrettante forme di capitale differente; un capitale neoimprenditoriale per le boutique, un capitale transnazionale per le catene e uno, invece, fortemente locale e in via di estinzione che caratterizza il commerciante tradizionale [2009, 56-62]. Sono capitali economici, certo, ma anche capitali sociali, nella misura in cui individuano delle reti di relazione articolate in maniera differente. Dalle giovani coppie di genitori alla ricerca di pannolini biodegradabili e di zucchine bio che creano gruppi d'acquisto solidale con sede in alcuni negozi del centro, fino ai turisti a caccia di saldi nelle vie commerciali, si vedono operare reti e relazioni molto differenti. In questi commerci si materializzano anche capitali culturali di segno diverso, per rimanere nel quadro sociologico bourdiesiano, perché clienti e commercianti partecipano di mondi del consumo in cui condividono temporaneamente visioni del mondo e competenze culturali adeguate al consumo del bene che è oggetto della trattativa. Sapersela cavare in una merceria, in una passamaneria o da un ferramenta è questione di linguaggi specialistici, ancora una volta, di cultura e capitale culturale.
Si tratta di gentrification commerciale perché, al pari di quella vista finora, essa corrisponde a una sostituzione della popolazione commerciale precedente, che talvolta viene espulsa esattamente come accade per quella residente (e con lo stesso meccanismo: l'aumento del canone d'affitto), e che, più in generale, si caratterizza per essere più benestante (nel caso della catene commerciali) o elitaria (nel caso delle boutique) di quella precedente. Una volta gentrificato commercialmente, un quartiere o una strada diventa un luogo che parla una lingua comprensibile solo a certi abitanti e non a tutti. Rinasce, ma non per tutti. In particolare, i vecchi residenti (che non necessariamente sono anziani, anche se è spesso il caso) vedono cambiare sia i vicini di casa che i negozi che hanno sempre frequentato. Un panorama urbano dotato di una sua coerenza e intelleggibilità diviene, nel giro di poco tempo, meno comprensibile. Muta sia nella sua apparenza spaziale che nella dimensione temporale, nei ritmi urbani. Che ci fanno tutti questi giovani, di notte, nei bar? Perché hanno tutti quei tatuaggi? Cosa stanno bevendo? Che vita faranno, di giorno, se la notte possono passarsela con gli amici? Si tratta di domande banali, che raramente ci poniamo perché magari vicini per generazione, classe e pratiche di consumo a questo di abitanti urbani. Diversa è la prospettiva della signora del terzo piano, che vive da sola con i suoi gatti, grazie a una pensione, e che così come ha visto declinare progressivamente il numero di amici e parenti in vita, sta negli ultimi tempi vedendo chiudere il macellaio di fiducia, il giornalaio o il panettiere. 
Riqualificazione, rivitalizzazione, rigenerazione, sono tutti concetti che cercano di esprimere in modo positivo dei mutamenti che, come abbiamo cercato di illustrare, neutri non sono. Al mutare del volto della città, alcuni abitanti sorridono, molti altri meno. (pp. 107-109)

martedì 23 agosto 2016

La mia copertina del giorno + Crystal Castles - Amnesty (I)


Come altro definirli questi tre?
Becchini, come d'altronde tutti quelli che li hanno preceduti.
Al governo in italia, in europa. ovunque.

Per fortuna che è uscito il nuovo disco dei Crystal Castles, "Amnesty" (I ) con Edith al posto di Alice:




lunedì 22 agosto 2016

La pipa di Maigret, Terminus Radioso, utero in affitto, Giuditta Boscagli, uno dei dischi della mia vita


Maigret scriveva da Dio. "La testimonianza del chierichetto", contenuto in questo libro, è un racconto superbo. Da piccolo volevo diventare anch'io un chierichetto ma poi quando mi trovai davanti al prete, cambiai idea.  Un estratto commovente da questo racconto:

"La febbre stava salendo, ma a Maigret non importava più misurarla. Andava benissimo così. anzi, era meglio. Le parole suscitavano immagini, e le immagini acquisivano una nitidezza straordinaria. Come quando da piccolo, malato, aveva l'impressione che la madre, china su di lui, si ingigantisse fino a oltrepassare i confini delle pareti." (pag. 83)

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- un romanzo che mi sembra molto interessante - 

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"Femministe contrarie all'utero in affitto. Ma non si deve dire" é un bell'articolo di Claudio Risè uscito oggi su Il Giornale. Parla di questi libri:





(qui)


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Giuditta Boscagli è la figlia del mio professore di matematica in collegio. Giulio Boscagli. Chi si occupa di politica, chi legge i giornali lo conoscerà sicuramente. Non conosco minimamente Giuditta. Ma sono una specie di romantico e sono molto curioso di leggere il suo libro. Per questioni totalmente mie. La mia storia e quella della mia famiglia si intrecciano continuamente con quella di Cl. Un servizio su Giuditta.

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venerdì 19 agosto 2016

Nicolás Gómez Dávila, McDonald's, Blue Jasmine, Lali Puna, Savages

"Tutti si sentono superiori a quello che fanno perché si credono superiori a quello che sono. Nessuno crede di essere quel poco che è in realtà."

(Nicolás Gómez Dávila)

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Oggi dopo il lavoro ho visto un McDonald's pieno di bambini e bambine, famiglie, padri e madri, nonni e nonni. Sedevano, mangiavano, ordinavano, sorridevano, urlavano, sbavavano unti. Il frastuono nelle orecchie. Avevo mangiato un panino mentre guidavo. L'abitacolo della mia attuale macchina, una Kia Picanto Blu usata, e di tutte le macchine che ho guidato (Fiat Uno, Panda, Punto, Polo), è sempre stato uno dei luoghi più sicuri dove mi sia capitato di entrare e sedermi. Luogo di libertà, spostamento e garanzia di morte. Il brivido che mi prende sempre quando mi metto alla guida. Agosto sta finendo. Un mese di merda. Bevo Barbera e cucino zucchine e assaggio insalata russa di buona qualità. I bambini progettano attentati alle casalinghe del palazzo. Li sento sorridere. Una ragazza fuma in vestaglia sul balcone. Cerca di essere sexy ma è solo una donna volgare. Ho acceso ceri ai miei santi per stemperare l'odio che sento dentro. Verso me stesso e verso il mondo che mi circonda. Ho letto l'ultimo numero di Nathan Never. Letto quotidiani a raffica. Lavorato tantissimo. Visto un collega nudo che si fa la doccia vantandosi che il suo cazzo è come quello di un negro. Accarezzato il gatto di una donna seduta su una panchina che mi offre per averla aiutata ad attraversare la strada un sorso di birra.

Stasera riguarderò sulla televisione svizzera questo bellissimo film:



Oggi ascoltavo queste canzoni.



mercoledì 17 agosto 2016

Glamorama, Ellis, Liz Phair, Katia Bagnoli, Lucia Berlin, Gary Shteyngart



Rileggendo Glamorama di Bret Easton Ellis (Einaudi, traduzione di Katia Bagnoli) ritrovo sempre le emozioni della prima lettura (anche se non ho l'opera più riuscita dello scrittore statunitense). Ci ritrovo anche citati tutta una serie di artisti, musicisti, band, attori coi quali sono cresciuto. Ed é bello quando riaffiorano ricordi legati a Liz Phair. 



Poi Ellis quando scrive del protagonista, Victor, che si sente seguito per strada, parla anche del sottoscritto perché quando esco per strada a me sembra sempre che ci sia qualcuno che mi stia seguendo e spesso mi volto perché mi sento in pericolo, come se stesse per accadere qualcosa di spiacevole.

Due estratti piccoli (quello delle ciotole mi ricorda una stronza di pseudo artista coi soldi che le uscivano dal buco del culo che cercava di convincermi che le sue idiozie fosse opere d'arte) ma avrei voluto trascrivere l'attacco e la chiusura della seconda parte:

“Victor, - dice Waverly - Questa è Ruby. È una progettista di ciotole. Realizza ciotole con materiali tipo il riso.
-Una progettista di ciotole? Wow.
-Realizza ciotole con materiali tipo il riso, - ripete Waverly, con lo sguardo fisso.
-Ciotole di riso? Wow-. Ricambio lo sguardo. - Hai sentito che ho detto “wow”?
Il rocchettaro triste vaga per la pista e quando fissa le palle stroboscopiche, una dozzina e più, va in trance.” (pag. 77)

“Chloe si autoipnotizza guardando il proprio riflesso in uno specchio in fondo alla sala mentre Brad Pitt e Gwyneth Paltrow inneggiano alla sua scelta di smalto per le unghie e ci allontaniamo gradualmente l'uno dall'altra e quelli che non si stanno drogando accendono i sigari, così ne prendo uno anch'io e da qualche parte sopra di noi i fantasmi di River Phoenix, di Kurt Cobain e di mia madre guardano giù, assolutamente morti di noia.” (pag. 238)




Poi, anche dopo averlo terminato, mi capita quotidianamente di riaprire il libro della Berlin e rileggerne alcune righe. Questo passaggio tratto dal racconto “Silenzio” io me lo sento dentro. La chiusura é un colpo al cuore.

“La guerra finì e mio padre tornò a casa. Ci trasferimmo in Sudamerica.
Lo zio John viveva nei bassifondi di Los Angeles, alcolizzato perso. Poi conobbe Dora, che suonava la tromba nella banda dell'Esercito della Salvezza. Lo convinse a seguirla nel ricovero, gli diede un piatto di minestra e parlò con lui. In seguito raccontò di averla fatta ridere. Si innamorarono, si sposarono, e lui smise per sempre di bere. Quando fui un po' più grande andai a trovarli a Los Angeles. Lei faceva la rivettatrice alla Lockheed e lui aveva una bottega di restauro di mobili antichi nel garage di casa. Erano le persone più dolci che abbia mai conosciuto, dolci l'uno con l'altra, intendo. Andammo al cimitero di Forest Lawn, alle pozze di catrame di La Brea e al ristorante Grotto. Davo una mano allo zio di John al negozio, scartavetravo i mobili, li lucidavo con l'acquaragia e uno straccio imbevuto di olio di semi di lino. Parlavamo della vita, scherzavamo. Non abbiamo mai parlato di El Paso. Ovviamente nel frattempo avevo capito i vari motivi per cui non aveva potuto fermarsi, perché nel frattempo ero diventata anch'io un'alcolista.” (pag. 384)




“Carissimo diario, 
oggi ho preso una decisione fondamentale: io non morirò mai.
Morirà la gente intorno a me. Verranno annullati. Della loro personalità non resterà niente. Si spegneranno le luci. A segnare il loro passaggio, la loro vita, ci saranno lapidi di marmo lustro con epitaffi fasulli (“la sua stella brillò luminosa”, “non ti dimenticherò mai”, “amava il jazz”), e poi anche le lapidi verranno spazzate via da un'inondazione oppure fatte a pezzi da qualche tacchino avveniristico geneticamente modificato.
Non date retta a chi vi dice che la vita è un viaggio. Un viaggio è quando alla fine arrivi da qualche parte. Quando prendo il numero 6 per andare dalla mia assistente sociale, quello è un viaggio. Quando supplico il pilota di questo sgangherato aereo della UnitedContinentalDeltamerican di fare inversione nel mezzo della sua traballante traversata dell'Atlantico e riportarmi subito a Roma fra le braccia volubili di Eunice Park, questo é un viaggio.
Un attimo. C'è dell'altro, no? C'è la nostra eredità. Noi non moriamo, finché vive la nostra progenie. La trasmissione rituale del Dna, i boccoli di mamma, il labbro inferiore del nonno, “Ah buh-lieve thuh chil'ren ah our future”, per citare The Greatest love of All, traccia nove dell'eponimo album d'esordio di quell'icona pop anni Novanta di Whitney Houston.” (pag. 7)









martedì 16 agosto 2016

Ieri, Elia Viviani, Silvia Valsecchi, San Rocco, Robert Brasillach

Ieri avrei preferito andare al lago, dormire, riposare, nuotare ma invece ho lavorato (in questo periodo i soldi comunque mi servono eccome), principalmente per colpa di questo film:


e la sera ero molto stanco ma fra una birra e del pane con formaggi non ho voluto assolutamente perdermi la prova finale dell'Omnium maschile alle Olimpiadi e tifare Elia Viviani. 


Io e mio padre c'eravamo giocati il suo nome ai mondiali di Richmond e io all'ultima Sanremo rischiando il tutto per tutto (puntiamo al massimo 5 euro). Alla sua vittoria ho gridato di gioia anche io. Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. Perché seguo Elia da tanto tempo, perché amo il ciclismo, perché del ciclismo su pista non parla mai nessuno, perché andare a vedere le corse su pista è un'esperienza unica, perché la pista mi ricorda mio nonno e mio zio. E tanto per parlare di pista, dal mio paese viene Silvia Valsecchi, una del quartetto che a Rio ha siglato il nuovo record italiano.


Oggi é poi la festa di San Rocco. La vera festa del mio paese natale. La festa di mia madre. Dei miei parenti. Quando non ero al mare ci ho passato i momenti più belli della mia infanzia. Quando eravamo al mare mia madre si metteva a cucinare la trippa e la portava in spiaggia. Camminando tornando dal lavoro ricordo quanto mia madre fosse felice a San Rocco. A San Rocco e a Natale il suo viso si illuminava di gioia. Io la guardavo, da piccolo, orgoglioso di lei e della sua straordinaria bellezza.


E pensando a mia madre trascrivo questi versi di Robert Brasillach che facevano parte dell'omelia funebre che avrei voluto leggere il giorno del suo funerale e che invece non lessi per non disturbare i presenti:

"E voi, ultimi arrivati,
Amici dei giorni peggiori,
Prigionieri rinchiusi dalle sbarre,
Custodite le mie ultime ore di condannato
Custodite il freddo e il fastidio: 
Per chi non avrà neanche questi
Essi sono dei tesori.
Ed io l'ho conosciuti con voi.

Qualche ombra, qualche immagine
Ha ancora diritto a qualche briciola:
Affrettiamoci quindi nella spartizione
Prima che si compia il destino.
Tutti coloro, uomini o donne,
Che sono entrati nel mio cammino
Possono nella notte lucente
Aspettare il mattino con me.

Per tutti loro avevo mani traboccanti:
Esse ora sono vuote
Dei ricordi più lontani
E del passato più commovente.
Non conservo da portare
Al di là della vita terrena,
Lontano dai piaceri umani,
Che quelle che furono le mie amicizie,

Solo ciò che non mi si può strappare.
L'amore e il gusto della terra,
Il nome di quelli che vengono
Nel mio cuore nelle notti tristi;
Gli anni della mia felicità,
La fiducia dei miei fratelli,
E sempre il pensiero dell'onore
E l'immagine di mia madre. "      22 gennaio 1945.

lunedì 15 agosto 2016

Paolo Nori, Andrea Brancolini, Iacovazzo


“Scrivere é il 90% per me. L'altro 10% è aspettare di scrivere.” (Charles Bukowski)



Quando leggo un libro di Paolo Nori, in questo caso “Le parole senza le cose” (Laterza) finisco sempre per perdermi. Cioè leggo una, due, tre pagine e mi metto a pensare ad alcune persone che ho incrociato nella mia vita, a ricordi del passato, ai miei nonni, ai palazzi dove ho vissuto fino all'età adulta. Praticamente resto a guardare il muro bianco davanti alla scrivania e mi perdo. Anche se devo confessare che all'inizio Nori nemmeno mi era piaciuto poi ha cominciato a piacermi mentre moriva mia madre, leggevo i suoi libri in ospedale, seduto accanto al letto di mia madre, in sala d'attesa o a casa, leggevo, pensando sempre a lei. Per esempio quando leggo Nori a me viene in mente Andrea Brancolini, un amico che ho visto una sola volta nella mia vita, al matrimonio di un altro amico che ho visto una sola altra volta, Gianfranco Franchi (un matrimonio che definire epico é riduttivo e il Franchi ha scritto recentemente un bel pezzo "Sulla perdita, sul vuoto e sulla visione. Quattro chiacchiere sulla piccola e media editoria") e penso a Andrea perché quando scrive i suoi pezzi (tipo qui e qui), i racconti e le poesie che ogni tanto mi manda anche lui mi porta altrove, non so nemmeno spiegarne i motivi, principalmente per la sua ricerca/attenzione sullo stile, sulla lingua (a proposito di lingua, mia sorella egittologa, che parla sette lingue, che legge abitualmente in greco antico e latino, che si diverte coi geroglifici, mi ha inviato un messaggio “Non so cos'é accaduto alla mia lingua, non so cos'ho mangiato o se mi ha punto qualche insetto ma ho la lingua gonfia e quando cerco di parlare in greco mi sembra di parlare in bulgaro e non so nemmeno come sia il bulgaro però di sicuro non é greco"), per come accosta alcuni termini, per come struttura le frasi. Perché mettere giù una frase non è semplice. Io per esempio non so quasi più parlare con le persone per il tanto tempo che trascorro in silenzio e quando parlo le parole dalla bocca mi escono quasi a caso e la gente che mi sta ascoltando non capisce assolutamente nulla di quello che sto dicendo. E per la vergogna finisco per parlare sempre meno. Perché poi quando parlo non sento mai il suono che ho nella testa. Come se le parole mi si fermassero fra i denti, fra le labbra e poi crollassero giù verso i piedi. Che poi passo ore e ore, giorni, settimane, anni a ricomporle, a custodirle, a disfarmene perché tenerle fra le mani mi procura solo tanto dolore. E poi quando leggo Nori a me viene in mene anche Iacovazzo, che viveva insieme alla sua famiglia all'ultimo piano del palazzo dove sono cresciuto. Di lavoro faceva il rigattiere ma i soldi a casa li portava la moglie. A lui interessavano Maradona, Luca Fusi, Tutto il Calcio Minuto per Minuto, il Lotto, la fica, le sigarette, rompere i coglioni. Il deposito della merce stava in un angolo del parcheggio dietro i palazzi e se era di buon umore e non aveva bevuto a noi ragazzini regalava sempre qualcosa che aveva trovato lungo la strada. Cuccioli di cane e gatto, pappagalli, giocattoli, tappeti, pistole, pesci, una volta persino un'anguilla. Conservo ancora uno Zero in ferro che mi fece trovare davanti al garage. Quando il Napoli vinse il suo primo scudetto, di sera per festeggiare, Iacovazzo si piazzò in cortile e cominciò a lanciare razzi, fuochi d'artificio, lanciare bombe. Un razzo colpì la tapparella del nostro soggiorno e ci fece dentro un buco grandissimo che il padrone di casa si rifiutò di pagare e toccò a mio padre riparare tutto spendendo un sacco di soldi (adesso quando cerco di spiegare che la mia famiglia, ora solo mio padre, dopo la morte di mia madre e la dispersione di noi figli, viva in affitto dal 1974 nello stesso appartamento di un tempo, rifiutando ciclicamente di acquistarla quella casa, perché mio padre che é socialista, non comunista, ha sempre avuto qualche problema col possesso e infatti ha pochissimi euro in banca, la gente rimane sempre a bocca aperta...per fortuna che adesso vivo in un paese dove quasi tutti sono in affitto perché comprare casa costa un occhio della testa). A mia nonna quasi venne un infarto però poi sorrise perché mia nonna era una donna strana, quasi anarchica anche se leggeva Famiglia Cristiana, ma lei la sera diceva a noi “Domani vado a trovare i parenti” e stava via un mese con una valigia e poi tornava con un sacco di regali e storie come se avesse fatto il giro del mondo. E lui, Iacovazzo, in cortile piange, gridava, sorrideva e io sorridevo insieme a lui e a tutti gli altri che affollavano i balconi perché quel rumore era stato come quando si sta partecipando a una guerra di felicità. Tutti i bambini dei palazzi avevano applaudito, gridato, lanciato dalle finestre e dai balconi tutto quello che potevano lanciare. Solo qualche adulto aveva avuto qualcosa da ridire (erano i tempi in cui se volevi insultare qualcuno bastava dargli del Terrone). Tipo la Genny che abitava al primo piano dell'altro palazzo e che ancora oggi fa la pettegola e quando mia madre si era  ammalata e io tornavo a casa dalla Svizzera mi faceva capire che per lei ero una brutta persona e che se mia madre si era ammalata era anche per colpa mia, di tutto quello che avevo combinato. Anni dopo ad Agostino venne un ictus e dopo il ricovero cominciò a passare i suoi giorni seduto su una sedia in cortile. Plastica bianca che puzzava di piscio di cani. Piazzata al crocevia dei vialetti che portavano agli ingressi dei palazzi. Ancora oggi vialetti protetti da siepi assassine. Dovevi per forza parlare con lui se uscivi o entravi o facevi pisciare il cane o ti affacciavi al balcone. Quei dieci, quindici minuti sono stati per me una terapia utile per scaricare la tristezza che avevo in corpo, per lasciarmi andare, per restare all'erta, per rimanere bambino, per non vergognarmi di quello che ero e che sono sempre stato, un uomo debole, fifone, depresso, solitario. Quando Iacovazzo è morto e mio padre mi ha telefonato per dirmelo è come se fosse scomparsa una parte consistente della mia vita. Il cortile, noi bambini, gli adulti, il muro di Berlino, le 127 parcheggiate in cortile, le Alfa Sud, i piccoli furti, la Renault 11 o la Simca di mio padre, la Peugeot 205 di Carmine che spacciava e rimorchiava donne e che non mi sono mai accorto di quanto fosse molto più vecchio di noi, i soldatini di plastica, le battaglie campali combattute attorno ai ruderi di una casa, le nonne in cortile che avevano vissuto la Prima Guerra Mondiale, le secchiate d'acqua per farci stare in giro, i bottegai che ci facevano credito e sopra il credito la cresta, i Sì, i Ciao, i Garelli, le Vespe, i coetanei che dopo la terza media andavano a lavorare, le ragazze che la sera uscivano in minigonna per andare a ballare a Brescia, i tossici che sono sempre stati gentili con me, gli operai che tornavano a casa stanchi, le tute blu appese ai fili, i tessitori tutti con lo stesso cognome, gli idraulici, la Graziella rosa di mia madre, il Lambro, i campi coltivati, i cimiteri dove prima riposavano i miei antenati e dove oggi riposano mia madre, mio zio e persone che conosco bene, come Camillo che sperava che io finissi per giocare in serie A. Leggere Paolo Nori è come se riportasse a galla tutto questo e molto altro. Dentro c'è tutto un carico di dolore, sentimenti, sorrisi che accompagnano le confezioni da sei di birre o le bottiglie di vino rosso che bevo tutte le sere. E leggere Nori mi fa guardare la mia compagna e trovarla ancora più bella, ribelle, “turbolenta”, di quando già non lo sia. Dopo che ho letto Nori e io la guardo in quel modo lei si gira e dice “Che faccia da scemo che hai. Fai le tue cose. Non stare a guardarmi. Brutto.”

domenica 14 agosto 2016

Leggendo Il Foglio di sabato e domenica

Ieri ho letto con molto piacere Il Foglio. Questo quotidiano mi rilassa, mi stuzzica la mente:


pieno di articoli molto interessanti. 
Per uno come me leggere Il Foglio (e Libero) è una vera goduria.
Ecco alcuni articoli di ieri:



"I clienti dell’Hotel Kempiski a Berlino" di Andrea Marcenaro (veramente disgustoso quanto raccontato)



o l'articolo di Giulio Meotti "Così crolla una civiltà" che fra le altre cose parla di questo libro di Michel De Jaeghere, tradotto da Angelo Molica Franco "Gli ultimi giorni dell'Impero Romano" (Leg):



o anche  il pezzo di Angiolo Bandinelli: "L'America e il coraggio di specchiarsi nelle proprie solitudini" che gira intorno a questo quadro bellissimo di Andrea Wyeth "Christina's World":



Per non parlare del pezzo di Camillo Langone uscito il 4 marzo 2010 sul romanzo di Camilla Baresani "Un'estate fa" (Bompiani):




Questo live é micidiale.


venerdì 12 agosto 2016

La vita con Mr. Dangerous, Elena Boschi, Maigret, Cristina Coccia


Quando ho letto il titolo di questa graphic-novel "La vita con Mr Dangerous" di Paul Hornschemeier (tunué)  ho pensato per accostamento a cosa significhi vivere con uno come me. E non è una vita facile. 

......

Quando vedo Elena Boschi io penso immediatamente alla mia cugina dispersa. Vive anche lei qui a Lugano. Non ci vediamo dal giorno della morte di mia nonna. Anzi, ci siamo incrociati qualche volta qui a Lugano. Uno sguardo e via. Non so nemmeno perché io sia rimasto così affezionato a lei. Forse perché mi ricorda mio zio, forse perché era la più fragile fra noi cugini, perché la morte di suo padre le segnò la vita. Lei e Elena Boschi si somigliano tantissimo, soprattutto in questa espressione facciale:


ma anche per alcuni aspetti caratteriali ed è forse per questa somiglianza che verso la ministra provo una specie di affetto ultraterreno che mi porta a difenderla a spada tratta, pur essendo io di tutt'altre idee. Non so come dire ma certe volte penso di volere molto bene a Elena Boschi.

.........

Leggo, fra le altre cose, Maigret:





di cui potete ascoltare qualcosa.


giovedì 11 agosto 2016

Film, album, libri (lucia berlin), atti d'amore

Due film che da piccolo mi facevano impazzire e non hanno mai smesso di farlo:




E questo disco è delicatissimo:


e questa versione di un brano di questo disco è micidiale e vi consiglio di leggere i racconti di una straordinaria scrittrice, Lucia Berlin:


Gli atti d'amore sono quelli che arrivano all'improvviso.
Sfiorano la morte.
L'abbracciano.
Il dolore esplode.
I miei atti d'amore sono incomprensibili.
Respirare su questo mondo è del tutto incomprensibile.
Altri mondi non esistono.