martedì 31 maggio 2016

Le giornate

ci sono giornate come questa dedicate esclusivamente alle fatiche del lavoro e dell'esistenza in senso lato.
fatiche fisiche.
mentali.
che te le trascini dentro per altri giorni e non ne esci più.
dolore che ti morde da dentro. ti divora.
e fuori il mondo ti fa così tanto schifo che per ripulirti il corpo non bastano centomila docce.
tenere le tapparelle abbassate non serve a nulla.
sola voglia di mollare tutto.
la spiaggia di triopetra.
il balcone dell'albergo a matala.
la panchina in riva al fiume.
la birra lager.
il seitan.
l'insofferenza per gli ordini.
per i colleghi.
e poi la pioggia in autostrada.
capita di pensare che uscire di strada e ribaltarsi e morire sia il finale migliore.
chiudere gli occhi per qualche secondo e riaprirli e poi piangere. 
piangere che i doganieri ti guardano e quasi ti fermano per perquisirti e poi ti lasciano passare.
perché capiscono che stai piangendo.



lunedì 30 maggio 2016

Giovanna d'Arco

Oggi si celebra Giovanna D'Arco e come ha più volte scritto da queste parti provo per questa santa una sincera venerazione fin da bambino. Mia madre mi diceva che forse, ma forse, l'unico tatuaggio che avrebbe accettato di veder comparire sul mio corpo era l'immagine della santa. 

Mia nonna accendeva un cero questo giorno.
Un cero per me.

In questo giorno mi limito a ricordarla con:






domenica 29 maggio 2016

Domenica di pioggia e un po' di altre cose (finale di Coppa Svizzera, Vollmann, Bill Clegg, Paolo Nori, Annalisa Chirico, l'imbarazzante Il Manifesto, Essi vivono)

Oggi è una giornata grigia qui al nord, pioggia, freddo e andrà avanti per altri giorni. Oggi, dopo parecchi anni che non mi accadeva, sono teso per una partita di calcio, ovvero la finale di Coppa Svizzera fra Lugano e Zurigo. Mi sono legato al Lugano per vari motivi. Soprattutto perché ad allenarli c'è Zeman, il mio allenatore preferito, e poi perché vedo questa squadra allenarsi da anni. Mi ci sono affezionato parecchio. La speranza è che vinca la Coppa, acceda all'Europa League e incontri l'Inter di mio padre per mettergli pressione.

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Libri che leggerò.


(qui)


(qui)

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Paolo Nori ne aveva parlato qui del suo articolo rifiutato da Internazionale e oggi è uscito sul cartaceo di Libero: "A Bologna candidati orrendi"

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Oggi compro Il Manifesto e dentro c'è un imbarazzante speciale sulle elezioni milanesi. Una roba insopportabile e illeggibile. Dentro c'è pure l'intervista, a quel tale Muhlbauer che è una vita che va avanti a prescrivere camomilla per curare il tumore. Lo dico sapendo di cosa sto parlando. Chiaro? Tra l'altro mi accade spesso di veder entrare in un noto ristorante/locale/etc luganese molto costoso, molto alla modo, molto fico persone che tengono in mano o nella macchina una copia del quotidiano comunista. Tanto per avvalorare la tesi del radical chic. Oggi sono stronzo, lo so.

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Che tristezza e vomito mi fanno questi pulitori di scritte. Qui o qui.

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Due righe su "C'era una volta un presidente" di Silvia Valerio (Vallecchi)



Per descrivere il pamphlet di Silvia Valerio “C'era una volta un presidente. Ius primae noctis” (Vallecchi, 2010) che fece tanto discutere tempo fa, con incursioni televisive dell'autrice (finite, a mio parere quasi sempre in disastro) potrebbe bastare il retro di copertina: “Un libro vigile vero veloce. Versatile velenoso vivace. Visionario vibrante violento. Un libro vergine.” Sulla copertina quasi preraffaelita che ritrae l'autrice senza veli non credo ci sia nulla da ridire). E ho scritto potrebbe bastare perché queste 81 pagine hanno un ché di velenoso che scuote la carne e i sensi. Un torrente di virginale purezza dello spirito. Pagine irruenti, con le classiche cadute di un'esordiente (citazioni, contraddizioni, verbosità spinta all'eccesso, presunzione alle stelle), ma anche molto divertenti, dove grottesco/satira/digressioni danno vita ad alcune immagini/situazioni/avventure/sfoghi davvero pungenti, persino irritanti nella loro furia gentile che fa a pezzi la scuola, donne che non sono più donne, uomini ridotti a scheletri imbarazzanti, con l'autrice che  col sorriso sulle labbra frusta il lettore con chiodi e carezze sulle sue certezze, sulla sua schiena, sugli occhi, sulla bocca, sugli organi genitali, sul conformismo mascherato da libertà. 

Ma a proposito del velo. Scherzi a parte, ci ho riflettuto parecchio. Da che mondo è mondo, è costume di quel paese che le donne lo portino. Da che mondo è mondo, non si sono mai lamentate. Adesso, invece sì. Spinte soprattutto da contatto-contagio con le società altre, che, ormai, i loro costumi li hanno persi senza più speranza di ritrovarli. Finiranno come la maggior parte delle cinesi e delle giapponesi, che vestono ormai perfettamente all'occidentale, mostrando gambe nodose che il buongusto dei loro maggiori aveva per millenni coperto di sete maliarde. Nulla di più intonato, infatti, alla natura della femmina nipponica dei paramenti della geisha! E qui si solleveranno, senza ombra di dubbio, i difensori della dignità femminile, e tutte le virago femministe in circolazione. Tremate tremate, le streghe (nel vero senso estetico della parola, N.d.A.) son tornate. Né streghe né madonne, solo donne – replicheranno allora queste incredibile fan de lla rima baciata. Donne. Done? Sono forse donne le manager di piglio che passano la loro vita da un'azienda all'altra, abbruttendosi a forza di viaggi extraeuropei, stress e ansiolitici? Con la pelle tutta grinzosa a forza di lampadre ed esposizioni al sole anche quando non ce n'é, la voce rauca fino all'ambiguità, i muscoli guizzanti (comunque mai abbastanza per poter sventare una violenza sessuale), scolpiti in ostinate sessioni settimanali in palestra? Come sono femminili, con quei tailleur e quei ghigni da isteriche grintose! Era quello che volevano, no? La parità tra i sessi – ovvero: oggi faccio io l'uomo e tu la donna.” (pp. 75 -76)

venerdì 27 maggio 2016

Leggere poesia: "Gabbie per belve" di Daniele Bernardi (Ed. Casagrande); The Hotelier - Goodness; uno sfogo sulla rottura del referendum costituzionale

Diventa sempre più difficile trovare libri di poesia sugli scaffali. Si leggono solo i grandi nomi, i premi nobel, escludendo tutto il resto. Mi preme così di segnalare "Gabbie per belve" di Daniele Bernardi (Ed. Casagrande):




"La poesia di Daniele Bernardi sembrerebbe scritta in una condizione di clausura, pronunciata a bassa voce (non meno netta, tuttavia, e frontale) in spazi angusti, impolverati e scarsamente illuminati. Ma questo è forse un inganno necessario e, insieme, l’alone retroattivo di una parola che proviene sempre da un dopo e da un altrove, quasi ricomponesse e oggettivasse in forma di nuclei poetici (didascalie, allegorie, stazioni del ricordo) un percorso di formazione ovvero di iniziazione alla vita.

Qualcosa di ingestibile e di esoso vi deve essere avvenuto una volta per sempre discriminando tra prima e dopo, ferendo l’inconsapevolezza di chi già diceva «io» ma intanto procedeva in dormiveglia o in una specie di traslucido sonnambulismo. Se, come disse un classico, maturare è tutto, Gabbie per belve è l’esito di una dolorosa, sanguinante, maturazione. L’ordine della sua poesia non è nella singola parola o nella scansione del verso ma nella sintassi, non nella nuda ricezione della realtà ma nella sua lenta, implacabile, metabolizzazione. E così i dati percettivi arrivano straniati, tenuti a bada, calati in un contesto dove esistere è riconoscere una mancanza e avere identità è lo stesso che accusarne lo stato di indigenza disarmata. Dice un verso di Bernardi che «le parole non obbediscono alla carne»: vuol dire, infatti, che interrogano se stesse nel momento in cui interpellano il lettore. Come tali esse chiedono di essere giustificate." (Massimo Raffaeli)

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The Hotelier sono uno dei più intensi incontri musicali degli ultimi anni. Il loro "Home, Like Noplace Is There" ce l'ho tatuato sul cuore. E intanto arriva il loro ultimo album: "Goodness".

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Un piccolo pezzo, uscitomi di bocca dopo troppe birre, registrate, ripropostemi e riscritte.

"Sembrerò un'iconoclasta, un inutile provocatore ma tutto questo attaccamento alla costituzione mi risulta incomprensibile.
Cambiatela, stravolgetela, distruggetela, mantenetela intanto com'è...ma intanto tutto va a rotoli e andava a rotoli pure prima.....le lotte le conosco...le ho studiate...vissute sulla pelle...
Applicatela pure poveri stronzi...stravolgetela...difendetela...ma che significa applicarla io non l'ho ancora capito...e mi fa pure schifo pensarci....la non applicazione mi fa schifo pure quella...
Invitate al voto...sì e no le varie claque...i vari costituzionalisti/giornalisti/politici/pensatori si applicano ad ogni varia distinzione...e intanto penso a quei cittadini su cittadini che pensano che il senato sia uguale a un benzinaio o a quelli che difendono la costituzione appoggiando partiti di ogni colore...e magari sentendosi rivoluzionari per appoggiare Basilio Rizzo a Milano o i vari grillini sparsi in giro per le lorde plaghe di questo mondo....lasciamo perde.....e ti prendono per il culo per strada...però la costituzione...sti' stronzi di esseri umani....questi che hanno il codice e le manette in bocca come caramelle...che hanno il culo parato oppure no...ma perdono tempo in queste cagate...ma sono cagate, capito, non capirlo coi tempi che corrono è da fessi....
Non ho mai compreso i comunisti che diventano gli strenui difensori dello stato di diritto.
I giuristi, i costituzionalisti, i difensori di questa o quella parte mi stanno sul cazzo in egual misura.
Parlano di partigiani.
Mio nonno sparava, uccideva, in quegli anni.
Anche gratuitamente.
Giustamente.
Perchè la violenza ha più ragioni di questo bla bla bla.
Tirano di mezzo l'Anpi...non è che aver fatto il partigiano ti preserva da qualunque giudizio...e l'ignoranza della Boschi è da far vomitare...e mi fanno opportunamente vomitare coloro che fanno tutta la trafila...dal partito comunista fino al pd oppure dal fascismo fino a berlusconi...oppure escono dal pc vanno nelle varie correnti...poi il manifesto e poi la merda....
Pacifisti a corrente alternata questi tempi....insopportabili e ignobili...
Da anarchico individualista proprio non lo capisco per un cazzo questo continuo rincorrere le ragioni dello stato....dei partiti...dei sedicenti politici...della parte sana della società...di quella moralmente accettabile che ti mette alla garrota...
E intanto abbiamo avuto dal '45 al 2016 questo mondo di merda.
Questa italia di merda.
Questa europa di merda.
E resto un viaggiatore fermo.
Un esploratore di mondi migliori di questi che ci fanno digerire a colpi di manganello, sanzioni, tasse, contratti di lavoro.
Un solitario che ti ama.
Preferisco ascoltare Daniel Johnston e progettare mondi diversi rispetto allo spettro di elezioni, referendum, sterili dibattiti sindacali, parlamentari."

giovedì 26 maggio 2016

Libri sulla scrivania (Tetti, Incretolli, Stratanovskij, Strout, Davila); un brutto libro letto

Come al solito la mia scrivania, fra biblioteche e acquisti, si riempie di libri:


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Ho poi letto il romanzo di Nadia Terranova "Gli anni al contrario" (Einaudi). Molto incensato dalla critica, io l'ho trovato inconsistente, impalpabile, deficitario nello stile e nei contenuti. Mai un'emozione. So benissimo che si tratta di una storia vera e molto dura ma non per questo è un bel romanzo.

mercoledì 25 maggio 2016

25 maggio - mia madre - Everytime I'm with You




Oggi doveva essere una giornata tranquilla ma giornate tranquille non esistono mai. Errori, incomprensioni, uomini che pensavi perbene e che invece si rivelano essere degli ipocriti e dei farabutti. Arrivano carte via posta che rompono i coglioni.
Oggi è il 25 di maggio e mia madre avrebbe compiuto 70 anni oggi.
Sono stato al cimitero e ho trovato la sua migliore amica, Ancilla, davanti alla tomba. Piangeva, trenta chili in meno che mi hanno subito fatto capire cosa le sta succedendo e il perché non me ne ne abbia voluto parlare.
Sapevo che ti avrei incontrato qui, mi ha detto.
Io ci speravo le ho risposto.
Siamo rimasti lì, abbracciandoci, mentre a cinquanta metri di distanza si celebrava un altro funerale e il prete invitava i presenti alla preghiera.
Uscito dal cimitero sono stato nel bar di mio cugino. Anche lui sapeva perché avevo scelto questo giorno per tornare in Italia. Quand'era adolescente e giovane donna mia madre ha cresciuto lui e mia cugina. Mia nonna li viziava a colpi di regali e carezze. 

Oggi, io e la mia compagna andremo allo stadio a tifare Lugano.
Ma soprattutto a scaricare tensione e rabbia e lacrime. 

Domani rimarremo in casa cercando riposo, ossigeno, risposte ai nostri progetti.

Ancilla mi ha detto prima di andarsene "Hai il volto stanco Andrea, grigio, gonfio...mi dispiace..."

Faccio una fatica del diavolo a non crollare.
Resisto solo per la mia compagna e le pochissime persone che stimo a questo mondo.

Everytime I'm with You


martedì 24 maggio 2016

A proposito di cinema, Alice in Shameland, Barbara Chiapello, Bruno Dumont

Oggi ho in testa questo pezzo a manetta.
L'ho canticchiato in silenzio tutto il giorno.



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Lavorando in un multisala e conoscendo altre persone che lavorano nei cinema di città vivo sulla mia pelle la crisi del mondo cinematografico. Crisi di idee, remake su remake e saghe senza fine, sale in crisi, sale che si trasformano in fast-food con uno schermo, cinema di qualità quasi disperso e che finisce spesso per diventare autoreferenziale o di esclusivo consumo di snob della peggior specie. E sto semplificando molto il discorso ma negli ultimi 4 anni ho assistito in prima persona a un degrado che sembra non avere fine. Fortunatamente esistono piccoli spazi che sopravvivono ma spesso solo con gli immancabili contributi statali o parastatali.






Ci sono poi registi di cui non potrei fare a meno e uno di questi è Bruno Dumont.





lunedì 23 maggio 2016

Il film passato a Cannes che vorrei vedere


A Cannes film che mi piacerebbe vedere ma quello che aspetto più di tutti è "Dog Eat Dog" di Paul Schrader, tratto dal bellissimo romanzo di Edward Bunker.

domenica 22 maggio 2016

Due righe su "Crepuscolo" di Kent Haruf (NNEDITORE) + recensione "Non ci sono innocenti" e intervista ad Anna K. Valerio e Silvia Valerio


Ci sono scrittori che sono meglio delle medicine. Che mi fanno dimenticare che fuori c'è il caldo e che potrei star fuori a camminare, magari anche a leggere seduto su una panchina. Magari anche a provare a immergere i piedi in acqua. Kent Haruf é uno di questi. Ieri mattina ho aperto “Crepuscolo” (NNE, traduzione di Fabio Cremonesi) e l'ho letto tutto di filato e come nei precedenti “Benedizione” e “Canto della pianura” ho ammirato la grazia dello stile, la bravura dello scrittore nel far parlare gli eventi con un ritmo travolgente come può essere travolgente lo scorrere lento delle stagione, nel saper dosare le descrizioni senza scadere in un naturalismo stucchevole, nel costruire personaggi a tutto tondo, convincenti nelle loro debolezze, contraddizioni, slanci vitali, nel ritrarre un mondo duro e affascinante come quello della campagna agricola, dove non mancano la miseria sociale e le tragedie ma dove la vita non smette mai di rinnovarsi, di quietarsi nella forza di un abbraccio fra un anziano e una giovane donna, fra due giovani amici che non si vedranno forse mai più, fra una madre che abbraccia la figlia che impara a parlare.

Un estratto:

“Certi pomeriggi lui portava cracker, formaggio e un termos di caffè da casa del nonno. Portava ance libri per tutti e due, che peraltro leggeva più di lei. Da qualche tempo aveva iniziato a prenderli alla biblioteca Carnegie, un edificio in pietra calcarea all'angolo di Ash Street; la bibliotecaria era una donna magra e infelice che quando non lavorava si occupava della madre invalida e durante il giorno gestiva la biblioteca come fosse una chiesa. Il ragazzino aveva individuato gli scaffali dei libri che gli piacevano e che portava a casa ogni due settimana, estate e inverno, poi aveva iniziato a portarli al capanno per leggerli sdraiato sul pavimento a lei. 
Sempre più spesso Dena si abbandonava ai sogni a occhi aperti e ai desideri, specie da quando suo padre non c'era più e una nuova desolazione aveva riempito la casa, con sua madre sempre così triste e sola. Nel capanno potevano stare anche un'ora in silenzio oppure dicendosi appena qualche parola e, mentre lo guardava leggere, lei finiva per stuzzicarlo, gli solleticava una guancia con un pezzo di filo, gli soffiava delicatamente in un orecchio, finché lui non posava il libro e cercava di mandare via, e a quel punto iniziavano a spingersi a vicenda e fare lotta, e una volta successe che gli si mise sopra e mentre i loro volti erano molto vicini abbassò la testa e gli diede un bacio sulla bocca, entrambi restarono immobili a guardarsi, e lei lo baciò di nuovo. Poi si allontanò.
Perché l'hai fatto?
Mi andava, rispose lei.
E una volta, un tardo pomeriggio durante le vacanze di Natale, la sorella minore di Dena aprì la porta del capanno e li trovò che leggevano sul pavimento, sotto le coperte.
Cosa state facendo?
Chiudi la porta, disse Dena.
La bambina entrò, chiuse la porta e si fermò a guardarli.
Cosa ci fate sul pavimento?
Niente.
Fatemi venire lì sotto con voi.
Devi stare buona.
Perché te lo dico io. Perchè stiamo leggendo.
D'accordo. Sto buona. Fatemi spazio.
Si infilò sotto la coperta con loro.
No, tu devi stare di là, disse Dena. Ci sto io vicino a DJ. 
Poi per un po' le due sorelle e il ragazzino rimasero sdraiati sul pavimento, sotto le coperte, leggendo libri alla pallida luce delle candele mentre il sole calava sul vialetto, tutti e tre parlavano poco e sottovoce e bevevano caffè dal termos, e per quel breve momento ciò che succedeva nelle case da cui venivano sembrò aveva scarsa importanza.” (pp. 191-192)

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sabato 21 maggio 2016

Intervista a Federico Magi, impegnato a Roma nella campagna elettorale per Giorgia Meloni



Conosco Federico Magi da tanto tempo e sapendo del suo impegno nella campagna elettorale per Giorgia Meloni mi sono permesso di rivolgergli alcune domande. 

È un'intervista densa, lunga, spero possa interessarvi:


A) Ciao Federico, in apertura, come sta Roma dopo gli anni di Marino e Alemanno e Mafia Capitale e il tramonto di Totti come fondale sbiadito di Cinecittà?

F) Ciao Andrea. Come sta Roma, mi chiedi? Credo che anche chi come te, e come la maggioranza degli italiani, non capiti spesso nella Capitale possa immaginare che da queste parti non ce la passiamo molto bene. Fuori da ogni facile retorica, Roma oltre che essere una città corrotta all’ennesima potenza e svilita da un degrado non degno d’una capitale d’Europa, è anche un luogo dove oramai, nonostante la proverbiale socievolezza dei romani, individualismo e solitudine esistenziale stanno mettendo radici profonde e si propagano come metastasi di un cancro che non è soltanto morale, ma è anche e soprattutto un mal di vivere che penetra profondamente anche la sfera spirituale. E non mi riferisco, naturalmente, a propensioni fideistiche – qui esiste solo il tifo per la squadra di calcio, come fede reale – o religiose, quanto più a quella salutare tendenza, oramai quasi del tutto perduta, a guardare altro e soprattutto oltre il consueto e l’immanente. Ognuno, in sostanza, è a protezione del suo piccolo orticello personale e materiale, e non ha più né la voglia né tanto meno la capacità di guardare oltre il proprio privato. Da un lato è comprensibile, ed il discorso è estendibile alla vita d’ogni metropoli d’occidente, ma Roma respira, o dovrebbe ancora respirare, una tradizione millenaria di arte, bellezza, maestosità e spiritualità. E quando parlo di spiritualità non mi riferisco certo all’influenza del Vaticano, che anzi a mio parere è addirittura deleteria, in questo senso. Tu citavi i disastri delle giunte Alemanno e Marino, ma io andrei ben più indietro, almeno retrocedendo finchè la mia memoria di ragazzo di allora me lo consente: non è che le giunte Rutelli e Veltroni fossero state migliori, anzi. Hanno solo usufruito di più denari da spendere rispetto alle ultime due, tanto da godere di una migliore visibilità, ma li hanno comunque utilizzati molto male. E i privilegi di allora erano i medesimi di oggi, per chi a Roma comanda veramente (la lobby dei palazzinari in primis), solo che attualmente c’è una diversa consapevolezza nella gente, dovuta al fatto che la crisi economica ha investito anche tutta la medio borghesia romana. 
Su Totti invece non vorrei dir molto, perché questi americani - ma proprio gli americani ci dovevano capitare? Avrei preferito addirittura russi o cinesi, giuro - lo hanno trattato senza alcun rispetto. È stato, è e resterà un simbolo per tutti i romanisti di questa città e non credo solo per loro. Per le sue gesta sportive, evidentemente.  

A) Hai deciso di impegnarti nella campagna per Giorgia Meloni sindaco di Roma e vorrei chiederti in prima battuta quali sono le motivazioni che spingono un cittadino, in una fase storica come questa di profonda sfiducia, a impegnarsi in politica. E in seconda battuta, in cosa consiste impegnarsi nella campagna elettorale di una candita e quali sono fino ad ora gli elementi/episodi di interesse che vorresti raccontarci?

F) Bella domanda. Effettivamente sono davvero pochi i motivi per cui un cittadino, pur animato dalle migliori intenzioni o da un senso civico più sviluppato rispetto al comune, possa trovar interesse a spendersi per una qualunque campagna elettorale. Oramai le ideologie son tutte crollate, e anche il possibile impeto ideale è assolutamente difficile da ritrovare. Nel mio caso, in effetti, non c’entra né la passione politica né la reale convinzione che, chiunque vinca, possa cambiare gran ché dell’attuale stato di cose. Perché mi impegno, dunque? Perché Roma è pur sempre la mia città, perché la amo nonostante tutto, e perché è meglio vedere “il mostro” da vicino che immaginarselo più orribile di quel che in effetti sembra. Fuori dalla metafora, il mostro in questione è evidentemente la politica romana, che ahimé ben conosco tanto da poter ragionevolmente affermare, e immagino non ti sorprenderai di ciò, che qui la classe dirigente non solo è davvero scadente ma è mediamente più corrotta e inaffidabile che altrove. E per ciò che ho visto nemmeno c’è da far distinzioni tra partiti, in questo senso. Cinque Stelle compresi, naturalmente. Episodi non te ne citerò, per non sputtanare nessuno, ma te li lascio solo immaginare.

A) Cosa ti ha spinto a impegnarti per Giorgia Meloni? Perché Giorgia Meloni potrebbe essere un buon sindaco per Roma? 

F) E qui arrivo a spiegarti perché sostengo Giorgia Meloni, nella sua comunque difficile scalata al Campidoglio. Tu mi conosci, sarebbe facile dirti perché vengo da quell’area politica, ancorché Giorgia – che è quasi mia coetanea – al tempo della nascita di Alleanza Nazionale e della trasformazione del Fronte della gioventù in Azione Giovani fosse di un gruppo interno al partito contrapposto al mio. In sostanza, lei era una giovane militante di Colle Oppio, io di Balduina. Lei con Fabio Rampelli, io con Andrea Augello, che al tempo si contendevano, insieme a pochi altri, il controllo del partito nella Capitale. Detto ciò non ho mai avuto nulla di personale contro Giorgia, né contro la maggioranza dei gabbiani (così chiamavamo il gruppo di Colle Oppio, per il loro simbolo che era un omaggio ideale a Il gabbiano di Jonathan Livingstone), né tanto meno ho avuto ruoli o cariche che mi avrebbero messo in contrapposizione con loro. Ma all’interno di Alleanza Nazionale i maggiorenti delle correnti del partito si odiavano, tanto che oggi Andrea Augello sostiene Alfio Marchini e non certo Giorgia Meloni. Certo non immaginavo che sarebbe arrivata dove è adesso, che sarebbe divenuta addirittura un capo di partito a livello nazionale. Tanto di cappello ai suoi inimmaginabili miglioramenti, e al fatto che ha saputo studiare da professionista della politica pur non perdendo quella schiettezza e quella veracità che la contraddistingueva già a 18 anni, a mia memoria, tanto da essere sin da giovanissima nelle grazie del Presidente del partito, Gianfranco Fini. Ho scelto la Meloni perché, più in generale, credo che quella che è considerata la destra italiana attuale abbia una sola via possibile da seguire: quella dell’alleanza con Matteo Salvini e la Lega, e quella europea con Marie Le Pen e i partiti antieuropeisti. E la Meloni lo ha ben capito. Detto ciò, non mi illudo che questa alleanza possa essere in tempi medio-brevi maggioranza in Italia, ancorché in politica tutto cambia molto repentinamente, a volte.   

A) Cosa pensi dei vari Raggi, Fassina, Giachetti, Marchini?

F) In generale credo che a Roma nessuno abbia questa voglia impellente di vincere, e lo dimostra la campagna elettorale un po’ sottotono di tutti i candidati. La Raggi, come candidata Cinque Stelle, è solo una figura messa lì perché, tra i consiglieri uscenti grillini, è quella che è stata ritenuta più presentabile. Non so dirti se abbia o meno capacità per guidare una città come Roma, non credo e non la conosco abbastanza, ma immagino siano irrilevanti le sue effettive capacità per chi l’ha scelta. Giachetti era il capo di gabinetto di Rutelli, al tempo in cui l’ex sindaco governava la città. È un uomo d’apparato, che ha già trascorsi tali per poterne diffidare quanto basta. Fassina, poverino, è stato messo lì a portare la sua croce, e il fatto che la sua candidatura non sia stata riconosciuta idonea, in un primo momento, per stupide irregolarità burocratiche mi fa pensare che sia stato in qualche modo boicottato perché toglieva voti a Giachetti. Marchini invece è gran furbacchione, ha fatto propaganda per mesi dichiarandosi libero dai partiti e adesso imbarca tutti, da Berlusconi a Storace (mi dispiace molto dell’appoggio di Storace a Marchini, perché Francesco l’ho conosciuto bene, al tempo in cui feci parte del suo staff elettorale, alle politiche del 1996. Ho fatto diverse campagne elettorali, e umanamente è quello che ho apprezzato maggiormente, rispetto agli altri politici che ho incrociato in questi anni), e chi più ne ha più ne metta. Credo che se dovesse arrivare al ballottaggio sarebbe il favorito, perché lo voterebbero sia a destra che a sinistra. Non mi piace nemmeno lui, evidentemente, e non lo ritengo così libero da lobbies e poteri assortiti come si dichiara, non fosse altro perché, come a Roma in molti sanno, dietro di lui c’è Caltagirone.  

A) La candidatura, o autocandidatura, di Giorgia Meloni è stata molto travagliata (forse anche un po' furba per la gravidanza?) e mi appare come uno dei tasselli nella creazione di una nuova destra,  di una destra che si trasforma a livello nazionale, grazie anche all'alleanza con la Lega di Salvini. Sei un uomo che ha vissuto in maniera individuale e eretica tutti i travagli della destra, come descriveresti questa situazione? Sta per nascere un Front National italiano?

F) Come ti ho detto rispondendo a una precedente domanda, io auspico che si consolidi l’asse Meloni-Salvini, e più in generale quello europeo con i partiti antieuropeisti. In Italia (e in Europa, perché le grandi battaglie saranno a livello europeo, nei tempi a venire), per la destra è l’unica via possibile, e secondo me c’è spazio per costruire una realtà forte e alternativa non solo al centrosinistra e ai Cinque Stelle, ma anche ai cosiddetti moderati di ogni specie e colore. Moderato è una parola che non ho mai amato, come puoi immaginare, e mi fa sorridere chi si professa tale: è la morte di ogni possibile passione, politica e non soltanto. Se poi mi chiedi se Giorgia Meloni e Matteo Salvini siano personalità che esaltano il possibile elettore o militante, ti dico che non sono proprio il sogno della mia vita ah ah ah… e non credo solo della mia, ma non è questo il punto. Si prende ciò che passa il convento, se si vuole prendere. E per adesso prendo questo, perché di meglio non trovo in giro. Peraltro ambedue sono migliorati molto, rispetto a quando si sono affacciati nel nostro grigio panorama politico. E penso che Salvini sia anche abile e scaltro, più di Giorgia che per fare breccia in un elettorato più vasto deve smussare ancora qualche piccolo difetto caratteriale. Ma il tempo è dalla sua. Non sarà comunque un nuovo Front National, ma una nuova destra all’italiana, nel senso più neutro del termine.   

A) Giorgia Meloni potrebbe comunque passare per essere una figlioccia della stagione berlusconiana. Un Berlusconi che non tramonta mai. Come dimenticare che pure lei ha partecipato come ministro a quei governi? E come pensare che anche lei non sia legata a poteri forti e lobby varie? In cosa dovrebbe distinguersi Giorgia Meloni da Alemanno? 

F) Giorgia è stata Ministro della Gioventù, nell’ultimo governo Berlusconi, come ben ricordi, un ruolo peraltro puramente simbolico, vista l’effettiva valenza politica. Le sue fortune politiche, però, non le deve a Berlusconi, ma a Fini, che l’ha voluta ministro e che l’ha lanciata giovanissima nella politica che conta. Per quel che so la Meloni è stata fedele al Presidente di Alleanza Nazionale finché ha potuto, poi quando l’ambizione di Fini gli ha fatto perdere la bussola, fino a fondare un partito (Futuro e Libertà) che sosteneva Monti, Giorgia ha fatto l’unica scelta politica possibile: lasciarlo al suo destino. L’errore colossale di Gianfranco Fini, e scusa se divago, non è stato tanto inimicarsi progressivamente i nostalgici del Duce con dichiarazioni fuori luogo e fuori tempo massimo, quanto scegliere di fondere A.N. con Forza Italia, dando vita al P.D.L. In quel momento è morta la destra in Italia, e di qui le grandi difficoltà per ricrearne una che sia non solo credibile e elettoralmente pesante, ma anche appetibile per quei tanti italiani che da allora hanno deciso progressivamente di abbandonare le urne. Ma guarda che mi fai scrivere, mi fai pure fare un involontario elogio della democrazia rappresentativa, io che non l’ho mai amata ah ah ah. Non mi risulta che abbia o abbia mai avuto lobbies o poteri forti alle spalle, quanto meno sono sicuro non ne abbia di rilevanti, tali da spostare equilibri nella Capitale. In cosa dovrebbe distinguersi da Alemanno, mi chiedi… be’ io spero prima di tutto che abbia la possibilità di distinguersi, se dovesse vincere, evidentemente.  Poi è logico che la giunta Alemanno sia stata fallimentare, per la destra e per Roma, pertanto bisogna far tabula rasa di quella esperienza. 

A) Ho letto di una taglia sui corrotti proposta da Giorgia Meloni. Non mi convince molto. Sapresti spiegarmela brevemente?

F) Ah ah ah, la taglia sui corrotti… è una stupidaggine, evidentemente, e credo che Giorgia l’abbia sparata così per un po’ di ingenuità. Ma immagino che qualcuno, all’interno della sua coalizione, gliel’abbia fatto notare. Infatti non è più tornata sull’argomento.

A) Roma è il centro della cristianità: come si convive col Vaticano? Sempre e solto subalternità? Non è forse ora di far pagare qualcosa alla casta vaticana?

F) Fosse per me la  casta vaticana pagherebbe tutto e anche di più. Purtroppo tutti se la devono tenere buona, soprattutto in politica e considerando che la politica si fa a Roma. Non credo che qualcuno abbia mai il coraggio né l’effettiva possibilità di far pagare al Vaticano ciò che deve, in tutti i sensi. Detto ciò Roma è certamente la culla della cristianità, ma questo deve essere un valore per chi viene da fuori, turisti in primis, volendo considerare lo smisurato valore artistico che la cristianità ha prodotto nei secoli nella Capitale. Dal punto di vista dei diritti civili e delle libertà religiose Roma dovrebbe essere, al pari di altre capitali europee una città laica, nel senso più pratico del termine: in sostanza, l’ingerenza vaticana sulla vita dei romani, e non solo dei romani, sarebbe auspicabile diminuisse progressivamente. Ma ciò avverrà, se avverrà, non tanto per scelte politiche antagoniste o rivoluzionarie, quanto più per lo spirito del tempo che muta con lo scorrere degli anni. E in conclusione ti dico, anche se c’entra poco forse con la tua domanda, che questo Papa non mi piace per nulla, e lo considero fin troppo politico, altro che paladino degli umiliati e offesi. Sembra amato da tutti, in politica come tra gli intellettuali e i giornalisti televisivi e non. E questo è già un ottimo motivo per diffidare. Preferivo Ratzinger, di gran lunga; un teologo, un uomo di cultura, decisamente più vicino come immagine ad un leader spirituale, a un riferimento che ha a che vedere con il sacro. Questo deve essere per me un capo religioso, uno che ha che fare con la dottrina non con la politica, qualsiasi sia la confessione che rappresenta. E lo dico da non credente.

A) Nello stesso tempo a Roma c'è la più grande moschea almeno d'Europa. Come pensa di regolare Giorgia i rapporti con le comunità musulmane. Vivo in un paese che ha appena vietato il burqa. Credi che sia un provvedimento utile anche in Italia?

F) Non ho idea di come Giorgia Meloni approccerà, se eletta, il problema delle moschee e più in generale come si orienterà nel dialogo con la comunità mussulmana di Roma. Dal mio punto di vista vietare usi e tradizioni d’altri popoli, anche se ospiti in casa nostra, non è mai una scelta corretta. Certo che il burqa, oltre ad essere antiestetico, ma non è il problema, cela fin troppo il volto di chi lo porta. È questo l’aspetto più preoccupante, ma non tanto perché dietro al burqa si possano nascondere potenziali terroriste, anche se non è escluso, quanto perché è un indumento che lede profondamente la libertà non solo di chi lo indossa, ma anche di chi interloquisce con chi ne fa uso. Dammi del maschilista ma io la penso così sull’abbigliamento delle donne (ma lo stesso vale per gli uomini, se proprio dobbiamo dirla tutta), mussulmane, cattoliche o buddiste che siano, ovvero che il limite dovrebbe essere sempre dato dal buon gusto e dall’intelligenza di chi sceglie indossare un qualsivoglia indumento. E il buon gusto, ci tengo a precisarlo, non lo valuto secondo criteri moralistici né tanto meno religiosi, ma semplicemente estetici. Se una donna/ragazza ha un corpo che le permette di indossare abiti succinti e scollati che ne valorizzano le forme, fa bene a indossarli. Diversamente, se non se lo può permettere perché non ha un corpo che ben si armonizza con tali abiti, meglio che si copra il più possibile o che usi abiti e colori adeguati alle proprie forme. 

A) La Destra italiana, e non, viene spesso, a vanvera, accusata di essere culturalmente arretrata. Poca cosa insomma. Roma, proprio per la sua storia, potrebbe essere un laboratorio per poter far emergere tutta una serie di idee, proposte culturale innovative e non, che si smarchino anche da una dimensione puramente statica,  fossilizzata della capitale. Cercando di non copiare Milano che alla ricerca della Modernità a tutti i costi, si trasforma in una città schiava della movida, viva ma senz'anima, se non quella del soldo e del radical chic. 

F) Il problema del rapporto tra la destra italiana e la cultura ha radici lontane. Tornando al Movimento Sociale Italiano, l’unico partito che per anni ha rappresentato chi si sentiva di destra, in Parlamento e nel Paese, il fatto di essere dichiaratamente erede dell’esperienza fascista ha contribuito non solo a ghettizzarlo a livello politico e parlamentare, ma anche nell’ambito culturale e intellettuale. Lo stesso M.S.I. ha purtroppo contribuito, in parte, al consolidamento dell’idea che a destra non ci fossero né cultura e né intellettuali, soprattutto nell’ampia fase che va dai primi anni Sessanta ai primi anni Ottanta, toccando l’apice immediatamente dopo il 68 e per tutti gli anni Settanta. Ciò fu colpa di scelte politiche ottuse e del clima che si respirava nei roventi anni di piombo. Per spiegarti cosa avvenne in quegli anni dovrei rilasciarti un’intervista intera sull’argomento, e non mi sembra il caso, ma posso dirti che nell’immediato dopoguerra il M.S.I. era un partito sostenuto da diversi uomini di cultura e intellettuali, certo anch’essi sufficientemente ghettizzati se non addirittura oscurati dalla cultura dominante. Julius Evola è un esempio lampante, a questo proposito. Con l’avvento della Nuova Destra, nata dalla corrente rautiana, e attraverso l’esperienza dei Campi Hobbit, tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta, il mondo giovanile missino, a dispetto di una dirigenza nazionale tutta intenta ad occuparsi di questioni più strategiche che poltico-culturali, diede largo spazio alle iniziative culturali e alla riscoperta di autori, simboli e tradizioni che non avevano nessun legame diretto col fascismo. Mi piacerebbe dilungarmi un po’ a spiegarti cosa avvenne in quegli anni, e quanto ciò ha influenzato la mia stessa generazione, nel momento in cui ha scelto di fare politica nel Fronte della Gioventù, ma non è questo il contesto, come ripeto. Arrivando alla metà dei Novanta, e all’avvento di Berlusconi sulla scena politica, è facile registrare per chi ha vissuto quel periodo in prima persona come la realtà cambi nuovamente. Qui però la decadenza è generale, non solo a destra ma anche a sinistra i riferimenti culturali risultano essere sempre meno rilevanti nella scelta di far politica. E venendo all’oggi, è triste constatare come la cultura conti poco in qualsiasi ambito politico e che i nascenti partiti, come il Movimento 5 stelle ad esempio, si costituiscano senza nessuna base ideologica e senza nessun riferimento culturale riconoscibile. Gli intellettuali poi in Italia sono morti, e se non sono morti hanno perso qualsiasi potere di influenza, di indirizzo, qualsiasi credibilità e senso critico. Non esistono più intellettuali, tanto per fare due nomi provenienti da culture opposte, come Pier Paolo Pasolini, o come Adriano Romualdi, immagino sconosciuto ai più, sia perché morto giovane e sia perché era il figlio di un ex Segretario del M.S.I.  Chi sono gli intellettuali italiani con un minimo di credibilità oggi? Saviano, Camilleri o Erri De Luca? Benigni che traduce la Divina Commedia al popolino? O per dirne uno non di sinistra, Sgarbi? Ah ah ah facciamoci quattro risate per non piangere, che è meglio. L’unico vero intellettuale italiano credibile vivente è Massimo Fini, e se leggete la sua bella autobiografia capirete anche perché non è mai entrato in nessun circuito culturale che contasse veramente, in Italia. Roma è stata, è e resterà un laboratorio politico, più che culturale, non immagino una destra che possa ridefinire un orizzonte culturale partendo proprio dall’esperienza romana. È più una questione di tempo che di luogo, a mio modesto parere. E questo tempo che ci ospita non favorisce affatto.

A) Chiudo con una domanda provocatoria: non è che la Meloni potrebbe diventare sindaca proprio perchè è l'anima incazzosa ma consolatoria, rassicurante, vuota, che piace tanto ai media e ai trasformisti italiano? Insomma siamo sempre a votare politici senza vero spessore ma che fanno parlare solo perchè viviamo in un'epoca di politici mediocri, se non scandalosamente imbarazzanti? La Meloni è una di questi politici?

F) Non so rispondere alla tua provocazione. Giorgia Meloni è una ragazza, ormai meglio dire una donna, anche se nel mio immaginario resterà sempre la ragazzina col megafono ai cortei di Azione Giovani (e lo dico in senso positivo, ricordando quegli anni con affetto e una punta di nostalgia), che si è migliorata molto, nel tempo. Non risponde a nessuna lobby o potentato, ed è spontanea quanto basta per essere sufficientemente credibile. E per quel che ne so è una persona onesta e pulita. Forse non sarà mai un genio politico, e non avrà mai il carisma e la cultura di altri che l’hanno preceduta, nella nostra area politica, ma ad oggi non vedo alternative migliori per chi proviene da un mondo e da una cultura che altrimenti non sarebbe rappresentata. Ovviamente sarà il tempo a dirci quanto vale, e se il suo progetto politico avrà l’ampio respiro auspicato da chi - come me e come tanti altri che hanno deciso di credere che una nuova destra sia possibile - ha scelto di sostenerla.    

venerdì 20 maggio 2016

Pensando a Marco Pannella

Se penso a Pannella, io penso a tutte le sigarette che ho fumato nella mia vita (in un certo periodo, diciamo tre anni, arrivai a fumare tre pacchetti al giorno, tutti i giorni) e a mia madre e al suo calvario. Se parlo di sigarette ricordo quanto puzzassimo di sigaretta io e la mia ragazza. Ci svegliavamo presto, alle 5 e entro le 5 e 40, avevamo già fumato almeno 3 sigarette a testa. Durante la malattia di mia nonna mio padre aveva sempre la sigaretta in bocca e bottiglie di birra. Mia madre mi faceva portare via sacchi pieni di bottiglie ogni giorno. Ma era sempre lucido. E questo mi faceva paura. Quando mia madre si ammalò mio padre, che aveva smesso di fumare, mi disse che non sentì nessuna voglia di comprarsi un pacchetto. Nemmeno le birre. Oggi mio padre beve al massimo mezzo bicchiere a pranzo. Un giorno, mentre mia madre era sotto i ferri, io mi misi al bancone del bar dell'ospedale con una ragazza che conoscevo da due decenni che aveva il marito con un tumore terminale a 40 anni e cominciammo a bere a bere a bere. Mio padre era seduto in sala d'aspetto a guardare la morte. Quando uscimmo con gli occhi lucidi mio padre piangeva a dirotto.

Ieri pomeriggio ho ascoltato la bella trasmissione (bella perché pur condividendone raramente le posizioni rimane per me un programma di qualità e con tanti spunti di riflessione) di Oscar Giannino che ha dedicato a Pannella un bel ricordo che si può ascoltare qui.

martedì 17 maggio 2016

Quando tutto gira storto; leggendo "Works" di Vitaliano Trevisan; Haruf; i dischi che ascolto a manetta; robe parascolastiche da vero vomito

Sono giornate in cui tutto sembra girare per il verso sbagliato: dolori alle mani, esami clinici, casini vari al lavoro, la batteria della macchina da cambiare, bollette su bollette e questo sole finto che invece è freddissimo. Uscito dal lavoro non ho voglia di fare assolutamente nulla se non leggere, guardare il Giro, ascoltare musica, provare a scrivere. Stare a contatto con gli esseri umani mi debilita.


Per fortuna che domani sono libero da impegni e potrò rimanere in casa tutto il giorno a leggere e finire "Works" di Vitaliano Trevisan (Einaudi). Per l'autore veneto ho un amore incondizionato. È come se certe volte esprimesse i miei pensieri. Che avesse vissuto la mia stessa vita. Le prime pagine sono già imperdibili (ohi, sono di parte) con una serie di spunti micidiali che stanno dentro di me:

"Comincio a stancarmi di gente con case a Capalbio, o appartamenti con vista Colosseo affittati, naturalmente in nero, a prezzi esorbitanti, con o senza seguito di costosissimi figli che studiano da registi, o da attori, eccetera, che indossano, ovviamente con estrema nonchalance, capi da migliaia di euro, che conducono vite dispendiosissime, e immancabilmente iniziano i loro fumosi discorsi dicendo: Non ci sono soldi. È grottesco. Che lo dicano a me è due volte grottesco. Decisamente non è il mio ambiente; al massimo sono i miei dintorni, o meglio quelli della mia scrittura, un territorio che frequento." (pp. 10-11)

"Del breve incontro con quello che sarebbe diventato il primo dei miei molti datori di lavoro non ricordo quasi nulla, se non che, dopo che mio padre mi ebbe presentato, il tipo mi squadrò e disse qualcosa come: Eccolo qua, quello che vuole la bicicletta. Be', hai voglia di lavorare? Non posso dire di ricordarlo, ma, messo davanti al fatto compiuto, certamente avrò detto di sí, cosí come in seguito, al cospetto di quella stupida domanda che tanto spesso sarebbe ricorsa nell'arco della mia prima vita, avrei sempre detto di sí, non perché abbia mai avuto davvero voglia di lavorare, ma semplicemente perché ho sempre avuto necessità di lavorare per nessun'altra ragione che per guadagnarmi da vivere punto." (pp. 14-15)

"Non ci si pensa, ma è qui, nella totale ridefinizione del giorno, che piú grava il peso del lavoro notturno, a prescindere dalla sua natura. Tutto ciò che prima pensavo riguardo le mie giornate, e la libertà che credevo avrei guadagnato, non aveva piú alcun senso. Oltretutto, i soldi in piú erano davvero pochi. Ma ormai era tardi per tirarsi indietro, specie dopo aver tanto insistito per avere proprio quel lavoro. E poi, in fondo, si trattava solo di un paio di mesi. Immagino di essermela passata bene, perché di quel periodo, e del lavoro in sé, non ricordo nulla di particolare; non un volto, non episodio, non uno scambio di battute, nulla. Probabilmente una conseguenza dell'appannamento da lavoro notturno, uno stato del corpo e della mente che molti anni dopo avrei avuto modo di conoscere bene, che ci pone in uno stadio intermedio per cui quando si è svegli , non si è mai del tutto sveglio, e quando si dorme, mai del tutto addormentati, e i due periodi, di sonno e di veglia, tendono a non essere piú nettamente distinti, e/o distinguibili; e cosí ci si trascina da un sogno a un altro sogno, e non ne resta in testa nessuno; eppure si sogna sempre, dicono, anche se uno non si ricorda; come del resto si vive sempre, dicono, anche se uno non si ricorda; come del resto si vive sempre, ma non per questo uno se ne ricorda, a meno che non si va un incubo, o lo si sogni. Dubbi, e anche legittimi, sul senso della frase che precede. L'appannamento resta. Giusto poche immagini, alla rinfusa: un uomo anziano, ovvero sui cinquanta - credo che allora, com'è logico, chiunque fosse sopra i trenta mi sarà sembrato anziano -, che fa flessioni con una mano sola; una moto Laverda nuova di zecca, con uno strano imballo in cartone, che lasciava fuori ruote e manubrio, che mi trovai a scaricare e quasi mi sfuggí di mano; le puttane, di cui, fino ad allora, avevo solo sentito parlare, e ora incrociavo ogni notte, al ritorno dal lavoro, sul tratto di strada che costeggia le mura del centro città; e di come esse attirassero il mio sguardo, rendendo al tempo stesso piú decisa la mia pedalata. Piú le guardavo, piú cresceva in me la voglia di fermarmi, e piú velocemente mi allontanavo!
A volte, nell'adolescenza, c'é piú saggezza di quanto comunemente si pensi. (pp. 39-40)

ed è appena uscito"Crepuscolo"





E nelle mie orecchie, andando e tornando dal lavoro, steso sul divano a non far nulla, ci sono questi dischi:


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Ci sono notizie assurde come questa delle scuole aperte d'estate (l'intento sembra lodevole ma a me fa mancare il respiro) e quest'altra raccontata da Francesco Borgonovo: "Il dogma dell'accoglienza si inculca fin da ragazzini". 

sabato 14 maggio 2016

"Vietato andare in bagno: al lavoro col pannolino"

Per rimanere sul tema del lavoro.
Che schifo.
Una notizia ripresa da molti e che io riporto da Il Dubbio. L'articolo è di Daniele Zaccaria.



"Costretti a lavorare con il pannolino per non farsela addosso, dieci ore consecutive alla catena di montaggio circondati dal sangue e dagli escrementi animali sotto lo sguardo arcigno dei superiori: «Provate ad andare in bagno e vi spediamo subito alle risorse umane! ».
Sembra la descrizione di una fabbrica di schiavi di un paese del terzo mondo o un'immagine della prima rivoluzione industriale. Invece è la vita quotidiana per migliaia di lavoratori negli allevamenti di polli negli Stati Uniti, prima potenza economica del pianeta. Condizioni disumane e degradanti messe a fuoco in un'inchiesta condotta dall'Ong Oxfam e poi ripresa dal Washington Post.
La concorrenza sempre più accanita in un settore di consumo di massa come quello del pollame che impiega 250mila persone spinge le imprese a esasperare i ritmi produttivi e di conseguenza a violare sistematicamente i diritti di chi lavora. L'obiettivo è sfornare cosce, petti, ali di pollo o simil-pollo che verranno poi rivenduti a prezzi popolari alle migliaia di catene di fast food che campeggiano sul territorio americano.
Il rapporto si basa su centinaia di interviste realizzate con operai e impiegati degli allevamenti-mattatoi di Perdue, Tyson Foods, Pilgrim's e Sanderson Farms: «In molte fabbriche andare a fare la pipì è diventato praticamente impossibile», denuncia Oxfam precisando che molti manager raccomandano di bere e mangiare il minimo indispensabile: «Gli operai limitano il consumo di cibo e bevande a livelli pericolosi per la salute». Dove è consentita la pausa pipì si formano code di un quarto d'ora che alla fine scoraggiano i lavoratori che sono costretti a camminare lentamente su un pavimento scivoloso ricoperto di sangue e di residui organici. In uno stabilimento dell'Alabama interrompere il lavoro qualche minuto per soddisfare un'esigenza fisiologica è consentito solo tramite un'autorizzazione scritta della direzione e chi sgarra viene rimandato a casa senza complimenti o ingiusta causa che tenga. Così sono sempre più frequenti episodi umilianti, uomini e donne che preferiscono urinare e defecare nei pantaloni che rischiare di perdere il posto di lavoro: «Ormai sono obbligata a indossare dei Pampers e con me tanti altri compagni di lavoro», racconta un'impiegata. La fotografia Oxfan è in tal senso impietosa: «Negli allevamenti di pollame gli operai hanno dei salari più bassi della media ma sono più esposti a incidenti e malattie che in altri settori, lavorano in condizioni indegne e in un clima di paura». E dire che negli ultimi anni l'industria della produzione e distribuzione del pollame negli Stati Uniti è in forte crescita come lo sono i profitti delle imprese.
Debbie Berkowitz, esponente del National Employement Law Project, un istituto che si batte per la sicurezza sui luoghi di lavoro ha visto con i suoi occhi quel che accade in quelle fabbriche-lager: «Gli operai si tengono spalla contro spalla a ogni lato della catena di produzione, coltello e forbici nelle mani, trascorrono il tempo in un ambiente freddo, umido, rumoroso e insalubre, tra sangue ed escrementi tagliano, disossano, confezionano il pollo, un gesto che sono costretti a ripetere migliaia e migliaia di volte ogni giorno. Una fabbrica media produce 180mila polli al giorno, un operaio ne manipola 40 ogni minuto».
Non è la prima volta che vengono puntati i riflettori sugli alienanti sistemi di produzione dell'industria del pollame negli Stati Uniti. Nel 2013 il Southern Poverty Law Center aveva calcolato che negli allevamenti intensivi dell'Alabama l'80% degli operai non aveva diritto alla pausa pipì, una percentuale che saliva al 86% in Minesota dove in media gli impiegati riescono ad andare al bagno una o due volte a settimana. Se i portavoce di Perdue negano che nei loro centri di produzione sia vietato andare in bagno anche perché sarebbeuna violazione del codice del lavoro americano, la Tyson Food ammette che potrebbero esserci delle «disfunzioni», aggiungendo che condurrà un'inchiesta interna per sapere se i manager rispettano le regole in tutte le filiali."

giovedì 12 maggio 2016

Lo spasso che provo leggendo Martin Amis


Un vero spasso leggere "Successo", romanzo di parecchio tempo fa  Lascio un lungo estratto. 

" (1) Non riesco piú in niente. Devo andarmi a rinchiudere da qualche parte finché non sarò di nuovo capace di vivere - TERRY

Vi prego di scusarmi un istante.
Scopare, scopare scopare scopare: in bocca, in culo, di mano, di cazzo. Scopare: scopare nell'orecchio, nei capelli, di naso, di alluce. Non penso ad altro quando sono nella mia stanza. Scopare: scopare a letto, sul pavimento, sulla scrivania, sul davanzale, sul tappeto. E per strada. Scopare: scopare sull'asfalto, contro i lampioni, nelle vetrine. Scopare: scopare in bici, in macchina, sull'autobus. Scopare: scopare sui terrapieni, sui binari, tra la spazzatura. Scopare: scopare con le penne, con le graffette, con la carta. (Ora sono in ufficio). Scopare: scopare con le donne delle pulizie, le segretarie, le sostitute. Scopare: scopare in mezzo ai fogli vendite, alle fatture, ai telefoni. E da qualunque altra parte, scopare: scopare a terra, in mare, per aria, tra le nuvole, nel cielo. Con qualsiasi stato d'animo, scopare: scopare con odio, con rabbia, con divertimento, nella malattia, nella tristezza. In qualunque contesto, scopare: scopare con amici, bambini, nipoti, zie, nonne, sorelle. Scopare scopando. Ho solo voglia di gridare o di tremare come un animale ferito. Sto qui seduto a ribollire di rabbia.

No, non me l'ha ancora data nessuno. Non sono piú sicuro di volerlo nemmeno io. Voglio dire: cosa succederà quando finalmente una...ci siamo capiti, no? Sulla parte meccanica non ho dubbi (a letto a riguardo qualcosa sui libri e compro anche molte riviste, quelle in cui ci sono ragazze che in cambio di soldi mostrano al mondo l'interno della loro vagina e del loro ano. A proposito: la polizia sa dell'esistenza di queste riviste, che peraltro si possono comprare ovunque? Io credo di no), ma tutto ciò deve sembrare alquanto goffo e imbarazzante. E voi, lo fate spesso? Con quale frequenza? Piú o meno di quanto vorreste? Un tempo lo facevo ogni volta che me ne capitava l'occasione e mi piaceva anche un sacco. Poi ho smesso. Nessuna ha piú voluto farlo con me  (e farlo con qualcun altro è il grosso del divertimento). Penso che presto smetteró di provarci. Vengo pian piano isolato. Sono circondato da barriere che mi piombano tutto attorno. Tra un po' sarà troppo tardi e io saró definitivamente intrappolato.
Continuano a capitarmi Cose Brutte. La settimana scorsa, a Notting Hill Gate, in un negozio di abiti usati, ho comprato un completo gessato. Un abito ridicolo sotto vari punti di vista - era palese che prima di me l'aveva indossato un uomo vecchissimo e incasinato perso - ma conoscevo una buona sartoria dove me l'avrebbero stretto e rimesso a nuovo per pochi soldi (l'idea era questa). Me l'hanno stretto e rimesso a nuovo per pochi soldi (l'idea era questa). Me l'hanno stretto e rimesso a nuovo per pochi soldi, l'ho portato a casa e l'ho provato: era della mia misura e mi stava bene. Poi mi sono accorto che puzzava, ma proprio tanto, del sudore dell'uomo morto che l'aveva indossato per tutta la vita. E va bene, mi sono detto. Ho deciso di tenere il completo in ammollo nell'ammoniaca per un'intera notte; dopodiché l'ho appeso fuori dalla mia finestra per un'altra notte, poi l'ho sepolto nel cortile per altre due notti, ci ho buttato sopra la cenere di sigaretta, l'ho imbevuto di dopobarba e whisky e alla fine l'ho indossato di nuovo. Puzzava, puzzava fortissimo del sudore  dell'uomo morto che l'aveva indossato per tutta la vita. L'ho buttato in un bidone della spazzatura. Non entrava nel cestino della carta straccia, che ancora mi guarda storto da un angolo della mia stanza, sempre in cerca di guai, sempre in vena di fare a botte." (pp. 67-69)

mercoledì 11 maggio 2016

La scomparsa del lavoro

Mis-Shapes


Ho l'impressione che il mondo del lavoro, i lavoratori e le loro condizioni, i soprusi che stiamo vivendo, siano letteralmente scomparsi dal dibattito.
Non che non se ne parli ma lo si fa quasi senza urgenza, senza passione, senza vero interesse.
Sommersi da montagne di merda di retorica e di parole come modernità, flessibilità, nuovi diritti shopping, vacanze, x-factor, divertimento, social network, sport, ragioni partitiche, sindacali. i lavoratori, di tutte le categorie, stanno regredendo alle condizioni di cent'anni fa.
Le responsabilità sono fra le più varie ma è davvero ora di fare qualcosa e fregarsene di gente come i magistrati, i moralisti giornalisti del cazzo, di Fassina e Grillo e compagnia belladimerda.

Per dire, ci sono situazioni dove si parla di ritmi insostenibili, "Husqvarna, lavoratori in sciopero: “Ritmi insostenibili” (una ditta da dove sono transitate parecchie persone che conosco...e lo sciopero di un'ora è ridicolo), di delocalizzazioni: "König si trasferisce: annunciati oltre cento esuberi", paghe da fame: "Una ditta che ci riporta dritti in una realtà di fine ‘800", di lavori a chiamata senza malattia e ferie pagate come nel mio caso o di voucher usati a manetta (per la prima volta l'altro ieri, arrivato in Italia, ho visto un tizio di trent'anni vantarsi di pagare con voucher i suoi dipendenti), di due/tre lavori per poter campare, di cicli continui, di tasse altissime, di servizi scadenti, di amici che vanno all'estero e fanno una vita di merda ma non hanno il coraggio di raccontarlo a casa e lo scopri solo per caso.
Con una sensazione di scollamento generale e rassegnazione che percepisco sulla mia pelle quando ne parlo con conoscenti, parenti, amici. Con persone che vorrebbero aperto tutto 24 ore su 24. Servizi garantiti. Musei aperti. Tutto. Tutto. 

Scusate dello sfogo.
Ma quando vorresti cambiare lavoro e tutto quello che ti viene proposto è come ieri:
"Allora ti propongo un lavoro a chiamata"
"C'è un minimo di ore?"
"No"
"Avete un programma settimanale?"
"No"
"Allora non mi interessa"
"Beh, se non sei flessibile finirai ai margini"
"Ma vaffanculo va brutto stronzo" e quasi quasi gli tiravo un pugno e mi sono limitato a ribaltare la sedia.

beh, direi che continuare ad avere speranza è parecchio difficile mamma.
Io ci provo seguendo quello che dice Havel ma sto marcendo dentro.



martedì 10 maggio 2016

Due estratti da "Non ci sono innocenti" e due articoli di Silvia Valerio



Intanto che lavoro alla recensione di “Non ci sono innocenti” e alla relativa intervista alle autrici, lascio due estratti:

“Aprì il cartoccio e svolse dalla carta rigida che lo copriva un panetto di tritolo. Era diverso dai primi che aveva visto. Più grande, color giallo zafferano, con la nicchia sagomata in cui inserire il detonatore. Sotto, ne riposavano altre file, ordinate e pesanti. Mandavano il solito odore lieve di polvere. Immaginarne la funzione, a vederle così, non era immediato. L'angoscia che stavano mettendo a tutti... Qualcuno esaltava l'arma spregiudicata, ma con la voce che gli diventava quasi stridula. Nessuno la sentiva davvero necessaria. Lo stipendio sicuro, una femmina senza capricci, qualche ora di svago, la macchina: si accontentavano. E i rabbiosi lo erano solo perchè le cose delle loro piccole vite avevano qualche difetto. Lo aveva capito, Giulio, in quei momenti di divinazione che erano i minuti prima del dormiveglia. Il mondo lontano, le idee che correvano. Se c'era, invece, una forma di giustizia, era quella; se si poteva inventare un'opera ben riuscita, era quella: scuotere un'umanità che presto non si sarebbe più potuto definire tale. Lì sì lo prendeva una voglia di fargli gonfiare il respiro. Nella fica della rivoluzione non pensava di trovarci solo gusto, ma generazione verso l'altro.” (pag. 266)

 “Quando arrivarono ai primi raggruppamenti di fabbriche e case era passata un'altra ora. 
L'hinterland milanese. Adesso la campagna si era alzata in ali di intonaco scrostato, in montagnole di capannoni con i tettucci ondulati, baracche, serrande semichiuse su sacchi della spazzatura e panni stesi ad asciugare.
Il fumo che si sollevava era la cosa più pulita che c'era.
Poi svanirono anche le coree, le case che si erano tirati su da soli gli immigrati dal sud, di notte o nei giorni di festa, ai primordi del boom.
Cinisello Balsamo. Bollate. Rho.
Arrivarono quelle costruite dagli enti pubblici assistenziali. Quelle del Piano Romita o Tuopini. Dell'Iacpm. Le cattedrali delle periferie che si elevavano ai lati della strada, mostri guardiani. Quando ci passavi in mezzo, ti davano l'impressione che il cielo si oscurasse, come per quelli che si facevano tutto il giorno in fabbrica, alla Breda o alla Falck. Che tornavano dal lavoro pedalando e passavano il resto della giornata sul divano dai bordi scuciti, ad accendersi sigarette senza filtri, a bere vino dalle bottiglie, che stavano alle finestre in mutande, con le gambe a penzoloni, a respirare lo smog insieme a una bambola senza un braccio, o che preparavano da mangiare e ti facevano arrivare l'odore fin lì, oltre le tapparelle, e poi oltre il ciglio, oltre i finestrini, e coprivano anche le parole della radio per chiuderti lo stomaco. Quelli che giocavano nei cortili accerchiati dalle palazzine e scrivevano per terra con i pezzi di muro. Quelli che mettevano in bocca la terra delle aiuole. Quelli di lì, e quelli di Buccinasco, di Corsico, di Sesto. Di Baggio, della Barona e della Comasina. Quelli che vivevano protetti dalle immondizie e quelli ch emorivano nei sottopassaggi, che dovevano farsi chilometri per imbucare una lettera. Che finivano a San Vittore, che sognavano la metropolitana. O l'avevano costruita in viale Monte Rosa e avevo assistito al primo giro gratuito per i cittadini milanesi. Quelli che avevano saputo del Compasso d'Oro agli architetti Helg e Albini e a Bob Noorda, il disegnatore della segnaletica. Quelli che non si toglievano la tuta blu dopo il turno, e poi entravano nei libri di Scerbaneco, I ragazzi del massacroc; Milano calibro 9; Traditori di tutti. Quelli che coltivavano i pomodori nella vasca, che a scuola non capivano la lingua del maestro. 
Quelli che abitavano in “una comunità autosufficiente, in cui gli uomini possono trovare, in una armoniosa sede urbanistica, con le migliori condizioni per l'abitazione, per l'assistenza spirituale e sociale, la possibilità di completare la propria personalità”, secondo l'Istituto Autonomo Case Popolari. 
La corte dei miracoli del miracolo economico.
Quei metri quadrati di cemento assoluto, centinaia, erano così misteriosi che non riuscivi a capire dove gli scomparti degli edifici erano abbandonati e dove no. Lo squallore vinceva gli occhi e li teneva in trappola più della meraviglia. (pp. 399-401)

E i due articoli di Silvia Valerio, uno un po' datato, l'altro nuovissimo:

lunedì 9 maggio 2016

Everything Means Nothing To Me


si sta per avvicinare un'altra notte.
e poi un'altra giornata.
giornate.
tante quante le dita delle mani. e altre dita. e poi altre dita.
troppe.
ho guardato i cani al guinzaglio.
le padrone sculettare.
i sassi.
la pioggia che mi bagnava tutto.
un bambino che si ficcava le dita nel naso.
una tizia che si leccava le labbra gonfie di botulino.
la sola persona veramente interessante di oggi.