martedì 15 novembre 2016

Recensione di "Le fogne del paradiso. Nizza 1976: la rapina del secolo" di Albert Spaggiari (Oaks Editrice)



Io sono un ladro. Ve lo dico per onestà.
Bene, come diceva un grande poeta finlandese:” Non è tutto qui!”.
Prima di questa avventura – o questo scasso, se preferite – mi ero assopito per otto lunghi anni Nel commercio. Ho provato anche questo. Ho provato tutto. Si trattava di un negozio di foto. Un vero coma. Il reddito, l'IVA, i sussidi, la sicurezza sociale, le assicurazioni obbligatorie, le imposte locali, le etichette, le autostrade, i parcheggi, le contravvenzioni, le contribuzioni, le reti viarie, le insegne, gli spazzini, la televisione, gli sconti, i piccoli omaggi, i favoritismi, gli sbirri, gli ospedali, le feste padronali, i contributi, le mutue...Ho pagato per tutto. Per i figli che non ho avuto, per la stupidità universale. Mi facevano pagare anche per la mia merda che avrebbe dovuto nutrire la terra.” (pag. 17)

Al giorno d'oggi uno come Albert Spaggiari, paracadutista in Indocina, ex membro dell'O.A.S., a un passo dall'uccidere Charles De Gaulle, fascista, anarchico, ladro, avventuriero, ex carcerato, fotografo, latitante sarebbe considerato dalla stragrande maggioranza delle persone, dall'opinione pubblica, da una certa intellinghenzia forcaiola e moralista e probabilmente anche da moltissimi lettori uno da rinchiudere in galera o da fucilare sul posto. La sua grandezza verrebbe accantonata per far posto all'ipermediatico e autominatosi Robin Hood contemporaneo Fabrizio Corona o a spregiudicati piazzisti come Grillo e combriccola che a furia di diete a base di yogurt e televisione si trasformano tutto d'un tratto in rivoluzionari sotto la luce delle stelle o a presunti ribelli che oziano su internet e concionano di qualunque argomento ritenendosi degni eredi di questa o quell'altra teoria/pratica  rivoluzionaria. 

Di sicuro oggi la vita per uno come Spaggiari sarebbe stata quasi impossibile con la derisione degli ideali e di chi continua ad averne, con le banche odierne vuote di contanti, con l'ipercontrollo tecnologico che regola qualunque nostra azione quotidiana, con la videosorveglianza sarebbe stata quasi impossibile. 
Forse. 
Perché Spaggiari si sarebbe di sicuro inventato qualcosa fuori dall'ordinario.

Albert Spaggiari é stato un uomo di passioni totalizzanti, di grandi sconfitte, un Don Chisciotte che combatteva pur sapendo di uscirne sconfitto ma che nella lotta, negli ideali, nella grande rapina, nella fuga rocambolesca, nell'amore, nella ribellione vinse sempre. L'essere mai domi fu la sua ragione di vita. 

Le fogne del paradiso. Nizza 1976: la rapina del secolo” (Oaks Editrice, a cura di Carlos D'Ercole, postfazione di Tomaso Staiti di Cuddia, traduzione di Jacopo Ricciardi) é il suo romanzo che racconta della grande rapina compiuta da Spaggiari, insieme a un gruppo di suoi solidali e al clan dei Marsigliesi, ai danni della filiale di Nizza della banca Société Générale. Se la trama si snoda raccontando il risveglio di Spaggiari dopo un periodo di inattività, la relazione con la straordinaria moglie Marcelle Audi, l'ideazione del piano, la composizione del gruppo e il legame coi Marsigliesi (ritratti in maniera indimenticabile), la straordinaria impresa che porterà allo scavo di un tunnel di otto metri nelle fogne (pagine indimenticabili e che contengono tutto il fetore respirato) per raggiungere il caveau della banca e alla sottrazione di cento milioni di franchi lasciando su una parete la storica frase: “Senza armi, senza odio, senza violenza”, lo spartizione del bottino, il tentativo fallito di scomparire, l'arresto, il carcere preventivo, gli interrogatori e la definitiva e rocambolesca fuga su cui chiude il libro: “Tutta la notte la radio si scatena. Alla prigione di Nizza, sono sicuro che tutti i compagni stanno battendo sulle gavette e sulle sbatte a ogni notizia che fa loro capire che Spaggiari è riuscito ad attraversare le linee nemiche. A parte il guardasigilli e i suoi subalterni la Francia intera si diverte un mondo. Ecco la storia. Come mio nonno e come prima suo padre: io vi abbandono, moglie, cani, vestiti e fucili...Addio, mio paese. Ti rivedrò tra vent'anni o tra venti secoli... Sono libero.” (pag. 213), quello che colpisce e affascina di questo romanzo-vita sono il suo tono da noir nerissimo e disperato, il suo essere un strano incrocio del primo Malet/Papillon/Don Chisciotte/Bukowski/Céline, l'atmosfera feroce e malinconica dei film di Jen-Pierre Melville, il dissertare poetico fra Ezra Pound e Nietzsche, il fantasma luminoso di Léon Degrelle che scrisse: “Il decadimento scaturisce segretamente nel pensiero, prima di diffondersi in tutto l'essere.” (pag. 37. “Militia”), lo sberleffo per sbirri e magistrati, il tono tragico/picaresco dell'eroe sconfitto, il senso di solitudine: “Senza figli, non c'è la tribù. Non era dunque che un sogno come gli altri. Questa roccaforte, questo rifugio, questo nido d'aquila l'ho costruito per niente. Nessuno dei bambini che avrei potuto avere andrà a calpestare la pianura o a fertilizzare la montagna.” (pag. 173), una guerra che non finisce mai e che ancora si sta combattendo coi suoi combattenti che vagano da un confine all'altro della terra: “Il Portogallo più della Spagna era il rifugio europeo di tutti i nazionalisti. Prima della rivoluzione si aggiravano in quel paese tutti i vecchi collaborazionisti o le S.S che non avevano potuto pagarsi il viaggio in America del Sud, né riadattarsi a una vita civile non militante. La rivoluzione dei garofani ha fatto un grande massacro tra questi nostalgici. Le Rouxel, veterano della destra, aveva capito le cose molto tempo prima e si era sbrigato a morire avendo cura di distribuire prima ad alcuni “cani pazzi” del nazionalismo i suoi indirizzari e i suoi appunti. Figlio di un colono di Angola, accolto in Spagna dai suoi amici, Rico aveva assistito all'esodo della parte migliore del suo paese e alla miseria dei reietti degli ultimi trent'anni. Russi, cosacchi, ucraini, croati, italiani, francesi d'Algeria, ora perseguitati in tutta l'Europa, poiché la Spagna, loro speranza massima massima, stava essa stessa sparendo nella trappola dove tutti i paesi europei erano già sprofondati. "(pp. 53-54),  due straordinarie pagine su New York/Stati Uniti: “New York con i suoi tre milioni di immigrati clandestini, i suoi grandi viali più scassati di una pista africana, i suoi odori di Medina, i tassì putridi e protetti da reti metalliche. New York! La follia sistematica e generalizzata, la grazia e la bruttura. La Libertà con un gusto di merda.” (pag. 175), l'infanzia e adolescenza fra montagne, città e collegi, raccontata quasi alla "400 colpi"  di Truffaut, con un ragazzino che corre e corre e che poi arriva al confine del mare e si guarda intorno disperato, Nicolás Gómez Dávila col suo antimodernismo: “La nostra libertà non ha miglior garanzia delle barricate che, contro l'imperialismo della ragione, la parte anarchica del mondo erige.” (pag. 13, “Pensieri Antimoderni”), le avventure di guerra del mitico mercenario belga Jean Schramme o quelle del corsaro nero Henry de Monfreid, la vivida descrizione del degrado del mondo contemporaneo, la noia della vita senza senso e emozioni. 

C'è un cuore aperto in questo romanzo. 
Un cuore di coraggio e battaglia, di sangue puro, di voglia di vivere, di prendere a calci nel culo il mondo moderno fatto di banchieri, di finanza, di falsità, impostori, traditori. 
Un cuore che batte. 
Fortissimo. 
È stata una vera emozione fisica leggere queste pagine col fisico distrutto da giorni di lavoro senza senso, la mente occupata da pensieri autodistruttivi e stupide incombenze materiali e scartoffie su scartoffie. Come se Albert Spaggiari  e tutti coloro che hanno permesso la pubblicazione di questo libro (Carlos D'Ercole, Jacopo Ricciardi, Tomaso Staiti di Cuddia, Stenio Solinas) mi avessero risvegliato e mi avessero regalato, a questi quasi miei quarant'anni, amicizia, schiaffi, commozione sincera, nuovi sogni, lacrime, sorrisi e tanta tanta avventura che non sentivo nel mio corpo da tanto, troppo tempo.

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