martedì 29 novembre 2016

Non mi piace il dialetto

A me non piace il dialetto. In generale. Quello delle mia zona di provenienza ma anche tutti i vari dialetti della penisola e del mondo intero. Ne riconosco il valore, l'apporto, l'importanza. So benissimo che il dialetto riesce a esprimere concetti con un'immediatezza che le lingue nazionali non possiedono. Che il dialetto insieme al regionalismo é una delle peculiarità della penisola. 
Non so parlare in dialetto ma lo capisco perfettamente. Sto parlando del brianzolo e di quello della zona del Varesotto/legnanese. Essendo la mia compagna una veneta non mi é ormai così tanto difficile comprendere il veneto parlato nel vicentino. Sono cresciuto in una famiglia dove il dialetto è la seconda lingua, anche se i miei genitori hanno sempre parlato esclusivamente in italiano con me e mia sorella e anche mia sorella non sa parlare in dialetto. E so benissimo che il mio italiano si sporca talvolta di errori figli del dialetto. Il mio stesso parlato, duro, con un certo modo di pronunciare ad esempio la Z rivela la mia provenienza. E pensare che l'italiano sia una forma ben determinata, rigida, statuaria, è una follia. Basti riflettere su come alcune traduzioni di letteratura straniera siano figlie anche dalla provenienza regionale del traduttore. La stessa lingua italiana si modifica ed è modificata col trascorrere degli anni. Si plasma sotto le mani di chi la utilizza, la parla. Si abbandonano termini. Insomma pensare che la lingua, le lingue in generale, siano una prigione, un dogma eterno è una follia.

Ma detto questo a me il dialetto continua a non piacere. E sapete perché? Per il suono. Sin da piccolo il dialetto mi entrava nelle orecchie in maniera sgradevole. Preferivo i miei nonni quando parlavano in italiano. Il suono dell'italiano mi confortava. Mi faceva star bene. Semplicemente mi piaceva. Mi piace sentirmelo in bocca l'italiano. È un sapore che adoro. Più del cibo. Ultimamente mi sta accadendo anche col francese, che al lavoro sono obbligato a riprendere a parlare/studiare (e nei prossimi mesi sono intenzionato a dedicarmici con impegno). Già pronunciare la parola “casa” in dialetto mi fa sentire la bocca tristissima. Brutta. Così come “figlio”. Intendo proprio il suono che mi esce dalla bocca quando pronuncio questa parola. La stessa bellezza la sentivo quando studiavo latino o ascolto ancora oggi mia sorella e una mia amica parlare o leggere ad alta voce in greco antico.

Ascoltare l'italiano mi quieta, mi fa sentire felice. Mi fa sentire, e questo vale solo per me, la realtà nelle sue varie sfaccettature. 

Sia ben chiaro non c'è nessuna pretesa di superiorità, nessun integralismo ma solo differenza.
Anche se per tanti anni utilizzare esclusivamente il dialetto mi ha spesso procurato un sacco di problemi.

Come qualche giorno fa, quando ho girato in lungo e in largo per il mio paese sbrigando commesse per mio padre e in successione sono passato dal macellaio, dal panettiere, dal fruttivendolo, da un paio di parenti. Tutti, dico tutti, quelli che ho incontrato parlavano dialetto. Stava filando tutto liscio quand'ecco che appena entrato nel bar in piazza sento alzarsi al cielo: “È arrivato il professorino svizzero”, ovviamente in dialetto. E tutti che ridono. L'idraulico, il pensionato, il bancario, l'avvocato, l'impiegata, il dottore, l'operaio. 

So che non c'era vera e propria cattiveria in quel commento ma solo l'abitudine allo scherno compulsivo e volgare che impera nella società ma confesso che in quel momento avrei voluto trasformarmi in un dittatore sanguinario che impone a tutti, pena la morte, la lingua italiana.

E invece sono andato al cimitero e ho passeggiato triste per le file di tombe.

Per fortuna ho incontrato Lucky, un becchino albanese. In italiano mi ha chiesto della mia famiglia, del mio lavoro. Secondo me lui non capiva perché fossi così contento di parlargli.

Per fortuna Lucky è uno di quegli immigrati che arrivato in Italia ha imparato prima l'italiano che il dialetto.


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