martedì 1 novembre 2016

In breve su "Futuro anteriore" di Martin Amis (Einaudi)


Io non ho quasi più parole da usare per Martin Amis.

Lascio solo due estratti da quell'incredibile romanzo che é “Futuro anteriore” (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli).

Satira sulla presunta liberazione sessuale post anni '60, sulla cultura dello sballo, sull'aristocrazia, sulla famiglia, sulla cultura elitaria. Sgradevole, divertente, sferzante, autodistruttivo, commovente da spezzare in due il cuore.

Primo estratto:

E dentro la casa la prospettiva non é meno inaffidabile. Ad Appleseed Rectory tutti perdono i sensi, e non riescono a ricordare niente che risalga a più di qualche giorno prima. Tendono tutti a essere ubriachi o fatti o in preda ai postumi o al vomito, ad Appleseed Rectory, e hanno imparato a essere empirici per ciò che riguarda le percezioni dei sensi. Ad Appleseed Rectory tutto è fuori fase; le camere trasmettono un senso di incertezza e vertigine. E gli abitanti soffrono di bizzarri disturbi mentali causati dal prolungato consumo di droghe, disturbi che possono essere alleviati soltanto da altri tipi di droghe. Di conseguenza Appleseed Rectory é un luogo di contorno instabili e spazi implosi; un luogo di ristagno temporale e falsi ricordi, un luogo di tristezza da strada, astenia notturna e sesso estinto.” (pag. 26)

Secondo:

Il nostro Whitehead aveva impegnato le prime ore del mattino in una dura lotta con la cassetta degli attrezzi del garage, per ripristinare e in parte rimodellare un paio di vecchi zatteroni, zatteroni che aveva indossato quotidianamente fra i diciassette e i ventun anni, quando – benché foderati di amianto e bachelite – nell'arco di un pomeriggio gli stivali erano diventati un problema... svuotando anfiteatri, lasciando sul loro passaggio matricole riverse, cassette di fiori devastate e donne delle pulizie asfissiate. Quella sera Keith non aveva avuto altra scelta che relegare le calzature avvolte in vecchi asciugamani in fondo al suo baule. Nel frattempo fu costretto per un mese ad andare all'università in sandali Clarks, mentre – privandosi di cose come i mezzi di trasporto, il caldo, il cibo e l'alcool – metteva da parte il necessario per fare nuovi acquisti.
Il piccolo Keith aveva inchiodato alle suole dei rinvenuti stivali delle tavolette di legno grosse quanto un pugno e approssimativamente sbozzate, che aveva scalpellato vigorosamente con martello e bulino e quindi annerito con lucido da scarpe. Un lavoro certosino e per molti versi ingegnoso, oltre che la più audace opera di ricostruzione che avesse mai concepito – e Keith non era un ciabattino...
In camera sua, Whitehead si infilò una moneta da due pence tra i denti e fece sparire le gambe nelle due aperture roventi. Si sollevò dal letto – con estrema cautela – in modo da caricare tutto il peso sugli zatteroni palpitanti. Piano, piano, piano...
...Una frazione di secondo più tardi Keith era un pasticcio invertebrato sul pavimento della sua stanza. - Fin qui tutto bene,  - gracchiò. In fondo, Whitehead aveva una certa esperienza in materia, e anche steso sullo scendiletto, contorcendosi per il dolore boia che gli pervadeva il corpo, restava ragionevolmente ottimista. Dello stato in cui ultimamente versavano i suoi piedi aveva – grazie tante – un'acuta consapevolezza; o comunque sapeva che spalancavano nuovi mondi alla portata semantica dell'epiteto primitivo. (Un consulente alimentare ubriaco una volta gli aveva consigliato, ufficiosamente ma con sincera premura, di farseli semplicemente amputare – e in fretta). E nondimeno il piccolo Keith sapeva anche quanto potevano, loro come lui, reggere e gestire. Ora come ora, confidava che un elisir lenitivo di sangue e sudore avrebbe iniziato ad ammorbidire le scaglie di cartone, a lubrificare i crateri del tallone, a sciogliere le pieghe rinforzate del vinile tagliente. Non avrebbe, è vero, sistemato le unghie ricurve le cui estremità erano già penetrate di mezzo centimetro nel piede, ma insomma...
- Ma cosa c'è di perfetto, - chiese Keith ad alta voce dal suo scendiletto, - in questa nostra vita? Finché non fanno cic ciac, - proseguì, allungandosi a prendere un cuscino per urlarci dentro, - basta che non facciano cic ciac e io sono a posto. Allora camminerò a un metro da terra.
Dieci minuti più tardi Keith era in piedi, con le lacrime di dolore che gli colavano libere sulle guance. Fece un passo esplorativo, lasciò che il suo petto si gonfiasse, emise un possente e gutturale grugnito e impose sul proprio corpo una specie di dominio. Attraverso la feritoia, spiò Quentin ed Andy che tornavano a passo lento verso casa. Nudo fino alla cintola, Andy gesticolava con eleganza in direzione del florido giardino. Strattonato dalle lacrime di Keith, il suo corpo fluttuava leggiadro oltre il vetro bitorzoluto della finestra.
-Ci si può davvero abituare a tutto, immagino, - borbottò Whitehead.
La corrosione gli risaliva le caviglie come alta marea. Poi a Keith venne in mente che se avesse dovuto portare quegli affari ai piedi (poniamo) una settimana, la perdita di ectoplasma avrebbe pesantemente intaccato l'artificioso guadagno in altezza: coi suoi mozziconi di stinchi sanguinolenti conficcati in supporti da quindici centimetri, sarebbe tornato a essere un metro e cinquanta. Ma era improbabile che dovesse indossarli tanto a lungo. Che fortuna. Per quel piccolo dono del destino Whitehead emise un laconico grazie.” (pp. 134-136)

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