mercoledì 23 novembre 2016

Impermanence



Di solito quanto torno da mio padre mangiamo in cucina. Due chiacchiere veloci. Il caffé. Qualche commissione insieme nel pomeriggio. Se invece sono previsti altri ospiti, come ieri sera, sediamo in salotto, attorno al tavolo in legno massiccio cercato per anni da mia madre. In queste occasioni preferisco sedere vicino alla finestra così da poter guardar fuori, verso le case e i palazzi vicini, mentre intorno a me fioriscono conversazioni di cui non m'importa assolutamente nulla. Resto zitto e rispondo solo se interpellato. Conto i minuti che mi restano prima di andarmene. 
Ieri sera si é ripetuto il solito copione. Con gli anni ho rinunciato a qualunque velleità di partecipazione. A qualunque propensione al litigo, alla difesa dei miei principi. 
Sorrido, taccio, mostro, delicatamente, il mio disinteresse. Questi appuntamenti che vivono di ipocrisia mi stravolgono a tal punto un umore che è già nero di suo da impedirmi, nel prosieguo della giornata o il giorno successivo, di svolgere qualsiasi attività. Leggere, scrivere, guardare un film, camminare, mangiare, parlare mi risultano azioni difficili e quasi incomprensibili da compiere. 

Per fortuna in questa giornata c'è Drieu da stringermi al petto (rileggere "Gilles" a quasi quarant'anni è un'emozione di puro dolore) e nessun libro da leggere per recensioni o altri obblighi del cazzo:

Dormiva. Sospirò sollevato. Era finalmente solo con se stesso. Aveva una gran voglia di abbandonare quel letto. Ma l'inquietudine lo trattenne. Non era un uomo, no. Non era un uomo: se fosse stato un uomo sarebbe penetrato in quella fanciulla senza orrore. E ora si sarebbe sentito felice. Guardò nel buio: il rimorso lo popolava di miti.” (pag. 154)

e soprattutto l'emozione di vedere la mia compagna che in pigiama si aggira silenziosa e pensierosa per i 50 metri quadrati del nostro appartamento.
  
Fuori piove a dirotto e pioverà a fino a venerdì.
Questo pomeriggio sono costretto a uscire per pagare bollette e per fare spesa.

Infilo le cuffie e ascolto l'ultimo album, triste e depresso, dei Deer Leap, “Impermanence”, guardando fuori, verso l'Asilo Montessori e i  bambini che corrono sotto l'acqua. 
I loro sorrisi, i loro giochi non mi risollevano l'umore.

Ieri sera hanno parlato di cuochi stellati, ricette, referendum, vita di paese, persone che non so nemmeno chi sono, soldi, educazione.

Al solo pensiero di essere trascinato per ristoranti, università, locali, bar, musei, mostre, trattorie, concerti, saloni del libro, sedi di partito, seggi elettorali, teatri, sale cinematografiche mi viene voglia di morire, di scomparire.

Datemi una spiaggia, le rive di un lago, le sponde di un fiume, le oscurità di una foresta, un bungalow a Creta, una pistola, alcolici, il silenzio dei cimiteri e dei templi in rovina.

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