mercoledì 9 novembre 2016

Schematico su "Perdersi" di Charles D'Ambrosio (Minimum Fax)





Quello che non mi é piaciuto:

-I saggi “Hell House” e “Un paradiso in più”, abbastanza noiosi e in questa noia si perdono alcuni spunti interessanti.
-Alcuni passaggi un po' troppo verbosi
-Convincente a metà “Gradazioni di grigio a Philsburg” che alterna passaggi splendidi ad altri monotoni e in parte già sentiti altrove.

Quello che mi é piaciuto:

-praticamente tutto il resto
-come D'Ambrosio ti porta a spasso fra argomenti trattati, i suoi drammi interiori e familiari, svolte improvvise
-per svolte improvvise intendo  il descrivere un orfanotrofio (“Orfani”)senza ricorrere al cliché del luogo d'orrore ma raccontando della delicatezza degli orfani, dell'amore e della bellezza che esprimono loro e lo stabile in rovina dove sono ospitati
-il passaggio sulle balene (da vere sganasciate) e in generale tutto "Caccia alle balene nel profondo Ovest”, che bisognerebbe farlo leggere alla valanga di ecologisti, sciamani new-age, idioti di cui pullula il mondo intero
-e anche io sarei curioso di assaggiare carne di balena
-il saggio su Salinger “Salinger e singhiozzi” perché oltre a tutte le riflessioni possibili, si ricorda giustamente di Seymour
-come D'Ambrosio scrive di suicidio, di suo padre e della sua famiglia e delle persone finite ai margini
-il saggio su un caso di cronaca “Scagliare pietre” (amore/sesso/figlio fra un'insegnante e studente tredicenne) che é un'analisi arguta e sferzante sull'utilizzo del linguaggio, sulle teorie umane, sul mondo dei media e della giustizia.
-le sue frasi, musicali e ricercate insieme

Un estratto:

“Più o meno agli antipodi dell'esitanza della Letourneau stavano i commenti in tempo reale offerti dai media locali. Dopo la sentenza, una tale Bonnie Hart della KIRO o della KOMO – non mi ricordo quale delle due, e non credo che abbia davvero importanza – ha rapidamente convocato una sorta di sinedrio radiofonico. A quanto ne so, l'unico vero titolo che abbia la Hart per commentare la vicenda della Letourneau é che il suo lavoro le impone di dire qualcosa su un argomento qualsiasi ogni giorno della settimana. Di giorno in giorno, immagino che sia pagata per esprimersi sulle vicende politiche, sui libri di cucina, le verdure fresche, le mode passeggere, le posizioni di battuta nel baseball, la menopausa, le gomme chiodate o quello che sia. In altre parole, la sua autorità è data solo dal ruolo professionale che ricopre, anche se sembra che abbia il dono dell'onniscienza. Le sue opinioni non erano abbastanza persuasive da convincermi, in base a nessuno degli abituali criteri che ho sviluppato da bambino, ascoltando centinaia di prediche dal pulpito alla vorace ricerca di un momentaneo difetto. Nessuna eleganza né forza di pensiero, nessuna arguzia, nessuna perspicacia, nessun momento rivelatorio che ampliasse la prospettiva, che desse forza ai sentimenti, nessuna risonanza, nessuna autocritica, nessun rischio, nessuna compassione o empatia e niente che si avvicinasse all'eloquenza. Dal tenore stridente e aggressivo del discorso non si capiva se questa Bonnie Hart avesse mai nutrito un dubbio in vita sua, sulla questione specifica e in assoluto, tanto stava attenta a non deviare mai del proprio punto di vista, a incanalare la sua indignazione lungo la rotta più facile. In un certo senso l'intento della Hart stava tutto nell'appiattire la rotondità del mondo e nel sostenere l'asimmetria, la divisione in due. Sembrava un progetto grossolano e retrivo, dato che ciò che ci differenzia dalla scimmie non è tanto il pollice opponibile quanto la capacità di far convivere idee contraddittorie nella nostra mente, caratteristica distintiva che magari dovremmo cercare di non perdere. 
Ma ultimamente pare che l'opinione pubblica ritenga che tentennare sia da vigliacchi, come se avere ed esprimere, o peggio ancora confessare, dubbi e incertezze significasse tradire un'idea fondamentale. Nel caso di Mary Kay Letourneau mi è sembrato che nel corso degli ultimi nove mesi non si sia fatto altro che assistere allo spettacolo di una donna pubblicamente demolita, svergognata, umiliata, mortificata, abbandonata, che era stata messa in carcere e privata di tutto, che aveva perso qualunque cosa, la famiglia, il lavoro, la casa, la libertà, la privacy, e anche se avessi accettato la linea più dura dei sostenitori della linea dura, anche se avessi ammesso la possibilità che questa donna “adultera” e “molestatrice” avesse meritato la sua sorte, che i suoi crimini fossero sconvolgenti e odiosi  e che la sentenza di libertà vigilata appena emessa dal giudice Linda Lau fosse troppo indulgente, tutto questo non mi avrebbe impedito di sentirmi a disagio e molto solo nell'ascoltare l'intrepida e farisaica Bonnie Hart, che defilata e protetta nella sua postazione radiofonica si stava già praticamente chinando per raccogliere la prima pietra. “ (pp. 239-241) 


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