mercoledì 26 ottobre 2016

Un passaggio da "L'ultimo uomo" di Enzo Pennetta (Circolo Proudhon)


Saggio molto interessante, con tanti spunti su cui riflettere e anche qualche passaggio a vuoto e ripetitivo. Comunque ecco un estratto:

"Una volta svincolati da ogni forma di giusnaturalismo, i diritti vengono stabiliti dalla maggioranza. Compiuto questo passo, quello cioé di relativizzare il concetto di diritto trasformandolo in "qualunque cosa che gli uomini definiscono come tale", il collegamento, o meglio, la trasmutazione dei desideri in diritti diventa un fatto riconosciuto e accettato unanimemente. Giunti a questo punto, perché un desiderio venga considerato un diritto manca il requisito della "normalità. Diventa quindi essenziale stabilire cosa si intende per "normale" e "anormale". Il termine deriva dal latino "norma", una squadra da disegno per tracciare gli angoli retti. (...). Dal punto di vista sociale e comportamentale, si intende quindi per "normalità" l'insieme dei comportamenti che obbediscono a una regola riconosciuta da tutti. Una volta spiegata l'origine della natura umana sulla base dello studio delle scienze naturali in chiave evoluzionista, il concetto di normalità ha cambiato prospettiva. Da regola alla quale la maggioranza si adegua è diventata una regola soggetta al cambiamento indefinito, stabilita dalla volontà umana asseconda dei desideri del  momento, o dalla presunta maggioranza statistica dei comportamenti. Un esempio di precarietà del concetto di normalità è costituito dalla teoria gender. I suoi sostenitori suppongono che il sesso biologico non determini l'identità l'identità di genere, ossia la percezione che il soggetto ha del proprio sesso, e che le caratteristiche maschili e femminili siano solo degli stereotipi culturali di cui liberarsi per scegliere autonomamente la propria sessualità. La teoria gender assume l'idea che non solo la mente - così come ipotizzava il filosofo inglese Locke - ma che anche la struttura biologica del neonato sia una tabula rasa sulla quale si possono scrivere un numero illimitato di caratteristiche che, tra gli estremi di eterosessualità e omosessualità, comprendono una serie indefinita di sfumature intermedie. Il gender si rivela quindi un enorme cantiere di ingegneria sociale, dove il desiderio, la percezione soggettiva e la volontà individuale possono manomettere la sessualità obbiettiva e il dato biologico. A questa manomissione fa capo il diritto, come normalizzazione ex-post, che viene a benedire e ratificare la normalità di questo processo. Dobbiamo ritornare allora sul concetto di "diritto" che la studiosa Giuseppina Barcellona definisce così:

"al tempo stesso, traguardo "intermedio" e strumento attraverso il quale la meta, l'ordine da realizzare, può essere raggiunto. Essi sono, infatti, l'esito "giuridico" della lotta e delle "giuste" rivendicazioni di una parte, ma, allo stesso tempo, non sono che strumenti attraverso i quali potrà realizzarsi il progetto di società "giusta", per inverare la quale si è intrapreso lo scontro.

Il diritto non è solo il risultato di una rivendicazione minoritaria che pretende di normalizzare il suo comportamento, non è solo il diritto di una parte, ma una forzatura generale di uno schema prestabilito nella società. La presunzione che diritti e desideri si equivalgano, dettata dall'idea che un desiderio sia ascrivibile alla categoria dei diritti quando viene riconosciuto come normalità statistica, rende il baricentro antropologico della società perennemente instabile e modificabile secondo la volontà di chi riesce a far valere i propri diritti più degli altri. Il desiderio-diritto si estende allora dalla minoranza che lo richiede alla società in generale, snaturandone i caratteri, le convenzioni, modificando il concetto di normalità e trapiantandolo verso orizzonti nuovi, su cui si formeranno le future generazioni. La nostra attenzione, perciò, deve rivolgersi al processo di istituzionalizzazione del desiderio: da volontà soggettiva a norma accettata dall'opinione pubblica e legalizzata dallo Stato, organo relegato al ruolo di mediatore/arbitro del conflitto tra le parti in gioco, tra chi rivendica diritti e chi vuole porvi un limite." (pp.159-161)

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