martedì 11 ottobre 2016

Un estratto da "I cani di paglia" di Pierre Drieu La Rochelle (Edizioni di Ar)



Rileggere Drieu, di qualunque libro si tratti, romanzo o saggio, mi riempie il cuore di emozioni indescrivibili. La mia testa si fa turbinio di pensieri, riflessioni, dubbi, drammi. “I cani di paglia” (Edizioni di Ar, traduzione di Franco G. Freda) é il suo ultimo romanzo scritto nella primavera del 1943. Nella primavera del 1945 si sarebbe suicidato. Lancinante, sferzante, doloroso, con un finale a sorpresa che come sempre mi ha strappato un tragico sorriso.

Un estratto:

“La volontà di potenza implica pienezza come ascesi: lui non cercava forse l'ascesi più che la pienezza carnale, la pienezza d'un io cosciente, certo di affermarsi e pronto al trionfo? Mortificava il corpo, frangeva la volontà, umiliava tutte le fonti di gioia nella disciplina militare, nell'esilio delle piccole piccole postazioni mauritane, nella promiscuità sordida di cantine e mense, nella povertà e nell'assurdità di una conquista coloniale dove il conquistatore era il segreto ammiratore del conquistato, cui però distruggeva la ragione d'essere. E tutto per che cosa? In fondo, sapeva bene che come francese era morto, che non potendo più esserlo come ai tempi del re Sole riusciva a essere soltanto un uomo che, condannato al fallimento nella vita, nel mondo, era votato all'altro mondo, alla metafisica e al sogno. Come il pederasta P., aveva indossato l'uniforme del soldato allo scopo di trovare nel suo rovescio il saio da monaco. Aveva seguito lo stesso percorso di Giuda.
E d'altra parte, Nietzsche stesso ben sapeva di essere in Europa semplicemente il primo decadente lucido e consapevole, il primo decadente che scrutava la funesta fatalità della decadenza cercando di arrestarla e contenerla mediante una filosofia della disperazione. Nietzsche faceva esclusivo assegnamento sulla volontà, sul miracolo d'una volontà, sul miracolo d'una volontà che, per il fatto di innestarsi su un istinto andato a male, diventa la cosa più artificiale del mondo. Ma egli era prima di tutto un decadente e in lui, nella sua tragica esistenza e nell'aria stessa che circolava nella sua opera, penetrava questa orrenda astrazione che egli definiva, temeva, condannava e alla quale non sfuggiva. Nietzsche, una volta letto davvero nella totalità e nella profondità della sua scrittura, lasciava trasparire un che di equivoco, addirittura di obliquo. Che cosa voleva veramente Nietzsche? Non certo quella rappresentazione corporale e politica, candidamente cinica, che è stata a lui attribuita, secondo la quale fascisti e comunisti possono reputarsi suoi discepoli (in quest'incontro ambiguo costoro si sminuirebbero quanto lui, perché gli incontri tra filosofi e uomini d'azione generano travisamenti in cui entrambi ci rimettono). No, Nietzsche voleva qualcosa di molto delicato, di molto sottile, di molto puro nonostante la sua psicologia della crudeltà, la sua diagnostica della violenza: sapeva bene che tentativi di restaurare la salute primigenia avrebbero semplicemente rivelato l'inettitudine, da parte della modernità, di ripristinare le tensioni vitali connaturate nella Antichità aurorale, nella Rinascenza ai suoi albori. In fondo, non voleva una cosa molto differente da quella che voleva Gesù. Ciò di cui più ha sofferto e che forse ne ha, alla fine, ottenebrato lo spirito, è stato l'aver presentito – e quel presentimento gli ha ingenerato arroganza, vanteria e disperazione – di non potersi strappare dal modello di Gesù: l'aver presentito che, in fondo, si limitava a imitare quel modello. Pur essendo nemici dei cristiani, hanno veramente un sangue diverso da loro, i nietzschiani? L'individuo moderno – che risulta un iperintellettuale: iperintellettuale anche quando non è uomo di cultura, anzi tanto più iperintellettuale quanto meno è colto-, così spaventato, così nervoso, così angosciato nel compimento della propria volontà, riesce davvero a essere tanto differente da quell'altro individuo “moderno”, da quell'altro bipede iperintellettuale che procedeva con passo rattrappito alla volta dell'incultura, da quell'essere così profondamente degenerato che era il cristiano giudeo, greco o romano?
Lui, Constant, nietzschiano cornuto, cornuto come tutti i nietzschiani d'Occidente, cornuto come Nietzsche stesso, scruta quei mostri che si sono levati nell'Est dell'Europa: mostri immani che sopravanzano  in enormità le figure nietzschiane, perché di fronte a Tamerlano bisogna pur dire che Alcibiade e Borgia erano dei principianti, dei dilettanti, dei maestrucoli di borgata. Ma Constant aveva veramente tutte le tare di Nietzsche, tutte le tare denunciate e incarnate da Nietzsche? Dopotutto era stato soldato e practical jocker in Africa, e questo Nietzsche non lo era stato. Si era infognato in tutte le mercature umane, i commerci del sesso, del denaro, del potere: Nietzsche auspicava forse per i suoi discepoli un esito di questo tipo, ma la superba finezza e gli effetti di sfinimento e di estenuazione delle sue diagnosi lo rendevano troppo arduo per loro. Dopotutto, Constant non era un degenerato che si rifugia nell'altro mondo, ma un uomo che aveva vissuto e che procedeva lentamente, progressivamente verso il distacco e la trascendenza conformi alla sua età. O piuttosto la simultaneità delle due grandi attitudini umane che la teoria pretende sempre di opporre l'una all'altra e di distruggere l'una attraverso l'altra, mentre la pratica ne dimostra l'intima commistione e la forza vitale scaturente dalla loro reciproca decantazione: l'inclinazione dell'eroe e la vocazione del santo. Constant non era nulla di tutto questo e aveva sempre avuto in orrore quelle riuscite spettacolari che fanno inevitabilmente pensare, per contrasto, a certi esseri sconosciuti e magnanimi, i quali sono sempre esistiti al mondo e si dimostrano, in silenzio, con il loro silenzio, più eroi di Napoleone e più santi di San Francesco. Ma aveva perseguito in sé, con un vigore sempre più disinvolto e tranquillo, il culto modesto, ora gioioso ora amaro, di quelle due attitudini così intime negli uomini, non appena essi sappiano di non poter essere più animali. Ah! Certo, gli animali nella loro permanente perfezione sono ben superiori agli uomini con i loro scarti e brancolamenti.
A furia d'essere nietzschiano, Constant finiva per misconosce la grandezza personale di Nietzsche.” (pp. 91-93)

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