giovedì 20 ottobre 2016

"Neolingua La cultura dominante dalla A alla Z"


Di tutte le definizioni contenute nel corposo saggio "Neolingua. La cultura dominante dalla A alla Z" (Circolo Proudhon) curato Lorenzo Vitelli e Andrea Chinappi quella che forse ho maggiormente apprezzato è "Reazionario" di Niccolò Maria de Vincenti, forse perché ormai danno sempre del reazionario anche a me:

"Dare una definizione di "reazionario" negli anni duemila è un'opera complessa se effettuata incautamente. Troppe sono le insidie intorno ad un aggettivo che dal suo conio ad oggi si è riempito di sfaccettature talora radicali talaltra rarefatte. Imprudenti sono altresì i tentativi di mistificare il significato primo del termine "reazione" nella sua accezione storicamente accettata come negativa. Per questa ragione occorre prendere le mosse, in una prima approssimazione, dalla definizione de vulgata che è data dall'aggettivo: colui il quale non accetta cambiamenti della realtà e vi si oppone, colui il quale non tollera lo stravolgimento degli assetti sociali, morali e politici, colui il quale è tendenzialmente ostile a qualsivoglia forma di mutamento. Da questa didascalica visione del fenomeno si evince che l'unica prospettiva del reazionario è restaurare un ordine cosmico sconvolto da un avvenimento storico e riportare alla loro naturale posizione gli assetti della società. Appare inscindibile, come storicamente è stato, il legame tra reazione e rivoluzione, come simmetrico contrapporsi di due realtà fisiche e argomentando da questo assunto si giunge agevolmente alla conclusione che il rapporto causa-effetto reciproco dovrebbe, in via superficiale, essere di visibile constatazione. Di qui la progressiva evacuazione di significato del termine reazionario e la sua sterilizzazione etimologica al fine di confonderne il vero senso teorico. In breve la domanda che occorre porsi è: qual è il vero senso dell'aggettivo "reazionario" alla luce dell'etica corrente? Seguitando la logica dicotomica del "réactionnaire" / "révolutionnaire" cadremmo nella trappola della moderna nomenclatura che divide la vicenda umana in maniera manichea ed astratta, declinando per esempio la contrapposizione in oggetto in quella oltremodo semplicistica di progressisti/conservatori. Per queste ragioni è confacente rivedere il corollario delle simmetrie ideologiche quantomai anacronistiche per il periodo storico che viviamo. Si potrebbe con facilità riportare alcuni paradossi storici che vogliono figure eminentemente rivoluzionarie divenire reazionarie con la stabilizzazione del loro essere rivoluzionari ovvero dello status quo riconosciuto successivo alla presa di potere, con l'ulteriore paradosso odierno che preordinati alla conservazione sono esattamente coloro i quali professavano rivoluzione nell'immediato dopoguerra. Impensabile permanere in queste etichettature poiché vorrebbe dire, essendo i costumi quasi completamente sovvertiti, che chi decanta reazione finirebbe per essere rivoluzionario. Dàvila diceva che i reazionari non sono" sognatori nostalgici di passaggi conclusi, ma cacciatori di ombre sacre sulle colline eterne" e potremmo concludere che l'aforista colombiano ha colto nel segno. Definirsi o sentirsi, o meglio ancora essere reazionario oggi sta a significare difesa in trincea di un sistema di valori che non è più messo in discussione, non è più criticato o combattuto, ma che è stato distrutto dalle fondamenta per essere sostituito con un altro. Nessun mito deve essere sfatato, nessun totem deve cadere. I tabù sono storia, il futuro è segnato in una via tracciata, la verità inemendabile è sancita per l'avvenire. Essere reazionari oggi vuol dire essere moderni senza modernità, vuol dire promuovere il progresso senza il progressismo, vuol dire guardare avanti non negando ciò che è stato, vuol dire essere tradizionalisti e non nostalgici, vuol dire essere reazionari e quindi immancabilmente rivoluzionari." (pp. 239-241)

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