sabato 15 ottobre 2016

Leggendo DeLillo

Leggere DeLillo mi congela i pensieri. Un immenso cielo bianco dove mi muovo al rallentatore. I sogni, il martirio, la malattia, la carne, gli oggetti che mi arrivano incontro lenti incollandomisi al corpo. Ascoltavo mio padre oggi raccontare di mia madre alla mia compagna. Eventi seppelliti nel passato ma ben presenti nella mia memoria. I piatti erano pieni del vuoto che mia madre ha lasciato nella vita di mio padre. Solido. Denso. E sentendo quel vuoto fra le mie dita, sotto il mio coltello si è rinnovata in me la consapevolezza che mai e mai lei si sarebbe sottoposta a un trattamento di criogenia. La sua vita era una sola. La morte era una sola. La vita era un'esperienza limitata. Che aveva voglia di riposare dopo tutto quelle sofferenze. Le parlavo di altre concezioni filosofiche, di reincarnazione, di universi paralleli. Mi disperdevo in argomentazioni confuse. Le dicevo qualcosa ma avrei voluto dirle altro. Con maggiore sicurezza. Lei interrompeva tutti i miei discorsi dicendomi che saremmo rimasti uniti per sempre. A prescindere di tutti i discorsi e di tutte le parole. Io non so più a cosa credere. A chi credere. E perché credere. Ma guardando la mia compagna mangiare quaglie con la panna e polenta ho pensato a quanto mi sarebbe piaciuto tornare indietro nel tempo, quando mi aggiravo per casa come uno zombie, una di quelle mattine nere, e mi sedevo al tavolo in cucina, con un libro in mano, la voglia di bere e fumare davanti a lei che mi dava le spalle, chinata sui fornelli, prima che si voltasse e mi chiedesse "A mezzogiorno ti preparo le quaglie con la panna, cosa dici? Magari ti passa..." Non contava che l'effetto durasse il tempo di un pranzo e che poi il dolore tornasse a spezzarmi in due, contava che lei, dopo avermelo chiesto, aprisse il frigorifero e cominciasse in silenzio a prepararle senza aspettare che le rispondessi.

In quel periodo mia madre ascoltava sempre questo album:


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