mercoledì 5 ottobre 2016

Due righe su "Le ragazze" di Emma Cline (Einaudi)


Ho letto “Le ragazze” di Emma Cline (Einaudi, traduzione di Martina Testa) di slancio, coinvolto fino al midollo. Sarà un caso editoriale, lei sarà una bellissima ragazza, ci saranno sicuramente un sacco di difetti (e ce ne sono, come alcuni passaggi macchinosi e ripetitivi, i personaggi di contorno quasi ridotti quasi a macchiette, la stessa figura di Russell non molto convincente) ma questo romanzo é una vera scossa cerebrale. Sarà perché mi sono sempre interessato a Charles Manson, alla Family, a queste ragazze che ho sempre trovato bellissime. 




Sarà perché queste pagine sono un'esplosione di corpi, di femminilità animale e sensuale, di conflitti familiari, di ricerca di libertà e felicità, di bisogno di appartenenza. Perché sono stato un bambino/ragazzino come Evie, ingabbiato in una rigida stupidità familiare. Alla ricerca di amici, di qualcuno che si interessasse a me, che mi facesse sentire vivo. Che mi liberasse dalle mie insicurezze, dal mio corpo così presente nella sua inesistenza. Che mi aprisse le porte alla comprensione dell'esistenza. Che accogliesse il mio odio e lo facesse esplodere. Che preservasse la mia individualità. Che mi donasse quiete. Vive di dolore, di svuotamento, di solipsismi, di follia, di utopia questo libro che si fa carne di una donna che esclusa da un delitto vive una vita interrotta. Come se la possibilità di vivere una vita sana, realizzata, sui binari della morale diventi una gabbia che cancella i sorrisi, i sentimenti più puri, i legami illuminati dall'amore. Emma Cline ha scritto un romanzo d'esordio che é una carezza sulla giovinezza di dolore, incomprensibile a chi non si é mai sentito soffocare veramente dal mondo intero. Un senso di soffocamento che ti accompagnerà per tutta la vita.

La loro vista; l'oscenità fetale del pollo, la fragola di quell'unico capezzolo. Era stato tutto così sfacciato, e forse era per questo che continuavo a pensarci. Non riuscivo a fare due più due. Perché quelle ragazze dovevano cercare da mangiare nel cassonetto. Chi c'era alla guida dello scuolabus, che razza di gente lo poteva dipingere di quel colore. Avevo capito che si volevano bene, le ragazze,
che avevano creato un legame familiare: erano sicure di ciò che rappresentavano insieme. La lunga serata che mi si stendeva davanti, con mia madre fuori insieme a Sal, tutt'a un tratto mi sembrava intollerabile.

Quella fu la prima volta che vidi Suzanne: i suoi capelli neri ne segnalavano, anche da lontano, la diversità, il sorriso che mi aveva rivolto era diretto e aveva un'aria di valutazione. Non riuscivo a spiegarmelo, lo strappo che avevo provato guardandola. Sembrava bizzarra e selvatica come quelle rose che sbocciano in un'esplosione sgargiante di colore solo una volta ogni cinque anni, una provocazione smaccata e pungente che equivaleva alla bellezza. E cosa aveva visto la ragazza guardando me?” (pag. 38)






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