martedì 18 ottobre 2016

Due righe su "Craxi. L'ultimo statista italiano" di Francesco Carlesi (Circolo Proudhon)



“Capace di disegnare strategie di ampio respiro, amante dell'autonomia e della sovranità, concetti che oggi mancano drammaticamente alla classe dirigente del Paese, tanto da poterlo descrivere come l'ultimo statista italiano. Ce lo vedete qualche leader o uomo politico della Seconda Repubblica tenere lezioni su Garibaldi o sfidare diplomaticamente il Presidente degli Stati Uniti?” (pag. 80)

La mia risposta è “NO” a questa domanda che Francesi Carlesi rivolge all'interno del suo agile e interessante “Craxi. L'ultimo statista italiano” (Circolo Proudhon). Come ci si potrebbe aspettare qualcosa del genere da una generazione di politici e partiti e movimenti che si preoccupano di scie chimiche, scontrini, Jovanotti, caste, bioglocal e via dicendo. Che occupano salotti televisivi giorno e notte. Politici, salvo le solite e sempre più rare eccezioni, incapaci di qualsiasi visione politica, di progettualità di lungo corso. Bravi a riempirsi la bocca di parole che restano sempre parole come banda larga, diritti (utilizzati spesso come specchietti delle allodole), onestà, web, modernità, prelievi fiscali, privatizzazioni, giustizia spettacolo, costi standard. Un mondo politico fatto di tecnici, di contabili, di presunti economisti, di servi della finanza, di teorici strombazzanti sui social network, d'imbarazzanti rivoluzionari, comici, di iene accondiscendenti al politico straniero più in voga . 

Questo libro anche delinea la storia di un uomo discusso e sicuramente controverso, di un uomo ridotto alla figura di tangentaro, di uomo che scappa sotto il lancio di monetine mi ha riempito di malinconia al pensiero di un tempo (sicuramente non il paradiso in terra, tutt'altro), ormai seppellito sotto la furia delle manette, dei processi, del giacobinismo di quarta serie, dove il dibattito delle idee era infuocato (molto bello il capitolo “Le radici culturali. Il Vangelo socialista, il Risorgimento, l'anticomunismo”) con la contrapposizione di Craxi al comunismo e il sostegno ai dissidenti, il suo sostegno alle cause dei popoli che vivevano sotto la dittatura e senza terra, lo sguardo sempre attento al Mediterraneo, l'elaborazione di un pensiero autonomo che coniugasse libertà individuale, impresa e socialismo, l'ambizione di rendere l'Italia una Nazione autonoma, libera, veramente indipendente, capace di guardare negli occhi chiunque. Un'Europa che nel sogno craxiano non doveva vivere di lacci, di imposizioni dall'alto ma di democrazia, comunanza nel rispetto delle varie nazioni, dei popoli, in contrapposizione alla finanza, al mondo bancario, alle multinazionali. Ci sarebbe da scrivere tanto e spero di sviscerare questo saggio intervistando prossimamente l'autore.

Dopo aver letto questo libro ho acceso la televisione e ho seguito questi politici dibattere di referendum costituzionale e elezioni americane e ho spento imbarazzato. Sono tornato a rileggere questo libretto soffermandomi in particolare “Il Vangelo socialista” che ancora oggi contiene spunti di notevole interesse, sicuramente rispetto alle chiacchiere che affollano l'etere e i giornali.

Un libro che mi ha emozionato anche profondamente, forse perché dentro di me scorre ancora lo stesso sangue del mio bisnonno socialista durante il Fascismo, muratore, lettore, morto di tisi. Un uomo fiero, mai comunista e mai democristiano.

Chiudo con le parole che chiudono il libro:

“Il ruolo e le laute conoscenze di cui beneficiarono banche americane come Goldman Sachs in questo contesto sono stati descritti con dovizia di particolari da Pini nel libro “I giorni dell'IRI”. È precisamente da allora che la finanza è divenuta il padrone incontrastato: “sono oggi evidentissime le influenze determinanti di alcune lobbies economiche e finanziarie e di gruppi di potere oligarchici. A ciò si aggiunga la presenza sempre più pressante della finanza internazionale, il pericolo della svendita del patrimonio pubblico, mentre peraltro continua la quotidiana, demagogica esaltazione della privatizzazioni” (nota 155), annotò lo stesso Craxi. La profonda convinzione di essere vittima dell'attacco di questi poteri economico-mediatici ed “il capro espiatorio” del sistema illegale di finanziamento ai partiti su cui si era retta la Prima Repubblica, lo portò a scegliere di lasciare l'Italia, seguendo la frase che, non a caso, fu messa come epitaffio sulla sua tomba: “la mia libertà equivale alla mia vita”. (pp. 81-82)

(Nota 155. Il passo continua con altre parole profetiche: “La privatizzazione è presentata come una sorta di liberazione dal male, come un passaggio da una sfera infernale ad una sfera paradisiaca. Una falsità che i fatti si sono già incaricati di illustrare, mettendo in luce il contrasto che talvolta si apre non solo con gli interessi del mondo del lavoro ma anche con i più generali interessi della collettività nazionale. La globalizzazione non viene affrontata dall'Italia con la forza, la consapevolezza, l'autorità di una vera e grande Nazione, ma piuttosto viene subita in forma subalterna in un contesto in cu è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza.”

1 commento:

  1. I politici attuali si interessano raramente d scie chimiche. Qualche parlamentare si azzarda a fare delle interrogazioni prontamente disattese da chi di competenza. Perché a lei piace respirare le porcherie che buttano fuori apposta gli aerei di linea e militari? Non credo che lei sia d'accordo con il piano di avvelenamento collettivo grazie alla dispersione di metalli pesanti e 'smart dust' e di conseguente 'depopulation' voluta dagli Illuminati...

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