venerdì 21 ottobre 2016

Donald Trump, Melania Trump, Mattia Ferraresi, Mademoiselle Monk, Le Tigre

Leggere. In giorni di insofferenza. Leggere pagine molto diverse fra di loro. Non capirci nulla in questo caldo che ha qualcosa della meschinità che mi circonda e di cui sono fatto. Ho le mani piene di vesciche per aver pulito una macchina dei pop-corn e aver sottovalutato il calore delle pentole. Tristissimo per aver saputo che il mio miglior collega dovrà sottoporsi a un esame per stabilire se ha un tumore oppure no. La sua faccia distrutta di sessantenne con ancora tanti anni per andare in pensione mi ha travolto. Forse il solo collega col quale ho trascorso dei veri momenti di tranquillità. Ci ho messo due anni prima di scambiarci due parole. Da allora appena possiamo ci diamo una mano. E' un periodo che sono circondato da discorsi su tumori, depressioni, licenziamenti, disoccupazione, sfiducia nel futuro. Poi torno a casa e leggo. Fra i tanti libri che ho letto ultimamente c'è questo:





Trascrivo un estratto:

“L'archetipo del demagogo americano rimane però Huey Long, il populista in doppiopetto gessato che tuonava contro i ricchi e, al grido di “condividiamo le ricchezze!”, ha fatto della sua Louisiana la cosa più simile a uno Stato di polizia che l'America abbia mai sperimentato. La famiglia Long ha dominato per generazioni la politica locale con uno stile a metà a fra la lotta operaia e il clan mafioso. Roosevelt considerava Long un “Mussolini in potenza” e deve aver tirato un sospiro di sollievo quando, un mese dopo che Long aveva dichiarato di voler correre per la Casa Bianca, il parente di un suo avversario politico si è appostato dietro una colonna del Congresso di Baton Rouge, la capitale della Louisiana, e lo ha fatto fuori con un colpo di pistola al petto. I critici storpiavano il suo soprannome, “The Kingfish”, in un germanizzante “Der Kingfish”, mentre lui godeva di una fama principesca presso il suo popolo in cerca di un eroe, coltivata spingendo ancora più a sinistra le promesse di ripresa del New Deal, facendo piovere dal Palazzo uno Stato sociale abbondante e insostenibile. Personalità scintillante, capace di intrattenere e incutere timore nello stesso stesso respiro, Long è stato un trafficante di passioni popolari e congiure di palazzo, un bullo pericoloso che quando è stato eletto al Senato ci ha messo un anno per lasciare la sua residenza da governatore in Louisiana, dove doveva sbrigare alcune faccende prima di trasferirsi a Washington. Il suo successore ha aspettato diligentemente alla porta che si degnasse di traslocare.
Lo storico Peter King ha scritto che era  “un demagogo e, per molti versi, un dittatore; ma non era un fenomeno alieno o un-American”, piuttosto il prodotto originale di un immaginario squisitamente americano condensato nel suo moto programmatico: “Every man a king”, ogni uomo un re. La retorica di Long non prometteva eguaglianza, una sicura mediocrità ben distribuita, ma sfarzo e regalità per tutti. Un messaggio efficace in un paese in cui il denaro non è lo sterco del diavolo ma il nettare degli dei. Il padre di Donald diceva sempre: “Be a king”, devi essere un re, mentre la madre ammirava a bocca aperta la luccicante corte di Buckingham Palace. Trump ha inserito il messaggio di Long nel format di un reality show, sfruttando la potenza delle immagini con mirabile senso dello spettacolo.
Un esempio luminoso è la prima intervista televisiva che la moglie di Trump, Melania, ha rilasciato durante la campagna elettorale. Il contenuto della conversazione con la giornalista Mika Brzezinski è superato e sopraffatto dal contesto. I concetti, pur espressi da Melania in modo chiaro e in un inglese slavizzante che ha una sua musicalità, si affievoliscono di fronte al ltrionfo luccicante dell'atrio della Trump Tower scelto come location dell'intervista, le parole sono inghiottite dalle sedie in stile Luigi XIV ritoccate dall'arredatore di un rapper egocentrico, dai lampadari di cristallo, dai marmi, dalle colonne, dall'abbacinante sfarzo. Un oligarca russo avrebbe suggerito un po' di sobrietà. Quale immagine potrà mai trasmettere alla classe media irrequieta che Trump pasce l'ex modella slovena in questo lussuoso luccicare? Io ho vinto: potete vincere anche voi. Altro che tasse ai ricchi e condivisione delle sofferenze, altro che banchieri da soffocare con il caviale e cinghie da stringere ancora di un buco.
Il particolare brand populista di Trump non  prevede che il grande magnate si abbassi al livello del popolo, si finga povero per esercitarsi con l'empatia, ma che esponga il suo sibaritico stile di vita a chi lo brama. Io non scendo, venite su voi. Quella dell'aspirante first lady non è un'intervista, è una pacchiana promessa di prosperità, è il sogno americano a ventiquattro carati. Si tratta di un episodio da manuale di “plutografia”, l'arte di esibire le ricchezze che negli anni ottanta è quasi diventata una scienza.
Nell'intervista di Melania, naturalmente, c'è la difesa d'ufficio del marito, l'elogio di un rapporto adulto in cui ciascuno ha la sua autonomia, i suoi diritti, i suoi spazi, tanto che Donald ne esce quasi  come un'icona femminista; c'è lo sguardo magnetico di una quarantacinquenne che fra cornucopie traboccanti dobloni e putti che versano Veuve Clicquot dice “sono una full time mom”. A prevalere è la promessa implicita nella scenografia. Trump non vuole tutti gli uomini impiegati standard arredati Ikea, ma coperti d'oro come sovrani. Ogni uomo un re.” (pp. 100-103)





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Un album in superascolto che quelli sopra mi ucciderebbero perché lo ascolto.

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