giovedì 8 settembre 2016

Tradimento, Andre Dubus, Anders Hill, Guest Room

Ho fra le mani due libri che raccontano di tradimenti, amore, fughe, segreti, rinascite, tragedie, fidanzamenti, sogni. 

Uno lo sto rileggendo ed è un capolavoro di Andre Dubus:



 “Non abitiamo più qui” (Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli, Gian Fulvio Nori) con quattro protagonisti da antologia: Hank, Jack, Terry e Edith e tutte le volte che leggo Dubus io penso a Paolo Mascheri. 

L'altro é un romanzo riuscito a metà (troppo prolisso e con vari passaggi a vuoto, seppur emozionante e disturbante in molte altre pagine):



Leggendoli. tenendoli fra le mani, ringraziando Dubus, bevendo vino scadente non posso che confessare quanto i tradimenti facciano parte delle mie storie d'amore, anche di quella attuale. 

Ho tradito tutte le ragazze con le quali sono stato. 

Anche più volte. 

Con gioia, con orrore, con senso di sporcizia addosso, con spirito d'avventura, con troppo alcool e sigarette e droga in corpo, per scommessa.
E quasi tutte le ragazze che ho frequentato mi hanno tradito. 
Qualcuna intratteneva persino altre relazioni mentre diceva di amarmi. 
Che una ragazza, bellissima, con la fessura fra i denti, mi stesse tradendo l'ho saputo per esempio una sera, da un ragazzo che quella sera sarebbe proprio diventato mio amico rivelandomi quel segreto che tutti sapevano ma io no.

Anche con la donna che considero la mia vita da tanti anni è accaduto.
Pure lei mi ha tradito alla luce del sole, per esempio con un grandissimo stronzo, permettetemelo di dire.

Questi tradimenti ci hanno fatto capire quando fosse forte il nostro legame ma anche che tipo di persone siamo e forse saremo. Ce lo siamo visti negli occhi. Ci siamo accettati per quello che siamo. C'è tantissimo che ci lega. Qualcosa che ci ha fatto condividere esperienze terribili.

Eppure guardando al passato non cambierei una virgola di quanto accaduto. 
Delle tentazioni che mi hanno attraversato il corpo, il cazzo, la mente, il cuore.

Anche se gli strascichi, i fraintendimenti, il dolore hanno travolto le giornate, il cuore, la testa, lo stomaco, le amicizie. 
C'è poi quella strana sensazione, che certe volte prende contorni tragicomici, di sentirsi addosso l'odore del tradimento. In bocca. Quasi come un preservativo sul cazzo. Odore proprio e altrui. Odore di sesso, labbra, fica, cazzo, capelli, sudore, sperma, confidenze, birra, carezze. 

Non voglio nemmeno dimenticare i sorrisi, la complicità, gli sguardi, la felicità, i sotterfugi, gli appostamenti, le prese per il culo.

Per chiudere trascrivo un lungo brano tratto dal libro di Dubus:

Se ne andò. Quando arrivai in cucina, dopo essermi vestito, la tavola era apparecchiata per una persona sola: una tovaglietta di paglia rossa, una tazza fonda che aveva il leggero luccichio di un fresco lavaggio, un cucchiaio su un tovagliolo, un bicchiere di succo d'arancia. Terry era di sopra, alle prese con l'aspirapolvere. Nel lavandino c'erano i piatti della colazione dei bambini, non ancora lavati, e sotto questi c'erano quelli della sera precedente.
Terry è perennemente in balia delle presenze demoniache che animano la casa: lavastoviglie, asciugatrice, fornelli, frigorifero, piatti, vestiti e la polvere che si accumula nelle stanze. Il piano cottura deve essere pulito e, mentre Terry solleva i fornelli, la lavatrice finisce l'ultima centrifuga; allora lei abbandona il piano cottura e porta un altro carico di vestiti sporchi in lavanderia. E' un carico di biancheria avvolta in un lenzuolo, che ha lasciato a terra, sul pavimento della cucina, fin da prima della colazione. Svuota la lavatrice e, tenendo stretti i panni bagnati contro il seno, apre l'asciugatrice. Ma si è dimenticata che l'asciugatrice è piena dei panni che ha messo ad asciugare la notte precedente. Così ci appoggia quelli bagnati sopra e tira fuori quelli asciutti. Li porta in soggiorno e li ammucchia in una pila disordinata sul divano. Un paio di Levis' di Sean cadono per terra e, mentre si china per raccoglierli, vede un pezzo di pane e una buccia d'arancia tra la polvere sotto il divano. Non può prendere i jeans senza sdraiarsi sul pavimento, così dice tra sé e sé, con un principio di panico, che stamattina deve proprio pulire il soggiorno: scopare, spolverare, passare l'aspirapolvere. Ma ci sono i panni in attesa di essere piegati, e un nuovo mucchio di vestiti pronto per l'asciugatrice, mentre un altro è ancora dentro la lavatrice. Passando per la cucina vede il piano cottura che si è dimenticata, i fornelli tutti incrostati e l'unto sul bianco delle piastrelle. In lavanderia butta i panni bagnati nell'asciugatrice, chiude lo sportello e preme il tasto d'avvio; un bel suono rilassante proviene dall'elettrodomestico, i panni girano invisibili. In cinquanta minuti saranno asciutti. Sembra tutto così efficiente e rimanendo lì ad ascoltare la macchina, lei avverte quest'efficienza e ogni cosa adesso le sembra in ordine. Ha ripreso il controllo, può fermarsi. Ma tutto questo dura solo un momento. Carica la lavatrice, l'accende, torna in cucina, distoglie gli occhi dai fornelli e guarda la caffetteria. Prima si farà un caffè, si riprenderà e programmerà la mattinata. Ma, con disperazione, s'accorge che non è più una mattina che l'aspetta ma un giorno intero di lavoro, che si protrarrà ben oltre l'ora dell'aperitivo e della cena, fino a notte fonda. Quando i piatti della cena saranno lavati, avrà altri panni da piegare e alcuni da stirare. Le capita spesso, così si ritrova a guardare la televisione mentre lavora. Anche se si vergogna di guardare Johnny Carson. I piatti della colazione sono nel lavandino, le pentole della scorsa sera sul ripiano: il puré di patate si è indurito e il grasso si è rappreso. Va in cerca della tazza del caffè che ha usato tutta la mattina e la trova appoggiata sul lavandino in bagno. C'è del caffè ormai freddo dentro e lo rovescia sui piatti che stanno nel lavandino. Poi si accende una sigaretta e pensa a qualche posto dove andare a sedersi, qualche posto dove riuscire a bere la sua tazzina di caffè. Ma non gliene viene in mente nemmeno uno, non c'è neanche una stanza pulita al piano di sotto. Di sopra la stanza con la tv è abbastanza pulita, perchè nessuno vive lì, solo che salire le scale per raggiungere l'ultima oasi rimasta le mette angoscia. Così va in soggiorno, si siede sul divano vicino ai panni puliti e ignora la crosta di pane e la buccia d'arancia che le sussurrano da terra. Tentare di programmare la giornata di lavoro per lei adesso di è troppo. Ne rimane sopraffatta. Per questo fa ciò che è più a portata di mano: comincia a piegare i vestiti, beve caffè, fuma una sigaretta. Dopo un po' di tempo sente la lavatrice bloccarsi. Subito dopo l'asciugatrice. Va nel tinello, prende i panni asciutti, torna e butta il carico bagnato nell'asciugatrice. Quando rincaso per pranzo, il soggiorno è invaso dal bucato. I panni sono ovunque: in pila sulle sedie o ripiegati e ammucchiati sul divano e per terra. Li guardo e poi guardo Terry che sta seduto sul divano. Dietro le sue gambe vedo il pezzo di pane e la buccia d'arancia. Sta bevendo il caffè e ha una faccia stravolta. Vicino a lei il posacenere è colmo di sigarette spente. “E' già a mezzogiorno?” dice. I suoi occhi si muovono di qua e di là, in preda al panico. “Dio mio, non sapevo che fosse così tardi.” Le passo vicino e vado in cucina. Ci sono ancora i fornelli sporchi, i piatti da lavare. “Cristo santo,” dico a quel punto. Litighiamo, ma solo per poco, perché è giorno e non siamo ubriachi, e i bambini, che sono fuori a giocare, torneranno presto, sporchi e affamati. Proprio come il nostro matrimonio, penso: sporco e affamato.” (pp. 29-31)


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