martedì 30 agosto 2016

Thomas Ligotti, Teatro Grottesco, Current 93, Tommaso Labranca



I racconti di “Teatro grottesco” di Thomas Ligotti (il Saggiatore, traduzione di Luca Fusari) sono inquietanti, disturbanti. Come se aprissero la porta di quella stanza oscura che sta dentro di noi. Si precipita leggendoli. Si spengono le luci in casa. Si percepiscono rumori nel silenzio. Baluginii di strane creature che avanzano sul pavimento. 

Due estratti dai primi due racconti: 

“In fondo al piano interrato vidi un affare ibrido che sembrava un incrocio fra il trono di un monarca e una sedia elettrica. Legato all'aggeggio da cinghie che ne bloccavano braccia, gambe e testa c'era il ragazzo in abiti di seconda mano. Aveva gli occhi aperti ma lo sguardo spento. Mi accorsi che la sorgente del liquido denso e verdastro era un serbatoio grosso quando una botticella appeso vicino alla sedia. Sul serbatoio, sopra un pezzo di nastro adesivo di carta, la scritta TRAVASO. Qualunque spettro o spirito o altra entità avesse abitato la testa del ragazzo – mio padre sembrava averne risucchiata una quantità notevole – andava ora a scolare nella fogna. Uscita dal contenitore, questa cosa doveva essere deperita, andata a male, perché non mi sembrava emanare alcuna aura spettrale, maligna o benigna. Non sapevo dire se il ragazzo fosse ancora vivo in qualunque senso convenzionale della parola. Poteva darsi che lo fosse. In ogni caso era in condizioni tali da costringere la mia famiglia, ancora una volta, a trovare un'altra casa dove abitare.”
(“Purezza”, pag. 26)

“Quando gli altri ripartirono per la città, io rimasi lì. Presto sarebbe arrivato un altro responsabile cittadino e non avevo affatto voglia di stare a vedere quale forma avrebbe assunto la nuova amministrazione. Andava così da sempre: a un responsabile cittadino ne succedeva un altro, a ogni giro ecco uno sfoggio di degenerazione più grande, come in una gara all'incancrenimento senza limiti. E senza fine. Quanti altri ne sarebbero venuti e andati, portando via ciascuno un pezzo del posto dov'ero nato e dove cominciavo a invecchiare? Pensai a come'era cambiata la città da quand'ero bambino. Pensai al mio sogno di gioventù, la casa nel distretto Collina. Pensai alla mia vecchia ditta di consegne.
Poi mi incamminai nella direzione opposta alla città. Fino a una strada. E imboccai quella strada fino a un'altra città. Ne attraversai tante, città piccole grandi, sopravvivevo facendo pulizie e altri lavoretti occasionali. Tutte erano gestite secondo i princìpi della mia vecchia città, ma non ne incontrai nessuna che avesse raggiunto un così avanzato stadio di degenerazione. Me n'ero andato nella speranza di trovarne una che fosse fondata su princìpi diverassi e operasse secondo regole diverse. Ma una cità così non c'era, o non la trovai. A quel punto temevo di non avere altra possibilità che farla finita.
Non molto tempo dopo che mi fui chiarito questi fatti della mia esistenza, sedevo al banco di una tavola calda piccola e squallida. Era tarda notte, mangiavo una minestra. E pensavo a come farla finita. La tavola calda era in una cittadina, o forse in una grande città. Ora che ci penso, si trovava sotto un cavalcavia austostradale, quindi doveva essere una grande città. L'unico altro cliente era un uomo ben vestito, seduto all'altro capo del bancone. Beveva caffè e mi accorsi che di tanto in tanto mi lanciava un'occhiata di sbieco. Mi voltati verso di lui e lo fissai a lungo. Sorrise e mi chiese se poteva sedersi dalla mia parte.
“faccia come le pare. Io sta andando via.”
“aspetti” disse mentre si sedeva sullo sgabello vicino al mio. “Lei di che cosa si occupa?”
“Di niente in particolare. Perché?”
“Non so. Ha l'aria di uno che si sa orientare. Ne ha visti, di posti, o sbaglio?”
“Più o meno.”
“Immaginavo. Senta, non sono qui per chiacchierare. Lavoro a provvigione, cerco gente come lei. E credo che lei abbia la stoffa giusta”
“Per che cosa?”
“Per fare il responsabile cittadino.”
Finii le ultime cucchiaiate di minestra. Mi pulii la bocca con un tovagliolo di carta. “Mi dica di più.”
O così o la faceva finita.” (“Il responsabile cittadino, pp. 41-42)

Su Carmilla é uscito tempo fa un bello e esaustivo di Walter Catalano: “Lo strano caso di Thomas Ligotti” e visto che in questo si parla del sodalizio fra Ligotti e quello straordinario gruppo che sono i Current 93 lascio un loro straordinario album del 1984, "Nature Unveiled":





......



La notizia della morte di Tommaso Labranca mi ha riempito di tristezza. Ho letto i suoi libri e i pezzi che uscivano su Libero. Su Libero un ricordo di Francesco Specchia: "Addio Tommaso Labranca: il nostro Truman Capote emarginato dai salotti chic"
I suoi libri che mi sono piaciuti di più:


"Chaltron Hescon"


"Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli"


"Il piccolo isolazionista. Prolegomeni ad una metafisica della periferia"

3 commenti:

  1. che shock mi hai dato andrea, ho scoperto questa notizia dal tuo blog, non ne sapevo niente..assurdo, parlavo di tommaso proprio pochi giorni fa, convinto che al mio ritorno a casa quest'autunno mi sarei deciso a ricontattarlo... ho avuto qualche anno fa il piacere di conoscerlo (non sapevo scrivesse su libero) e per me rappresenta il ricordo in assoluto più caro, il solo in effetti che lo sia, del mio periodo di lavoro milanese, scrivevamo per lo stesso giornale, nei pochi momenti in cui ci siamo incontrati tra mondanità redazionali, astrologia e altro mi aveva colpito profondamente, e pareva anche lui da me perché poi si voleva fare qualcosa insieme, da lì ci siamo incrociati un paio di volte su Facebook, da cui lui scappava e si cancellava con ancora più ostinazione di me. le poche parole che ha detto su di me sono il miglior complimento e il miglior incoraggiamento che abbia ricevuto in vita mia, in ultimo ha fatto in tempo a ribaltare la mia prospettiva anche tre anni fa con la sua idea geniale delle egozine, che mi ripromettevo spesso di onorare a modo mio in questi anni.. poi fantasie abortite di collaborazioni, reciproci fiochi coinvolgimenti e intese naufragate, speravo di poter riallacciare i contatti un giorno, ma anche stavolta è stato troppo tardi. davvero un grande. messo ai margini, come tutti i grandi..
    d.

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  2. sono d'accordo con la conclusione, c'è da piangerne innanzitutto l'umanità... ferveva davvero a getto continuo d'idee..

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    1. Ciao D. ci parlai anche io insieme un paio di volte. Una qua in svizzera e al di là degli argomenti seri di cui discutemmo, ricordo la pienezza delle risate che condividemmo.
      un abbraccio a te.

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