mercoledì 17 agosto 2016

Glamorama, Ellis, Liz Phair, Katia Bagnoli, Lucia Berlin, Gary Shteyngart



Rileggendo Glamorama di Bret Easton Ellis (Einaudi, traduzione di Katia Bagnoli) ritrovo sempre le emozioni della prima lettura (anche se non ho l'opera più riuscita dello scrittore statunitense). Ci ritrovo anche citati tutta una serie di artisti, musicisti, band, attori coi quali sono cresciuto. Ed é bello quando riaffiorano ricordi legati a Liz Phair. 



Poi Ellis quando scrive del protagonista, Victor, che si sente seguito per strada, parla anche del sottoscritto perché quando esco per strada a me sembra sempre che ci sia qualcuno che mi stia seguendo e spesso mi volto perché mi sento in pericolo, come se stesse per accadere qualcosa di spiacevole.

Due estratti piccoli (quello delle ciotole mi ricorda una stronza di pseudo artista coi soldi che le uscivano dal buco del culo che cercava di convincermi che le sue idiozie fosse opere d'arte) ma avrei voluto trascrivere l'attacco e la chiusura della seconda parte:

“Victor, - dice Waverly - Questa è Ruby. È una progettista di ciotole. Realizza ciotole con materiali tipo il riso.
-Una progettista di ciotole? Wow.
-Realizza ciotole con materiali tipo il riso, - ripete Waverly, con lo sguardo fisso.
-Ciotole di riso? Wow-. Ricambio lo sguardo. - Hai sentito che ho detto “wow”?
Il rocchettaro triste vaga per la pista e quando fissa le palle stroboscopiche, una dozzina e più, va in trance.” (pag. 77)

“Chloe si autoipnotizza guardando il proprio riflesso in uno specchio in fondo alla sala mentre Brad Pitt e Gwyneth Paltrow inneggiano alla sua scelta di smalto per le unghie e ci allontaniamo gradualmente l'uno dall'altra e quelli che non si stanno drogando accendono i sigari, così ne prendo uno anch'io e da qualche parte sopra di noi i fantasmi di River Phoenix, di Kurt Cobain e di mia madre guardano giù, assolutamente morti di noia.” (pag. 238)




Poi, anche dopo averlo terminato, mi capita quotidianamente di riaprire il libro della Berlin e rileggerne alcune righe. Questo passaggio tratto dal racconto “Silenzio” io me lo sento dentro. La chiusura é un colpo al cuore.

“La guerra finì e mio padre tornò a casa. Ci trasferimmo in Sudamerica.
Lo zio John viveva nei bassifondi di Los Angeles, alcolizzato perso. Poi conobbe Dora, che suonava la tromba nella banda dell'Esercito della Salvezza. Lo convinse a seguirla nel ricovero, gli diede un piatto di minestra e parlò con lui. In seguito raccontò di averla fatta ridere. Si innamorarono, si sposarono, e lui smise per sempre di bere. Quando fui un po' più grande andai a trovarli a Los Angeles. Lei faceva la rivettatrice alla Lockheed e lui aveva una bottega di restauro di mobili antichi nel garage di casa. Erano le persone più dolci che abbia mai conosciuto, dolci l'uno con l'altra, intendo. Andammo al cimitero di Forest Lawn, alle pozze di catrame di La Brea e al ristorante Grotto. Davo una mano allo zio di John al negozio, scartavetravo i mobili, li lucidavo con l'acquaragia e uno straccio imbevuto di olio di semi di lino. Parlavamo della vita, scherzavamo. Non abbiamo mai parlato di El Paso. Ovviamente nel frattempo avevo capito i vari motivi per cui non aveva potuto fermarsi, perché nel frattempo ero diventata anch'io un'alcolista.” (pag. 384)




“Carissimo diario, 
oggi ho preso una decisione fondamentale: io non morirò mai.
Morirà la gente intorno a me. Verranno annullati. Della loro personalità non resterà niente. Si spegneranno le luci. A segnare il loro passaggio, la loro vita, ci saranno lapidi di marmo lustro con epitaffi fasulli (“la sua stella brillò luminosa”, “non ti dimenticherò mai”, “amava il jazz”), e poi anche le lapidi verranno spazzate via da un'inondazione oppure fatte a pezzi da qualche tacchino avveniristico geneticamente modificato.
Non date retta a chi vi dice che la vita è un viaggio. Un viaggio è quando alla fine arrivi da qualche parte. Quando prendo il numero 6 per andare dalla mia assistente sociale, quello è un viaggio. Quando supplico il pilota di questo sgangherato aereo della UnitedContinentalDeltamerican di fare inversione nel mezzo della sua traballante traversata dell'Atlantico e riportarmi subito a Roma fra le braccia volubili di Eunice Park, questo é un viaggio.
Un attimo. C'è dell'altro, no? C'è la nostra eredità. Noi non moriamo, finché vive la nostra progenie. La trasmissione rituale del Dna, i boccoli di mamma, il labbro inferiore del nonno, “Ah buh-lieve thuh chil'ren ah our future”, per citare The Greatest love of All, traccia nove dell'eponimo album d'esordio di quell'icona pop anni Novanta di Whitney Houston.” (pag. 7)









2 commenti:

  1. A distanza di anni dalla sua pubblicazione, Glamorama è sempre un cultissimo!

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