giovedì 25 agosto 2016

"Gentrification Tutte le città come Disneyland?" di Giovanni Semi (il Mulino)

Oggigiorno l'aspetto visivo della città americane ed europee conta, perché le identità dei luoghi sono costruite per farne dei siti di godimento. Il piacere visivo di un frutto in un mercato urbano, o quello di un negozio di cibo di qualità, colloca quel quartiere “sulla mappa” dei piaceri visivi e ne fa un luogo da gentrificare. Un caffè che compare sul marciapiede sta togliendo le strade ai lavoratori qualsiasi e ai senzatetto.” (Zukin)






Gentrification. Tutte le città come Disneyland?” di Giovanni Semi (il Mulino) è uno di quei saggi che consiglio a tutti quelli che come che vivono col cuore spezzato per quello che sta accadendo alle città, alle metropoli, ovunque. A tutti quelli che quando camminano per la nuova Milano gli si riempiono gli occhi di lacrime per l'opera di colonizzazione/distruzione/gentrificazione messa in atto. Tutti quei tavolini, tutte queste pseudo opere d'arte, queste archistar, questi creativi, fotografi, parrucchieri, coltivatori da balcone che si aggirano per strada come zecche.

Un estratto:

“Il fiorire di negozi vintage, birrerie artiginali, pasticcerie siciliane ma anche la pressione sulle arterie commerciali tradizionali da parte di marchi spagnoli, americani o dalla provenienza transnazionale, fa tutto parte di un mutamento che unisce strategie aziendali spesso globali e mutamenti a scala locale. Come consumatori desideriamo sempre di più poter comporre il nostro patchwork vestimentario o alimentare in maniera eclettica, e per questo domandiamo un'offerta differenziata. Questa viene, a sua volta, prodotta tanto in forma massificata in Cina o in Bangladesh che in maniera semiartigianle in laboratori disposti nelle aree circostanti la città o in regioni produttive limitrofe. La città diventa quel luogo che rende possibile l'incontro tra le aspirazioni individuali a consumare in maniera socialmente legittima e l'offerta globale di chance per farlo. Il panorama godibile e rinnovato di San Salvario a Torino [Bolzoni 2014], dell'Isola a Milano [Semi 2011], come dell'East Village di New York [Zukin e Kosta 2004] è dunque la manifestazione locale di una trasformazione globale. È possibile dunque parlare di una “gentrification commerciale” [Deeener 2007; 2012; Lloyd 2006; Ocejo 2014; Zukin et al. 2009]. Essa si compone di cambiamenti che sono in apparente contraddizione tra loro, come la comparsa simultanea di piccole boutique e di catene commerciali. La bottega che vende abiti in cotone biologico e sostenibile e loutlet di Zara, pur impiegando capitali diversi e spesso insediandosi in aree commerciali distinte, hanno il comune effetto di spiazzare la piccola merceria o il ferramenta, cioè il commercio locale tradizionale.
Riassumendo, nel panorama urbano possiamo distinguere tra tre tipologie commerciali che, secondo Zukin e i suoi collaboratori, individuano altrettante forme di capitale differente; un capitale neoimprenditoriale per le boutique, un capitale transnazionale per le catene e uno, invece, fortemente locale e in via di estinzione che caratterizza il commerciante tradizionale [2009, 56-62]. Sono capitali economici, certo, ma anche capitali sociali, nella misura in cui individuano delle reti di relazione articolate in maniera differente. Dalle giovani coppie di genitori alla ricerca di pannolini biodegradabili e di zucchine bio che creano gruppi d'acquisto solidale con sede in alcuni negozi del centro, fino ai turisti a caccia di saldi nelle vie commerciali, si vedono operare reti e relazioni molto differenti. In questi commerci si materializzano anche capitali culturali di segno diverso, per rimanere nel quadro sociologico bourdiesiano, perché clienti e commercianti partecipano di mondi del consumo in cui condividono temporaneamente visioni del mondo e competenze culturali adeguate al consumo del bene che è oggetto della trattativa. Sapersela cavare in una merceria, in una passamaneria o da un ferramenta è questione di linguaggi specialistici, ancora una volta, di cultura e capitale culturale.
Si tratta di gentrification commerciale perché, al pari di quella vista finora, essa corrisponde a una sostituzione della popolazione commerciale precedente, che talvolta viene espulsa esattamente come accade per quella residente (e con lo stesso meccanismo: l'aumento del canone d'affitto), e che, più in generale, si caratterizza per essere più benestante (nel caso della catene commerciali) o elitaria (nel caso delle boutique) di quella precedente. Una volta gentrificato commercialmente, un quartiere o una strada diventa un luogo che parla una lingua comprensibile solo a certi abitanti e non a tutti. Rinasce, ma non per tutti. In particolare, i vecchi residenti (che non necessariamente sono anziani, anche se è spesso il caso) vedono cambiare sia i vicini di casa che i negozi che hanno sempre frequentato. Un panorama urbano dotato di una sua coerenza e intelleggibilità diviene, nel giro di poco tempo, meno comprensibile. Muta sia nella sua apparenza spaziale che nella dimensione temporale, nei ritmi urbani. Che ci fanno tutti questi giovani, di notte, nei bar? Perché hanno tutti quei tatuaggi? Cosa stanno bevendo? Che vita faranno, di giorno, se la notte possono passarsela con gli amici? Si tratta di domande banali, che raramente ci poniamo perché magari vicini per generazione, classe e pratiche di consumo a questo di abitanti urbani. Diversa è la prospettiva della signora del terzo piano, che vive da sola con i suoi gatti, grazie a una pensione, e che così come ha visto declinare progressivamente il numero di amici e parenti in vita, sta negli ultimi tempi vedendo chiudere il macellaio di fiducia, il giornalaio o il panettiere. 
Riqualificazione, rivitalizzazione, rigenerazione, sono tutti concetti che cercano di esprimere in modo positivo dei mutamenti che, come abbiamo cercato di illustrare, neutri non sono. Al mutare del volto della città, alcuni abitanti sorridono, molti altri meno. (pp. 107-109)

2 commenti:

  1. Le città come centri commerciali con i negozi dei grandi marchi, finiscono per essere tutte uguali. A me da un senso di sconforto...

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    1. Ciao,
      anche a me danno un senso di sconforto. potrei parlare dell'italia che conosco bene, però tre anni fa sono stato a maiorca e ho trovato il centro di palma invasa completamente. terribile.

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