domenica 28 agosto 2016

domenica senza negozi aperti; leggendo "Israele. Terra, ritorno, anarchia" di Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri)

Che bello uscire dal lavoro e non trovare negozi aperti. Ne ho scritto spesso. Ma questo è uno degli aspetti più belli della Svizzera. Anche tanti bar, kebabbari, ristoranti sono chiusi. Si respira una pace che nulla ha a che fare con quello a cui vengono sottoposti i miei connazionali italiani e non solo. Ieri sono stato in un Iper comasco e mi é mancato il fiato. Per riprendermi ho dovuto accendere la radio a tutto volume mentre tornavo a casa.

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Un estratto da un libro che ho letto e su cui sto riflettendo molto per motivi vari:

“1. Netivot be-Utopia

Il libro di Buber “Sentieri in utopia”, apparso per la prima volta in ebraico nel 1947, è un classico delle utopie che hanno accompagnato la fondazione dello Stato di Israele. In tal senso può essere avvicinato al romanzo utopico “Altneuland” (L'antica terra nuova), pubblicato già nel 1902, in cui Theodor Herzl prefigurava uno stato degli ebrei organizzato per cooperative e secondo un sistema mutualistico. Tuttavia l'opera di Buber, in cui si condensa il suo pensiero politico, ancora in realtà da riscoprire, si distingue non solo per il tono profetico, l'ispirazione messianica, la prospettiva escatologica, ma anche per l'originalità della sua riflessione filosofica che si coniuga sempre con un accorto realismo. 
Attraverso una lettura originale della tradizione socialista, anarchica e marxista, Buber sviluppa il suo pensiero intorno a due parole-chiave: utopia e comunità. E il socialismo, utopico, comunitario, dialogico, inteso come rivoluzione permanente, costante rigenerazione delle cellule sociali, appare in una nuova liuce: la luce della Torà.
L'alternativa al capitalismo, guidato dalla logica efferata e perversa dell'economia e da uno stato accentrato, burocratico, totalitario per vocazione, non è il socialismo sovietico, per Buber a dir vero un capitalismo di stato, realizzato con mezzi altrettanto e più totalitari, che ha semmai introdotto ulteriore asservimento e oppressione. A Mosca si contrappone Gerusalemme, polo di un socialismo altro, di un socialismo dell'altro.
Il futuro dell'utopia socialista sta nell'esplorare gli infiniti modi in cui comunità autonome e autogestite possano inventare nuove forme di vita. E nel suo “esemplare non-naufragio” il kibbutz, la comune ebraica in Israele, resta un punto fermo. Tanto più in un mondo che – come prevede Buber – richiederà presto una amministrazione comune. Alle soglie della globalizzazione incipiente il pericolo viene additato in un illimitato potere planetario, una sorta di stato mondiale, la chance effettiva invece, in una “comunità di comunità”, in uno sviluppo autonomo di comunità diverse e diversamente organizzate il cui legame è quello del dialogo.” (pp. 54-55)

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