martedì 21 giugno 2016

"Nemesi" e "Il fuoco della vendetta"




In questi due giorni mi sono confortato, ferito, commosso affrontando due opere accomunate dal tema dell'uomo che affronta la catastrofe ma ne viene travolto. Uomini come il protagonista del capolavoro di Philip Roth “Nemesi (Einaudi, traduzione di Norman Gobetti), Bucky Cantor, che vede le proprie certezze, la propria vita, il proprio amore, il senso di Dio fatti a pezzi dalla poliomelite,  dalla morte, dal senso di colpa, dal senso del dovere, delle scelte sbagliate o come Russell, protagonista del modesto ma non per questo poco emozionante film “Il fuoco della vendetta” di Scott Cooper, che perde tutto ma proprio tutto: padre, fratello, donna. Che incontra il carcere per una di quelle maledette coincidenze/avversità/colpe che accadono ogni giorno su questo mondo. Che nella vendetta troverà l'appagamento momentaneo prima della definitiva solitudine, della marea di dolore che lo sommergerà per sempre. Ho trascorso la mia esistenza a interrogarmi senza tregua sul perchè Simona sia nata con un sacco di problemi quando ero io che secondo tutte le previsioni sarei dovuto nascere con qualche sindrome e sua madre che da ragazzino me lo diceva spesso guardandomi negli occhi, sul perchè sia morta quella ragazza, in quell'ospedale al posto mio, sul perchè mia madre proprio quando stava per cominciare a godersi la vita, progettava viaggi sia stata falciata via dal tumore. Mi hanno detto che sono le regole del mondo, dell'esistenza, che Dio ha un progetto, che ci sono universi paralleli, che ognuno di noi ha la possibilità di cambiare la vita, che la morte non ha colpe, tutte parole, ipotesi che non mi hanno mai rasserenato. Cammino e non trovo pace e il senso di colpa, di disprezzo per me stesso non troveranno mai soluzione.

Ma nessuno è più irrecuperabile di un bravo ragazzo che si è rovinato. Per troppo tempo se n'era stato da solo con il suo senso della realtà – e senza tutto quel che aveva così disperatamente voluto – perchè io potessi cancellare la sua interpretazione del terribile evento della sua vita o modificare la sua relazione con esso. Bucky non era un uomo brillante – non avrebbe avuto bisogno di esserlo per insegnare educazione fisica ai ragazzini – nè aveva mai preso qualcosa alla leggera. Era fondamentalmente una persona priva di umorismo, piuttosto efficace nell'esprimersi ma senza la minima traccia di arguzia, uno che mai in vita sua aveva parlato in termini satirici o con irona, che di rado faceva una battuta o parlava in modo faceto: un uomo ossessionato da uno strenuo senso del dovere ma privo di una grande forza d'animo, e che per tutto questo aveva pagato un prezzo molto alto conferendo alla propria storia il più greve dei significati, il quale, intensificandosi nel corso del tempo, aveva perniciosamente ingigantito la sua malasorte. Il disastro che si era abbattuto sul campo giochi della Chancellor e poi su Indian Hill a lui non era sembrato una maligna assurdità della natura, ma un grande crimine a suo carico, che gli era costato tutto quello che un tempo possedeva e gli aveva distrutto la vita. In uno come Bucky il senso di colpa potrebbe sembrare assurdo, ma in realtà è inevitabile. Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all'altezza dell'ideale che nutre dentro di sè. Non sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perchè, gravato da un'austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere dei limiti senza sentirsene in colpa. Il più grande trionfo di una persona simile consiste nel risparmiare alla sua amata un marito storpio, e il suo eroismo negare il proprio desiderio più profondo abbandonandola.
Forse, se non fosse fuggito di fronte alla sfida del campo giochi, se non avesse abbandonato i ragazzini della Chancellor solo qualche giorno prima che il Comune chiudesse il campo giochi e rimandasse tutti a casa – e anche, forse, se il suo più caro amico non fosse rimasto ucciso in guerra -, non sarebbe stato così affrettato nel biasimare se stesso per il cataclisma e avrebbe potuto non diventare una di quelle persone fatte a brandelli dai suoi tempi. Forse, se fosse rimasto fino a superare la prova cui era sottoposta la comunità degli ebrei di Weequahic e, al di là di quel che avrebbe potuto succedergli, avesse virilmente mantenuto la sua posizione fino alla fine dell'epidemia...
O forse sarebbe giunto a vederla a modo suo ovunque fosse stato, e per quanto ne so io – per quanto ne sa la scienza dell'epidemiologia – forse anche a ragione. Forse Bucky non si sbagliava. Forse non era vittima della mancanza di fiducia in se stesso. Forse le sue affermazioni non erano esagerata e lui non aveva tratto la conclusione sbagliata. Forse lui era stato davvero la freccia invisibile.” (pp. 178-179)

Nessun commento:

Posta un commento