martedì 17 maggio 2016

Quando tutto gira storto; leggendo "Works" di Vitaliano Trevisan; Haruf; i dischi che ascolto a manetta; robe parascolastiche da vero vomito

Sono giornate in cui tutto sembra girare per il verso sbagliato: dolori alle mani, esami clinici, casini vari al lavoro, la batteria della macchina da cambiare, bollette su bollette e questo sole finto che invece è freddissimo. Uscito dal lavoro non ho voglia di fare assolutamente nulla se non leggere, guardare il Giro, ascoltare musica, provare a scrivere. Stare a contatto con gli esseri umani mi debilita.


Per fortuna che domani sono libero da impegni e potrò rimanere in casa tutto il giorno a leggere e finire "Works" di Vitaliano Trevisan (Einaudi). Per l'autore veneto ho un amore incondizionato. È come se certe volte esprimesse i miei pensieri. Che avesse vissuto la mia stessa vita. Le prime pagine sono già imperdibili (ohi, sono di parte) con una serie di spunti micidiali che stanno dentro di me:

"Comincio a stancarmi di gente con case a Capalbio, o appartamenti con vista Colosseo affittati, naturalmente in nero, a prezzi esorbitanti, con o senza seguito di costosissimi figli che studiano da registi, o da attori, eccetera, che indossano, ovviamente con estrema nonchalance, capi da migliaia di euro, che conducono vite dispendiosissime, e immancabilmente iniziano i loro fumosi discorsi dicendo: Non ci sono soldi. È grottesco. Che lo dicano a me è due volte grottesco. Decisamente non è il mio ambiente; al massimo sono i miei dintorni, o meglio quelli della mia scrittura, un territorio che frequento." (pp. 10-11)

"Del breve incontro con quello che sarebbe diventato il primo dei miei molti datori di lavoro non ricordo quasi nulla, se non che, dopo che mio padre mi ebbe presentato, il tipo mi squadrò e disse qualcosa come: Eccolo qua, quello che vuole la bicicletta. Be', hai voglia di lavorare? Non posso dire di ricordarlo, ma, messo davanti al fatto compiuto, certamente avrò detto di sí, cosí come in seguito, al cospetto di quella stupida domanda che tanto spesso sarebbe ricorsa nell'arco della mia prima vita, avrei sempre detto di sí, non perché abbia mai avuto davvero voglia di lavorare, ma semplicemente perché ho sempre avuto necessità di lavorare per nessun'altra ragione che per guadagnarmi da vivere punto." (pp. 14-15)

"Non ci si pensa, ma è qui, nella totale ridefinizione del giorno, che piú grava il peso del lavoro notturno, a prescindere dalla sua natura. Tutto ciò che prima pensavo riguardo le mie giornate, e la libertà che credevo avrei guadagnato, non aveva piú alcun senso. Oltretutto, i soldi in piú erano davvero pochi. Ma ormai era tardi per tirarsi indietro, specie dopo aver tanto insistito per avere proprio quel lavoro. E poi, in fondo, si trattava solo di un paio di mesi. Immagino di essermela passata bene, perché di quel periodo, e del lavoro in sé, non ricordo nulla di particolare; non un volto, non episodio, non uno scambio di battute, nulla. Probabilmente una conseguenza dell'appannamento da lavoro notturno, uno stato del corpo e della mente che molti anni dopo avrei avuto modo di conoscere bene, che ci pone in uno stadio intermedio per cui quando si è svegli , non si è mai del tutto sveglio, e quando si dorme, mai del tutto addormentati, e i due periodi, di sonno e di veglia, tendono a non essere piú nettamente distinti, e/o distinguibili; e cosí ci si trascina da un sogno a un altro sogno, e non ne resta in testa nessuno; eppure si sogna sempre, dicono, anche se uno non si ricorda; come del resto si vive sempre, dicono, anche se uno non si ricorda; come del resto si vive sempre, ma non per questo uno se ne ricorda, a meno che non si va un incubo, o lo si sogni. Dubbi, e anche legittimi, sul senso della frase che precede. L'appannamento resta. Giusto poche immagini, alla rinfusa: un uomo anziano, ovvero sui cinquanta - credo che allora, com'è logico, chiunque fosse sopra i trenta mi sarà sembrato anziano -, che fa flessioni con una mano sola; una moto Laverda nuova di zecca, con uno strano imballo in cartone, che lasciava fuori ruote e manubrio, che mi trovai a scaricare e quasi mi sfuggí di mano; le puttane, di cui, fino ad allora, avevo solo sentito parlare, e ora incrociavo ogni notte, al ritorno dal lavoro, sul tratto di strada che costeggia le mura del centro città; e di come esse attirassero il mio sguardo, rendendo al tempo stesso piú decisa la mia pedalata. Piú le guardavo, piú cresceva in me la voglia di fermarmi, e piú velocemente mi allontanavo!
A volte, nell'adolescenza, c'é piú saggezza di quanto comunemente si pensi. (pp. 39-40)

ed è appena uscito"Crepuscolo"





E nelle mie orecchie, andando e tornando dal lavoro, steso sul divano a non far nulla, ci sono questi dischi:


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Ci sono notizie assurde come questa delle scuole aperte d'estate (l'intento sembra lodevole ma a me fa mancare il respiro) e quest'altra raccontata da Francesco Borgonovo: "Il dogma dell'accoglienza si inculca fin da ragazzini". 

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