domenica 1 maggio 2016

Prima d'incontrare i dottori penso a Semmelweis




Nei prossimi giorni mi aspettano visite, prelievi, attese. Non ho un buon rapporto coi dottori, le cliniche, gli ospedali, le infermiere. Anche se sono uno che senza dottori e medicine sarei morto parecchie volte. Un uomo, un dottore che ho imparato ad amare grazie a Céline è stato il dottor Semmelweis e tutte le volte che devo avere a che fare con gli uomini in camice bianco vado sempre a rileggermi qualche parte de “Il dottor Semmelweis” (Adelphi, traduzione di Ottavio Fatica e Eva Czerkl).

Un primo passaggio é questo:

“L'uomo è un essere sentimentale. Senza sentimento, niente grandi creazioni, e l'entusiasmo si esaurisce rapidamente nella maggior parte degli uomini, a mano a mano che si allontanano dal loro sogno. Semmelweis era nato da un sogno di speranza che la costante presenza, intorno a lui, di tante atroci miserie non riuscì mai a scoraggiare, che tutte le avversità, all'opposto, hanno resto trionfante. Visse, lui così sensibile, in mezzo a lamenti così penetranti che un cane qualunque se ne sarebbe fuggito urlando. Ma forzare così il proprio sogno a tutte le promiscuità vuol dire vivere in un mondo di scoperte, vuol dire vedere nella notte, e forse forzare il mondo a entrare nel proprio sogno. Ossessionato dalla sofferenza degli uomini, egli scrisse in uno di quei giorni così rari in cui pensava a se stesso: “Mio caro Markusovsky, mio buon amico, mio dolce sostegno, debbo confessarti che la mia è stata una vita infernale, che il pensiero della morte dei miei malati mi è stato sempre insopportabile, soprattutto quando esso si insinua tra le due grandi gioie dell'esistenza, quella d'esser giovani e quella di dare la vita.” (pp. 64-65)

e il secondo è questo che in realtà si trova all'inizio di questo libricino e che quando lo lessi la prima volta mi fece sentire a casa:

“Nel '93, fu un Re a farne le spese.
Per la precisione, fu sacrificato nella Place de Grève. Al taglio della sua testa, una nuova sensazione scaturì: l'Uguaglianza.
Tutti ne vollero un po', fu una frenesia. L'Omicidio è una funzione quotidiana dei popoli, ma, perlomeno in Francia, il Regicidio poteva passare per una novità. Si osò. Nessuno voleva dirlo, ma la Bestia era a casa nostra, ai piedi dei tribunali, nei drappeggi della ghigliottina, a bocca spalancata. Bisognò pur darle un'occupazione.
La Bestia volle sapere quanti ne valga, il re, di nobili. Si trovò che la Bestia aveva un certo genio.
E fu tutto una formidabile gara nella carneficina. Si uccise dapprima in nome della Ragione, per dei principi che dovevano ancora essere definiti. I migliori applicarono molto talento per unire l'assassinio alla giustizia. Ci riuscirono male. Non ci riuscirono. Ma in fondo che importava? La folla voleva distruggere, e tanto bastava. Come l'innamorato prima accarezza la carne che desidera e si ripropone di indugiare nelle confessioni, poi suo malgrado s'affretta...così l'Europa voleva affogare in una orribile orgia i secoli che l'avevano educata. Lo voleva piú in fretta ancora di quanto non immaginasse.
Non conviene irritare le folle ardenti, non meno che i leoni affamati. Ci si dispensò quindi, ormai, dal cercare delle scuse per la ghigliottina. Macchinalmente, una setta intera fu designata, uccisa, smerciata, come carne, e in più con l'anima.
Il fiore di un'epoca fu minutamente tritato. Fu il piacere di un istante. Ci si sarebbe potuti fermare lì, ma mille passioni che sbadigliavano di noia dinanzi alla lentezza di quelle minuzie, una sera di disgusto, rovesciarono il patibolo.
Di colpo, venti razze si precipitarono in un orrido delirio, venti popoli congiunti, mescolati, ostili, neri o bianchi, biondi e bruni, si precipitarono alla conquista di un Ideale.
Sballottati, contusi, sostenuti da frasi, guidati dalla fame, posseduti dalla morte, essi invasero, saccheggiarono, conquistarono ogni giorno un inutile regno che l'indomani altri avrebbero perduto. Li si vide passare sotto tutti gli archi del mondo, di volta in volta, in un ridicolo e sgargiante girotondo, dilaganti da una parte, sconfitti dall'altra, dappertutto ingannati, rinviati senza posa dall'Ignoto al Nulla, contenti di morire non meno che di vivere.
Nel corso di quegli anni mostruosi in cui il sangue scorre, in cui la vita sprizza e si dissolve nello stesso momento in mille petti, in cui le reni sono mietute e stritolate sotto la guerra, come l'uva al torchio, ci vuole un maschio.
Ai primi lampi di quell'immensa burrasca, Napoleone prese l'Europa e la custodì, volesse o no, per quindici anni.
Fin quando il suo genio durò, la furia dei popoli parve organizzarsi, la tempesta stessa ricevette i suoi ordini
lentamente, si riprese a credere al bel tempo, alla pace.
Poi la si desiderò, la si amò, si finì per adorarla, come si era adorata la morte, quindici anni prima. Poco tempo era passato e già ci si metteva a piangere sulle sventure delle tortorelle con lacrime alquanto reali, altrettanto sincere quanto le ingiurie con cui si era tartassata, solo il giorno prima, la carretta dei condannati. Non si volle più sentir parlare che di dolcezze e tenerezze. Si proclamarono sacri gli sposi inteneriti e le madri premurose con tante declamazioni quante ce n'erano volute per decapitare la Regina. Il mondo voleva dimenticare. Dimenticò. E Napoleone, che persisteva a vivere, fu rinchiuso in un'isola con un cancro.
I poeti riorganizzarono le loro coorti allarmate, mille carinerie furono dette in un giorno di primavera per la voluttà delle anime sensibili. Si creava con lo stesso slancio insolente con cui si era distrutto. Un soffio di tenerezza carezzò le tombe innumerevoli. La campanella non lasciò più il collo degli agnelli. Si mormorano versi su tutti i ruscelletti. Bastava una margherita dischiusa perché una fanciulla veramente sentimentale si sciogliesse in lacrime. E non più di tanto perché un uomo dabbene s'innamorasse di lei per la vita.
Intorno a quell'epoca di convalescenza, in una delle più colorite città del mondo, nacque Ignazio Filippo Semmelweis, quarto figlio di un droghiere, a Budapest sul Danubio, nel profilo della chiesa di Santo Stefano, nel cuore dell'estate, esattamente il 18 luglio 1818.” (pp. 14-17)

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