domenica 22 maggio 2016

Due righe su "Crepuscolo" di Kent Haruf (NNEDITORE) + recensione "Non ci sono innocenti" e intervista ad Anna K. Valerio e Silvia Valerio


Ci sono scrittori che sono meglio delle medicine. Che mi fanno dimenticare che fuori c'è il caldo e che potrei star fuori a camminare, magari anche a leggere seduto su una panchina. Magari anche a provare a immergere i piedi in acqua. Kent Haruf é uno di questi. Ieri mattina ho aperto “Crepuscolo” (NNE, traduzione di Fabio Cremonesi) e l'ho letto tutto di filato e come nei precedenti “Benedizione” e “Canto della pianura” ho ammirato la grazia dello stile, la bravura dello scrittore nel far parlare gli eventi con un ritmo travolgente come può essere travolgente lo scorrere lento delle stagione, nel saper dosare le descrizioni senza scadere in un naturalismo stucchevole, nel costruire personaggi a tutto tondo, convincenti nelle loro debolezze, contraddizioni, slanci vitali, nel ritrarre un mondo duro e affascinante come quello della campagna agricola, dove non mancano la miseria sociale e le tragedie ma dove la vita non smette mai di rinnovarsi, di quietarsi nella forza di un abbraccio fra un anziano e una giovane donna, fra due giovani amici che non si vedranno forse mai più, fra una madre che abbraccia la figlia che impara a parlare.

Un estratto:

“Certi pomeriggi lui portava cracker, formaggio e un termos di caffè da casa del nonno. Portava ance libri per tutti e due, che peraltro leggeva più di lei. Da qualche tempo aveva iniziato a prenderli alla biblioteca Carnegie, un edificio in pietra calcarea all'angolo di Ash Street; la bibliotecaria era una donna magra e infelice che quando non lavorava si occupava della madre invalida e durante il giorno gestiva la biblioteca come fosse una chiesa. Il ragazzino aveva individuato gli scaffali dei libri che gli piacevano e che portava a casa ogni due settimana, estate e inverno, poi aveva iniziato a portarli al capanno per leggerli sdraiato sul pavimento a lei. 
Sempre più spesso Dena si abbandonava ai sogni a occhi aperti e ai desideri, specie da quando suo padre non c'era più e una nuova desolazione aveva riempito la casa, con sua madre sempre così triste e sola. Nel capanno potevano stare anche un'ora in silenzio oppure dicendosi appena qualche parola e, mentre lo guardava leggere, lei finiva per stuzzicarlo, gli solleticava una guancia con un pezzo di filo, gli soffiava delicatamente in un orecchio, finché lui non posava il libro e cercava di mandare via, e a quel punto iniziavano a spingersi a vicenda e fare lotta, e una volta successe che gli si mise sopra e mentre i loro volti erano molto vicini abbassò la testa e gli diede un bacio sulla bocca, entrambi restarono immobili a guardarsi, e lei lo baciò di nuovo. Poi si allontanò.
Perché l'hai fatto?
Mi andava, rispose lei.
E una volta, un tardo pomeriggio durante le vacanze di Natale, la sorella minore di Dena aprì la porta del capanno e li trovò che leggevano sul pavimento, sotto le coperte.
Cosa state facendo?
Chiudi la porta, disse Dena.
La bambina entrò, chiuse la porta e si fermò a guardarli.
Cosa ci fate sul pavimento?
Niente.
Fatemi venire lì sotto con voi.
Devi stare buona.
Perché te lo dico io. Perchè stiamo leggendo.
D'accordo. Sto buona. Fatemi spazio.
Si infilò sotto la coperta con loro.
No, tu devi stare di là, disse Dena. Ci sto io vicino a DJ. 
Poi per un po' le due sorelle e il ragazzino rimasero sdraiati sul pavimento, sotto le coperte, leggendo libri alla pallida luce delle candele mentre il sole calava sul vialetto, tutti e tre parlavano poco e sottovoce e bevevano caffè dal termos, e per quel breve momento ciò che succedeva nelle case da cui venivano sembrò aveva scarsa importanza.” (pp. 191-192)

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2 commenti:

  1. Ho letto con piacere la tua recensione e l'intervista, niente eufemismi, né terrorismi. Sapere di più, punti di vista "altri", è qualcosa che non fa certo male... La libertà è qualcosa di magnifico di cui abbiamo perso il sapore e sta anche nel non condividere o controbattere.

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