martedì 10 maggio 2016

Due estratti da "Non ci sono innocenti" e due articoli di Silvia Valerio



Intanto che lavoro alla recensione di “Non ci sono innocenti” e alla relativa intervista alle autrici, lascio due estratti:

“Aprì il cartoccio e svolse dalla carta rigida che lo copriva un panetto di tritolo. Era diverso dai primi che aveva visto. Più grande, color giallo zafferano, con la nicchia sagomata in cui inserire il detonatore. Sotto, ne riposavano altre file, ordinate e pesanti. Mandavano il solito odore lieve di polvere. Immaginarne la funzione, a vederle così, non era immediato. L'angoscia che stavano mettendo a tutti... Qualcuno esaltava l'arma spregiudicata, ma con la voce che gli diventava quasi stridula. Nessuno la sentiva davvero necessaria. Lo stipendio sicuro, una femmina senza capricci, qualche ora di svago, la macchina: si accontentavano. E i rabbiosi lo erano solo perchè le cose delle loro piccole vite avevano qualche difetto. Lo aveva capito, Giulio, in quei momenti di divinazione che erano i minuti prima del dormiveglia. Il mondo lontano, le idee che correvano. Se c'era, invece, una forma di giustizia, era quella; se si poteva inventare un'opera ben riuscita, era quella: scuotere un'umanità che presto non si sarebbe più potuto definire tale. Lì sì lo prendeva una voglia di fargli gonfiare il respiro. Nella fica della rivoluzione non pensava di trovarci solo gusto, ma generazione verso l'altro.” (pag. 266)

 “Quando arrivarono ai primi raggruppamenti di fabbriche e case era passata un'altra ora. 
L'hinterland milanese. Adesso la campagna si era alzata in ali di intonaco scrostato, in montagnole di capannoni con i tettucci ondulati, baracche, serrande semichiuse su sacchi della spazzatura e panni stesi ad asciugare.
Il fumo che si sollevava era la cosa più pulita che c'era.
Poi svanirono anche le coree, le case che si erano tirati su da soli gli immigrati dal sud, di notte o nei giorni di festa, ai primordi del boom.
Cinisello Balsamo. Bollate. Rho.
Arrivarono quelle costruite dagli enti pubblici assistenziali. Quelle del Piano Romita o Tuopini. Dell'Iacpm. Le cattedrali delle periferie che si elevavano ai lati della strada, mostri guardiani. Quando ci passavi in mezzo, ti davano l'impressione che il cielo si oscurasse, come per quelli che si facevano tutto il giorno in fabbrica, alla Breda o alla Falck. Che tornavano dal lavoro pedalando e passavano il resto della giornata sul divano dai bordi scuciti, ad accendersi sigarette senza filtri, a bere vino dalle bottiglie, che stavano alle finestre in mutande, con le gambe a penzoloni, a respirare lo smog insieme a una bambola senza un braccio, o che preparavano da mangiare e ti facevano arrivare l'odore fin lì, oltre le tapparelle, e poi oltre il ciglio, oltre i finestrini, e coprivano anche le parole della radio per chiuderti lo stomaco. Quelli che giocavano nei cortili accerchiati dalle palazzine e scrivevano per terra con i pezzi di muro. Quelli che mettevano in bocca la terra delle aiuole. Quelli di lì, e quelli di Buccinasco, di Corsico, di Sesto. Di Baggio, della Barona e della Comasina. Quelli che vivevano protetti dalle immondizie e quelli ch emorivano nei sottopassaggi, che dovevano farsi chilometri per imbucare una lettera. Che finivano a San Vittore, che sognavano la metropolitana. O l'avevano costruita in viale Monte Rosa e avevo assistito al primo giro gratuito per i cittadini milanesi. Quelli che avevano saputo del Compasso d'Oro agli architetti Helg e Albini e a Bob Noorda, il disegnatore della segnaletica. Quelli che non si toglievano la tuta blu dopo il turno, e poi entravano nei libri di Scerbaneco, I ragazzi del massacroc; Milano calibro 9; Traditori di tutti. Quelli che coltivavano i pomodori nella vasca, che a scuola non capivano la lingua del maestro. 
Quelli che abitavano in “una comunità autosufficiente, in cui gli uomini possono trovare, in una armoniosa sede urbanistica, con le migliori condizioni per l'abitazione, per l'assistenza spirituale e sociale, la possibilità di completare la propria personalità”, secondo l'Istituto Autonomo Case Popolari. 
La corte dei miracoli del miracolo economico.
Quei metri quadrati di cemento assoluto, centinaia, erano così misteriosi che non riuscivi a capire dove gli scomparti degli edifici erano abbandonati e dove no. Lo squallore vinceva gli occhi e li teneva in trappola più della meraviglia. (pp. 399-401)

E i due articoli di Silvia Valerio, uno un po' datato, l'altro nuovissimo:

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