giovedì 14 aprile 2016

Iniziando a leggere "Cerca di stare calmo" di Matt Sumell (Einaudi) e pensando a mia sorella


Ho appena iniziato "Cerca di stare calmo" di Matt Sumell (Einaudi, traduzione  di Matteo Colombo) e per adesso mi sta piacendo. Umorismo selvaggio, cattiveria, rabbia, sentimenti da stomaco aperto. Poi magari andando avanti mi deluderà, non lo so, per adesso alcuni passaggi sono molto interessanti. 

Ne trascrivo uno che mi ha fatto pensare al rapporto che abbiamo avuto io e mia sorella durante l'infanzia e l'adolescenza. Abbiamo condiviso per tanti anni la stessa camera. Lei per studiare teneva la luce accesa fino alle tre di mattina, io tornavo a casa in condizioni spaventose e lei ha sempre odiato l'odore di sigaretta. Una volta stetti così male che riempii il letto e la moquette di vomito e la puzza se ne andò solo dopo un mese. Ci siamo messi le mani addosso parecchie volte. Anche in maniera violenta. Intendo proprio violenta. Ci siamo fatti male reciprocamente. E quando ce le davamo volevamo davvero fare del male. Esprimevamo violenza pura, risentimento, odio, delusione. Mia sorella è sempre stata esile come me ma è dotata di una forza spaventosa. Come di una crudeltà verbale che ha poche uguali. Se ci penso sento ancora due costole che piangono.

Ecco l'estratto tratto dal primo racconto "Pugni a Jackie":

"E adesso mia sorella stava usando la faccenda del libro contro di me, e questo perché pensava, giustamente, che mi avrebbe fatto male. La risposta migliore che mi è venuta è stata:- Ma impara a usare la lavastoviglie, deficiente -. Lei ha sogghignato scuotendo la testa.  - E poi, - ho aggiunto, - piantale di lasciare sul lavandino le tue cazzo di doppie punte quando ti tagli quei capelli da lesbica perché é una cosa schifosa, proprio come la tua forfora. È meglio se ti compri un antiforfora serio, perché l'aceto di mele non sta funzionando, fricchettona del cazzo. E piantala di buttare nel cestino del bagno la tua merda di carta igienica imbrattata di sangue dopo che ti depili quelle gambe del cazzo, perché poi quella cogliona di Sparkles fiuta il sangue e rovescia il cestino e si mangia la roba. Okay? E poi comunque alla gente non va di andare in bagno e vedere la tua cazzo di carta igienica imbrattata di sangue nel cazzo di cestino. Quindi vaffanculo.
Lei mi ha insultato un altro po', cosí a un certo punto le ho fatto il verso con la voce di quando le faccio il verso. Le ho detto: - Ecco, sono te: "Sono troppo occupata a fare il mio importantissimo lavoro artistico per pensare agli altri e pulire dove sporco e quindi lascio la mia merda su ogni superficie piatta che trovo, cosí gli altri non posso nemmeno mangiare a tavola senza prima spostare la mia merda. Ah, e sono anche una troia imbecille". Ecco, troia imbecille, tu sei cosí.
Lí lei ha cominciato a spintonarmi fuori dalla porta urlando: - Vattene! Vattene! Vattene, cazzo! - E non scherzo se vi dico che è davvero forte e quasi mi butta fuori, e io nemmeno stavo facendo tanta resistenza, quasi me ne andavo spontaneamente, dopodiché ho pensato: "No, te ne vai tu". Mentre mi dava un altro spintone l'ho presa per la maglietta, e sinceramente è stato uno di quei casi in cui sono piú forte di quel che penso, perché lei è tipo volata per aria atterrando di schiena. Siamo rimasti scioccati entrambi, probabilmente piú io. Lei subito si è rialzata ed è partita all'attacco, tirando pugni a destra e a sinistra (aggiungere alla lista: 8) Mi ha picchiato prima lei), ma senza combinare molto se non farmi indietreggiare di qualche passo nella cucina. Poi si è fermata a valutare i danni, e io l'ho guardata con un ghigno. Allora è ripartita, sempre sbracciandosi come una pazza, io ho parato quel che potevo e poi l'ho spinta via. Quand'è tornata alla carica la terza volta le ho mollato un pugno di forza media in mezzo al petto che è tipo slittato sulla tetta destra e atterrato in pieno sulla sinistra, spingendola di schiena contro lo sportello della lavastoviglie, che era ancora aperta e con un sacco di spazio libero per le pentole e le padelle. C'erano però anche alcuni utensili, nel coso per mettere gli utensili, tra cui un coltello con sopra mi pare del formaggio spalmabile, e lei rialzandosi l'ha afferrato. Mi sono girato e sono corso via. Appena uscito di casa, l'ho sentito sbattere contro l'interno della porta sul retro.
Ci siamo evitati per il resto della serata e quasi tutto il giorno dopo, finché nostro padre non è tornato a casa dal lavoro straimbottito di Ritalin e si è messo a fare lo stronzo, anche se i dettagli non me li ricordo e non importano. Quello che importa è che condividere la sofferenza può creare un senso di solidarietà - magari falso, di sicuro temporaneo - cosí ci siamo coalizzati contro di lui finché non è scappato di sopra in camera sua a giocare a Sudoku o a qualche altra cagata al computer. Poi io e mia sorella siamo rimasti alcune ore al tavolo di cucina a tracannare tutto l'alcol rimasto in casa, giurandoci fedeltà reciproca, promettendoci di non farlo mai più e ripetendoci scusa, scusa. Scusa tantissimo." (pp. 12-13)

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