domenica 10 aprile 2016

In breve su "L'eco di uno sparo" di Massimo Zamboni (Einaudi)



“L'eco di uno sparo” di Massimo Zamboni (Einaudi) è un libro doloroso che ripercorre una storia tragica, quella del nonno, fascista, ucciso il 29 febbraio del '44 dai Gap e ripercorrendola descrive con stile asciutto che sa di terra, preciso, poetico e senza mai essere ridondante un mondo lontano, scomparso e vicino, Reggio Emilia, la Pianura Padana, cimiteri, uccisioni, fallimenti, sconfitte, bombardamenti, alberi genealogici. Un libro che dà voce alla sua e alla nostra di famiglia.

Due estratti:

“Questa vita nuova familiare si allunga su due fronti, la vita agiata di città – tra i primi ad avere la caldaia a carbone, nella via – e il Podere Carina di Rivalta, luogo dell'eterno ritorno. Nella città di allora razzolavano le galline nei cortili, e stavano i gabbioni delle coniglie ai bordi del giardino. Animali anche nei solai, rinchiusi nelle stie, nelle cassette, granaglie in sacchi, rotoli di fieno. Coperte stese a terra per asciugare mele e pere nell'inverno, e quegli aromi impregnano i sottotetti, si infilano tra le travi e i ricordi. L'uva in tralci appesa ad appassire fino ai giorni di Natale. Noci, nocciole, verdure e non aiuole, alberi da frutto di cui si può trovare qualche superstite ancora in prima periferia tra i garage e le recinzioni. Una dispensa viva, a portata di mano familiare, senza confezioni, senza intermediari. È un modello di città che si prolunga fino agli anni Sessanta del secolo scorso, ho potuto conoscerlo senza averlo osservato se non distrattamente; considerandolo – come fanno i bambini – eterno, non modificabile- Ma già stava crollando sotto spinte incalzanti, anzi, era già crollato e non lo vedevamo, trascinando con sè tuguri e officine sguaiate, empori, privative e salsamenterie, strade di polvere e cellule animali. Questo ho potuto respirare, ma non ho saputo riempirmene allora gli occhi: tanto che, orfano di questa mancanza, dovessero offrirmi un viaggio in una fantastica civiltà del passato, chiederei di trascorrere un'intera giornata di mercato, un classico martedì o venerdì, in quella, ora incredibile, reggianità. (pp. 56-57)

“La chiusura di Moby Dick di Herman Melville è colma di mestizia e di speranza irriducibile. Ismaele, unico superstite – quando il dramma si compie e la nave baleniera Pequod infine si inabissa assieme a tutto il suo equipaggio – galleggia perduto e completamente solo alla deriva, aggrappato a una bara di legno, in un oceano “molle e funereo”. Racconta Ismaele: “Il secondo giorno, un veliero si avvicinò e mi raccolse, finalmente. Era la Rachele che incrociava raminga e che, tornando sui suoi passi alla ricerca dei figli perduti, trovò solo un altro orfano”. Rachele, madre e nave, inconsolabile madre biblica che “piange i suoi figli, nè ha voluto esser consolata” secondo il Vangelo di Matteo, nave “lacrimosa di spuma” alla ricerca dei figli del suo capitano perduti mesi prima in mare nel corso di una sventurata caccia alla balena. Non posso fare a meno di pensare alla nave baleniera Rachele di Melville rileggendo i resoconti dei nostri giornali locali sulle ruspe che in varie riprese percorrono la pianura di Reggio verso il Po, scavando, smuovendo, asportando terra, provando a tentoni - “all'orba”, si dice da noi, così come farebbe un cieco -, cercando secondo i sentito dire i luoghi dove potrebbero giacere i resti dei familiari uccisi. Sono i parenti che le hanno ingaggiate per la ricerca, madri e padri o figli e fratelli di fascisti uccisi sul finire della guerra, ma soprattutto dopo. Nessuna salma restituita da accudire, la maggior parte della vita trascorsa in stato di insopportabile incertezza. Anni di attese, una ostinazione lunghissima, ossessiva, per la necessità viscerale di piangere sopra una sepoltura certa. Ogni nostro corpo appartiene alla linea familiare che lo ha generato, perchè venga accudito in nome collettivo. Il procedere di quelle ruspe “a pause continue” in campagna smisurata, la loro rotta, “tortuosa e dolente”, sono quelle medesime della nave Rachele, senza conforto nell'oceano infinito. Rachele che piange i suoi figli perduti, senza trovarli. Lo stesso dolore cieco, la stessa ingiuria subita: ancora una volta – non sarà l'ultima – madri miti e forti, dagli occhi allagati. Nessuno si permetta di volerle consolare. Di volerle portare a una ragione.” [....] Una ricomposizione archetipica che a nulla deve servire se non a lasciar proseguire tutti, morti e vivi. Occorre, per ottenere questo, una nuova inumazione entro terre consacrate, interne al recinto della comunità. Occorre concludere il cerchio del dolore – ancora una volta: di là da ragioni o torti – per rinsaldare il vviere collettivo. Perchè Rachele possa tornare in porto, infime, nave madre consolata, con i suoi corpi perduti da accudire.” (pp. 167-168)

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