giovedì 28 aprile 2016

"Il lupo del Lago Nero" di Ferdinand Ossendowski (Edizioni di Ar); "La parola a Ezra Pound e altre maschere d'autore" di Miro Renzaglia (Circolo Proudhon); "Senza Pelle" di Nell Fink (Minimum Fax)


Sono tre racconti di poche pagine quelli contenuti in "Il lupo del Lago Nero" di Ferdinand Ossendowski (Edizioni di Ar, traduzione di Franco Freda) ma sono pagine dense di emozioni, descrizioni, spirito religioso, rifiuto del progesso paesaggi incantati, tribù scomparse, sette suicide, spose bambine, monaci folli. Hanno un respiro così ampio questi tre racconti che mi sono visto spalancare le finestre e far entrare aria fredda nella stanza per ricreare un mondo così lontano e affascinante come quello siberiano. Nel 2009 Francesco Boco aveva scritto questo bell'articolo su Ossendowski: "Ossendowski, l’ultimo avventuriero"

Lascio tre estratti:

"Che ne è degli anni della mia giovinezza? Dei pensieri, degli ideali di quella stagione? Era questo che mi attendevo dalla vita e dalla civiltà, mentre vent’anni fa vagavo tra questi dolmen, ascoltando le voci di secoli sepolti e sognando di una civiltà possente, in grado di interrompere la rovina che incombeva su queste tribù morenti? Quando stavo qui, persuaso di operare per il progresso e la felicità del genere umano, di contribuire a dischiudere prospettive migliori a questa terra sconfinata, così seducente nella sua primordiale essenzialità, avrei mai immaginato di imbattermi, vent’anni dopo, in simile desolazione? Insomma, era questo che mi attendevo dalla ‘rivoluzione’, ossia dalla manifestazione più decisiva del ‘progresso’, quando, nel 1905, appunto in nome del progresso e per protesta contro le criminali ingiustizie del governo imperiale, mi gettavo nel turbinio della prima rivoluzione, per poi languire due anni nelle prigioni zariste, a scontarvi la pena del mio ardore? No, non era questo che anelavo. L’equazione ‘rivoluzione-progresso’ è vera sempre?

Il paese della morte e delle tombe, la prateria tra Ciulyma e Minusinsk ha verificato questa equazione, emettendo il proprio giudizio con il fruscio delle sue erbe disseminate di pietre. La stessa giustizia di Hak l’evaso, il giorno in cui ci separammo da lui e dai suoi due compagni del bagno penale, nei pressi di Minusinsk, sul finire di settembre.

“Senza di voi, ora, noi rimaniamo senza via di scampo. Ma la vostra sorte non è migliore della nostra. Su di noi incombe la morte, grondante di fame e di freddo; ma sino alla sua venuta, noi ci muoveremo nel libero spazio della foresta. Voi, invece, dentro le vostre città di pietra, dovrete lottare in continuazione contro artifici malvagi e astuzie sordide, contro insidie contronatura. Anche su di voi incombe la morte, con il suo corteo di gridi e di gemiti delle vittime dell’esistenza cittadina.” (da "I costumi matrimoniali di una tribù della prateria", pp. 15-16)


"In preda al terrore, i contadini erano sicuri che quel fulmine caduto per caso sulla cappella fosse proprio la voce di Dio, né avevano il minimo dubbio che il monaco sfruttasse dei fenomeni naturali per agire sulla loro sensibilità sovraeccitata e persuaderli ad accogliere la sua predicazione del suicidio. Essi quindi non osavano levarsi da terra, non osavano alzare la testa per paura di scorgere il volto terribile di Dio. Restavano immobili, con il viso nascosto dalle mani, né si curavano della vittima del sacrificio, che ormai riposava nella pace del Signore: in attesa della resurrezione della propria carne squarciata, alla fine dei tempi." (da "Al cospetto di Dio", pag. 34)


"Deliziosa Lodoletta, piccola, incantevole Bibi-Enè" pensavo io, isolato dai mille rumori del treno in corsa. "Ora ti scioglierai la nera capigliatura odorosa di muschio e di sandalo, poi ti strapperai i tre capelli per gettarli al vento della prateria, in direzione del sole calante - e così avrai eliminato qualsiasi ricordo di me. Non provare risentimenti Lodoletta! Tu sei bella, agile e gioiosa; tu canti come l'allodola della prateria; tu, fanciulla dagli occhi neri, danzi come un urì del tuo paradiso; tu sei bravissima a cucire bottoni e a cuocere sulla brace il succulento sciasc'lyk e il delicato azu - ma io non potevo trasformarti in moglie. Che saresti diventata, tu, stando assieme a questo noioso topo di biblioteca quale io sono? Addio, piccola Bibi-Enè, e che tu sia sempre felice dopo aver gettato al vento di ponente i tuoi tre capelli neri." (Da "Lodoletta, Hanum della prateria, pp. 54-55)

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(qui)


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