giovedì 3 marzo 2016

Su Fabio e "Centro di Igiene Mentale" di Simone Cristicchi (Mondadori)

Ho conosciuto Fabio nel 1999, quando entrai nella Cooperativa Sociale. Uscivo da un anno devastante. Ero a un passo dal finire giù da un ponte o chiuso in qualche istituto di igiene mentale prigioniero delle voci che ho in testa. Nessuno sa bene di quali disturbi psichici soffra Fabio. Ha una storia familiare difficilissima, sia in passato che nel presente. Sostanzialmente Fabio parla e parla e parla da solo, con l’altro Fabio, con me o con te anche se siamo a centomila chilometri di distanza. Ha sbalzi d’umore incredibile e basta una parola sbagliata per farlo allontanare per sempre. Fabio cammina o pedala per chilometri e chilometri tutto il giorno. A molte persone fa paura proprio per questo suo continuo parlare, per le sue risate a squarciagola, per le parolacce, per le bestemmie, per l’odio (paura) che prova nei confronti dei cani. Quando va da mio padre per cercare qualcosa da mangiare parecchie persone del palazzo si allarmano e si chiudono in casa. Fenomenali erano gli scambi con mia madre che gli faceva la ramanzina, gli faceva lavare le mani e poi lo riempiva di ogni prelibatezza. Quando lo incontrai dopo la morte di mia madre mi disse “La vita è una merda ma se mi offri un caffè la vita va meglio”. L’idea che Fabio finisca per colpa di qualche cretino in un istituto mi tormenta e spero che non accada mai. Chiuso in un istituto, impossibilitato a vagare per i prati, i campi da calcio, oratori, centri commerciali appassirebbe in una giornata.



Leggendo le crude e commoventi storie contenute nel libro di Simone Cristicchi “Centro di Igiene Mentale” (Mondadori, 2007) non facevo che pensare a Fabio e a tutti gli altri uomini e donne che ho conosciuto in Cooperativa e in altre situazioni. A quelli come me che alla follia e ai luoghi dove viene contenuta ci gireranno intorno, sempre in bilico fra libertà e reclusione, cadute e risalite sempre più difficili. A una donna chiusa in un Centro che mi sussurrò in lacrime “Andrea ti prego non mi dimenticare mai.” 
No. Non succederà mai.

“Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affondata, un relitto che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterla capire. I relitti della psichiatria, i relitti della follia, i relitti della violenza, i relitti della società. Nelle facce di questi “relitti” io scorgo l’impossibile, l’irraggiungibile. Volti come imbarcazioni affondate, condannate a stare sotto la superficie, per sempre. Nelle molteplici espressioni di questi visi rosicchiati dal dolore, io riconosco la bellezza. Il fascino del nostro incerto cammino, fatto di labili speranze ed equilibri fasulli. In quelle mani che non stanno mai ferme, in quegli occhi profondi e inquieti, io ritrovo l’uomo, al di là di ogni sua fragile costruzione, oltre le fondamenta ben architettate della sua ragione. L’uomo nudo, finalmente spogliato, che ha davanti a sé il mistero della sua vita e del suo imponderabile destino. 

Ho sentito dire che la bellezza è negli occhi di chi la riconosce. Ma la bellezza è anche frutto di dolore, il dolore è inspiegabile, come lo è la follia; la follia del non riuscire a comprendere, il dolore di un’impotenza che pesa su di noi come un bagaglio, come una condanna. La bellezza è per me anche follia.” (pag. 49)


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