domenica 20 marzo 2016

Dal "Diario. 1939-1945" di Drieu La Rochelle (Il Mulino) + Enzo Cipriano


Drieu è uno dei miei compagni di viaggio prediletti.
Trascrivo un passaggio, quasi a caso, da questo diario che ho letto solo grazie alla meritoria opera di Enzo Cipriano e della sua Libreria Europa a Roma.

"16 ottobre

Tutto sommato, ho vissuto come un sibarita, mi sono ingegnato per vivere così. Mi sono ingegnato; non ho fatto molta violenza alle cose, ma seguendo la linea di minore resistenza ho raggiunto e preso il poco di cui avevo bisogno.
Poverissimo o troppo ricco, sarei stato comunque un sibarita, perché i miei beni più preziosi erano la libertà, la solitudine, la pigrizia.
Non mi occorrevano molti soldi, e neppure la fama. Quasi sempre ho avuto più denaro di quanto non me ne servisse. Quanto alla fama, ad onta di qualche lamentela occasionale, mi è bastato essere apprezzato di tanto in tanto da poche persone qua e là. 
Le donne. - Non ho potuto permettermi quelle che si possono avere quando si fa un mestiere redditizio, le fanciulle che uno sceglie povere o ricche, a suo capriccio. Ho avuto invece le puttane e le donne ricche che danno il tempo di cui dispongono. Se avessi avuto più temperamento, la scelta non avrebbe avuto limiti. Del resto, quando ho rinunciato, è stato per negligenza o per musoneria. Mi sembravano quasi tutte troppo stupide o troppo leggere, stancanti.
Ho avuto grandi piaceri: alzarmi tardi, leggere a letto, passeggiare per le strade di Parigi, andare al cinema, al bordello, vedere gli amici solo di rado, poter incontrare le mie amanti solo due o tre ore al giorno, fantasticare interminabilmente, leggere, scrivere quando ero stufo di non fare niente, talvolta viaggiare. È vero, non ho viaggiato abbastanza, ma in fondo ho visto la Grecia, la Spagna, l'Italia - l'essenziale. Mi mancano l'Egitto e il Messico. Mi è piaciuta Londra e persino Berlino, non New York. 
Solo che sono un sibarita del genere di Jean-Jacques. Oltre alla solitudine, l'altra mia grande ricchezza è stata la malinconia. La gente non ha capito e mi ha creduto uggioso, annoiato. Io stesso, a volte, non ho capito.
Malinconia infinita e deliziosa, fatta del rimpianto di ciò che non avevo perennemente lenito dal piacere per ciò che avevo.
Malinconia di essere poco attivo, statico, che si risolveva nel piacere di essere lento e quasi immobile; malinconia di non essere sposato che sfumava, dopo ogni sbandata, nel piacere di non esserlo più; malinconia di vivere in un paese in decadenza che trapassava nel piacere di gustare tanti residui risparmiati dalla laidezza del tempo; malinconia di non essere pittore o poeta che si risolveva nel piacere di fare grandi scorpacciate di storia; malinconia di non essere un politico che diventava piacere di scrivere qualche pagina libera.
Rimpiangerei solo di non essermi accettato e riconosciuto per quello che ero, di aver fatto il processo alle mie inclinazioni. Tutto quel senso di inferiorità, di persecuzione e di colpa mi ha tormentato e svilito agli occhi miei e altrui. Ma in fondo non posso veramente rammaricarmene, perché senza quell'elemento di inquietudine e di amarezza sarei stato esattamente ciò che potevo apparire ad alcuni: un abietto gaudente senza interiorità.
Ho anche sfruttato il vantaggio rappresentato, per il sibarita, dall'essere dolcemente mistico. Anche in questo caso, Jean Jacques. Non mi sono privato della compagnia degli dei. E ho visto Dio attraverso le cose. E talvolta, nonostante tutto, sono stato visitato dalla compagnia e dall'angoscia e ho saputo che mi libravo su un abisso di ebbrezza in confronto al quale le bellezze sensibili non erano nulla.
Sì, guardando Watteau ho saputo non solo che era tutto, ma che non era nulla.
Ma è inutile, anche su quella strada non riesco a liberarmi della mia natura, ed ecco che lo stesso approssimarsi della morte diventa per me un piacere in chiaroscuro." (pp. 92-93)

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