sabato 5 marzo 2016

"ARIDATECE 'A SAGRA" di Benedetta Scotti (Il Bestiario degli italiani, numero 2)

Mi prendo la briga di trascrivere un articolo di Benedetta Scotti uscito sul numero 2 de "Il Bestiario degli italiani":

"Milano, zona Bocconi. Negli ultimi due, tre anni la ristorazione del quartiere si è tinta di verde, o meglio di green, come si suole ormai dire nell'Italia renziana dagli intercalari più anglici che toscani. La ristorazione, dicevamo: più salubre, più rustica, dunque più costosa. Ad un angolo ha aperto i battenti il negozio-bar biologico, quello dei prodotti rigorosamente a chilometro zero, o giù di lì, e delle selezionatissima filiera, per chi pensa alla salute e all'ambiente e non troppo al portafoglio. All'altro angolo, un piccolo bistrot, sempre affollato da professionisti rampanti e studentesse in tiro, in coda per un frullato multivitaminico o un'insalata da asporto; otto, dieci euro di pura genuinità, tutta mediterranea ovviamente. Se si ha il tempo per una passeggiatina, si può passare da Grom, quintessenza del gelato italico secondo Renzi, che non a caso lo scelse per rispondere alle burle dell'Economist che lo aveva immortalato con un cornetto industriale simil-Algida. Lor signori capiranno certamente che le tariffe di Grom, il gelato "come una volta", sono maggiorate perché l'autenticità della sua italianità è garantita da Unilever, multinazionale anglo-olandese. Nella città post-moderna, dove l'identità si sfilaccia nell'anonimato del multicultural, le piccole gioie della tradizione gastronomica, genuine o spacciate come tali, si pagano a caro prezzo. Il localismo si fa marketing, la tradizione si fa brand ("come una volta"): chiave del business è l'uomo metropolitano alla ricerca dell'identità perduta che si rifugia in osterie moderne, dove si gioca sul finto antico e sullo pseudo-rustico, consolandosi con un piatto di tagliatelle della nonna Pina. Poco importa, poi, che il cuoco non sia la Pina, ma un barbuto hipster, anche lui in crisi di identità e decisamente più esoso della nonna. Perché almeno non è McDonald's. Se invece si è alla ricerca di un'esperienza ossimorica che combini tradizione e moda, si potrà optare per Eataly, dove l'italianità si fa costosamente glamour. Massima espressione della retorica renziana dell'Italia che porta il locale nel globale, Eataly lo è già dal nome, che infatti di italiano non ha proprio niente ma che suona più nostrano di Burger King. Di fatto, solo nominale è spesso la linea di demarcazione che passa tra l'economico fast food e il costoso slow food, con tutte le sue varianti, da "sinistra al caviale", cosmopolita, borghese e fintamente identitaria. Sono entrambi espressione dello sradicamento culturale tipico del tempo corrente, di cui il primo è manifestazione palese, il secondo, invece, ambiguamente latente. Lo slow food, come lo street food, il bio, il chilometro zero, il green e via dicendo, è appannaggio dell'Italia metropolitana, modaiola, moderna, aperta al mondo ma spaesata, non certo dell'Italia profonda, campanilista, magari ignorante, reticente alla modernità ma ancora parzialmente immune dalle sue forze livellatrici. Al paese di campagna perde senso il brand del chilometro zero, perché c'é ancora la comare che regala le verdure dell'orto troppo generoso. Così come perde senso il concetto di slow food perché i ritmi più lenti preservano la convivialità dalla frenesia cittadina e dalla giornata di lavoro a orario continuato e sempre più prolungato. Stesso discorso per l'esasperante richiamo all'ancestrale, al passato smarrito, perché il "come una volta" non è un'etichetta commerciale ma una realtà continua che perdura nel tempo. D'altronde si sa che la tradizione o è viva o non è. Da qui la nostalgia metropolitana per i sapori antichi e genuini, si fa troppo spesso moda. Vedasi lo Streeat-Foodtruck Festival, tour itinerante dei localismi gastronomici italiani, dove i dialetti si eclissano nel melting-pot dell'inglese. Così, trasformate le apette 50 in food trucks (ovvero, nei furgoncini del "cibo di strada"), si invera l'evoluzione cool e social delle vecchie fiere. Scorrendo i nomi dei rivenditori ("Food Family", "Stars in the Street", "Farinel on the Road") e il listino dei prezzi, un'unica conclusione affiora alla mente: aridatece 'a sagra"

2 commenti:

  1. E' vero, non basta scrivere sull'etichetta "di una volta" o "tradizionale" per far sì che sia genuino veramente.
    Dalle mie parti se vuoi mangiare bene e spendere il giusto devi uscire dalla città e andare in provincia... magari verso quella Granda (la provincia di Cuneo)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. dalle vostre parti in provincia si mangia proprio bene.

      Elimina