giovedì 18 febbraio 2016

Un estratto da "Ubicumque. Saggio sul tempo e lo spazio della mobilitazione" di Fabio Merlini (Quodlibet)



Ubicumque. Saggio sul tempo e lo spazio della mobilitazion” di Fabio Merlini (Quodlibet) è un libro prezioso. Leggerlo mi ha fatto stare bene. 

Trascrivo un brano dove trova spazio Heidegger:

“Heidegger aveva posto la medesima domanda in una conferenza dell’inizio degli anni Cinquanta, chiedendosi che cosa ne fosse dell’abitare “nella nostra epoca preoccupante”. L’epoca preoccupante è per Heidegger l’epoca dell’estraneazione. Con una sorprendente anticipazione della condizione contemporanea, il filosofo coglieva quella condizione di sradicatezza, cosí famigliare ai nostri occhi, alimentata a suo dire da un’equivoca comprensione del linguaggio, quando ci si illude di poterlo padroneggiare come mezzo di espressione, dimenticando che esso è invece il luogo del nostro stesso accesso al mondo, e rovesciando cosí il rapporto di sovranità che lo lega all’uomo. Non è questo però il punto che ora ci interessa. Più pertinente, a questo riguardo, è il fatto che la questione dell’abitare sia messa in relazione con l’osservazione secondo cui la terra è attraversata vertiginosamente da “un flusso, insieme caotico e abilmente costruito, di discorsi, scritti e messaggi” in ragione del quale linguaggio e comunicazione finiscono con il celare il significato originario dell’esperienza dell’abitare. Vi sarebbe, nell’epoca dei flussi, un modo di dare corso all’esistenza che smarrisce il senso dell’abitare; un modo di rapportarsi agli spazi che ne impedisce la trasformazione in luoghi, ossia in spazi in cui l’uomo possa essee. Che cosa significa qui “poter essere”? Secondo la ricostruzione lessicale proposta da Heidegger, significa poter abitare: l’abitare è il modo in cui l’uomo è sulla terra. Si è in quanto si abita. Occorre ora chiedersi di che natura sia quell’abitare che consente all’uomo di essere; quell’abitare per mezzo del quale si dà qualcosa come un essere proprio dell’uomo; quell’abitare, una volta privati del quale, non è più possibile essere. L’abitare a cui pensa Heidegger ha il carattere pre-moderno della staticità immunologica. È il rimanere presso di sé, il trattenersi dentro il perimetro della propria identità, pacificata e resa serena da una cura che protegge ciò che, al suo interno, deve poter crescere secondo l’essenza che gli è propria. È la custodia di un vicinato che apparenta, attraverso una tradizione e un linguaggio, e nei confronti del quale è possibile sentirsi responsabili. Un “vicinato”, però, che può estendersi anche all’intera comunità degli uomini, quando l’abitare viene inteso come il loro soggiornare sulla terra. “Soggiornare” ha qui un senso preciso che le condizioni attuali dell’esperienza dello spazio rendono del tutto improbabile. La terra come abitazione del nostro soggiorno è un dono che occorre proteggere, lasciando ai suoi elementi la possibilità di fruttificare. Soggiornare non è padroneggiare, né tantomeno da assoggettare – le due posture che precludono ad uno sfruttamento senza limiti; assumere il silenzio del divino, senza sostituirsi ad esso; riconoscere la propria finitudine, preparandovisi, ma evitando di cadere in un oscurante nichilismo. Questo é ció che Heidegger a più riprese nel suo testo definisce “aver cura”. Ogni cosa da cui siamo circondati costituisce un’occasione di esercitare questa cura che inibisce qualsiasi gesto di prevaricazione. Nell’aver cura risiede la capacità di abitare e da questa capacità deriva la stessa possibilità di abitare.
Ma quando la cura diventa la preoccupazione per una mobilitazione che concerne tanto le cose quanto gli individui? Quando lo spazio diventa l’elemento trascurabile di un soggiornare in cui ogni luogo può essere quello giusto per raggiungere ed essere raggiunti, chiamare e rispondere, disporre e disporsi? Quando la cura agisce prevalentemente come de-contestualizzazione dei luoghi e sforamento della loro località specifica, incursione e sovvertimento delle sue regole? Che cosa ne è dell’abitare, in questi processi che sempre più definiscono la nostra esperienza dello spazio? Vi è un abitare che ripara e protegge, nella sua capacità di contenere le forze esterne (“il peso della neve” e le “tempeste delle lunghe notti invernali”). È un abitare che trova inoltre il modo di ricordare ciò che ci trascende, ed è capace di accogliere la vita lungo tutto l’arco del suo decorso, dalla nascita alla morte. Questo è, secondo Heidegger, l’orientamento dell’abitare in base al quale uno spazio può trasformarsi in un luogo. Quando oggi parliamo di una certa realtà insediativa come di un “non-luogo” è ancora questa la lezione che riecheggia nella definizione. Ci sono edificazioni che, nei fatti, non sono più “abitabili”, ma se ciò che accade è, prima di tutto, perché – stando alla lettura heideggeriana – sarebbe andata persa l’esperienza stessa dell’abitare – quell’essenza che Heidegger poteva invece ancora riconoscere nel sapere rustico così abilmente messo a frutto nella costruzione della casa contadina della Foresta Nera. Un “non luogo” è allora ciò che si produce quando lo spazio al quale siamo confrontati è quello dell’inabilità. C’è una crisi del vivere moderno che, al di là delle diverse crisi congiunturali sperimentate dalle nostre società, concernerebbe la nostra sradicatezza. Alla luce delle riflessioni svolte nei paragrafi precedenti, questa “sradicatezza” sembra tuttavia sottrarsi alla contrapposizione romantica tra luoghi e “non luoghi”. La questione, oggi, non mi sembra più tanto quella di uno spazio in cui è possibile transitare senza soluzione di continuità da un luogo a un “non-luogo”, come accade quando il sabato mattina partiamo dalla nostra abitazione per raggiungere il più vicino centro commerciale. La questione concerne piuttosto la proliferazione di uno spazio che, indipendentemente da dove ci si trovi, antepone all’esperienza dell’abitare quella della “messa in moto” – di bisogni, consumi, innovazioni, progetti, informazioni e comunicazioni. Ogni spazio deve essere predisposto a questa attivazione capace di fare dell’individuo un agente generatore di impresa, offrendogli i mezzi per informare e indirizzare la propria azione, tanto in relazione al continente della domande, quanto dell’offerta. Più che abitare oggi importa mobilitare. Lo spazio della mobilitazione è lo spazio della nostra identificazione in quanto attori di una valorizzazione che ha nell’incremento del capitale il suo obiettivo principale. Si tratta di uno spazio in cui viene meno quella differenziazione tra interno ed esterno, privato e pubblico, che è compito della soglia preservare. Là dove la soglia svanisce, lo spazio si mantiene in un’indeterminatezza che libera il campo da qualsiasi cosa possa ostacolare la nostra totale esposizione alla legge del presente. È in virtù di questa indeterminatezza che ovunque e sempre ci sentiamo convocati e riassorbiti nel flusso di interessi del presente e dei suoi imperativi. Così, non solo non siamo mai veramente più da “nessuna parte”, pur essendolo sempre necessariamente, ma laddove scompare la soglia per quale ragione chiedere ancora: “è permesso?.” (pp.96-99)


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