venerdì 5 febbraio 2016

In breve su "L'amore ai tempi di Batman" di Massimiliano Parente (Mondadori)



Il nuovo romanzo di Massimiliano Parente, “L’amore ai tempi di Batman” (Mondadori), presenta i soliti difetti di sempre (logorroico, trama esile che sembra fin troppo un pretesto per il resto delle considerazioni, alcune parti che sembrano ripetersi, troppe citazioni all’attualità) ma mentre lo leggevo mi sono emozionato parecchio e decisamente trascinato e meno solo. Questo romanzo commuove Ci sono pagine e pagine di considerazioni che sembrano uscite dalla mia testa e certe volte ho dovuto mollare la presa per non sentirmi ancora peggio di come già non sto abitualmente e con la certezza di aver letto alcune righe di un grande scrittore. Considerazioni sulla morte, sulla ricchezza, su Matrix il film, sul dolore, sull’alcool, sull’amicizia, sul sesso, sull’infanzia, su Batman, su Second Life, sulla solitudine, sulla scuola, sui genitori e sulla morte dei genitori e soprattutto sull’amore. 

E dimenticavo (sorrido), su Sasha Grey (ex pornostar, scrittrice, dj, angelo), che è semplicemente una donna da mozzare il fiato. 

Trascrivo qui una parte che è come se raccontasse di me mentre accompagnavo mia madre alle sedute di chemioterapia:

“Il tempo non passa più. Mi viene da sbadigliare ma mi trattengo perché ho paura che Ernesto mi veda e si senta in colpa. Il liquido nel sacchetto della flebo è ancora a metà. Chissà che merda c’è in quel sacchetto. Sempre meno merda di quella che ci sta risucchiando. È spaventoso se ti concentri sulla vita, sulla biologia, su questa immane macchina di organismi che si divorano l’un l’altro per sopravvivere senza neppure averne coscienza. Una macchina cieca.
È impossibile pensare a qualcosa di diverso dal cancro, qui. Il cancro è una metafora perfetta della vita. Sono le tue cellulare che a un certo punto mutano e impazziscono e cominciano a moltiplicarsi. È la replicazione del caos. È l’entropia del corpo. In realtà, dal punto di vista biologico, il cancro è un aggregato di cellule mutanti che si moltiplicano quanto le cellule sane. Non sanno di essere dannose, come le cellule sane non sanno di essere sane. Sono cellule e basta. Solo che le cellule malate, per crescere, devono farlo a tue spese. Come il ragno a spese della mosca. Come il leone a spese della gazzella. Come l’orca a spese della foca. Tu sei la preda e alimenti il tuo predatore che ti divora dall’interno. Per ucciderlo sei pronto a uccidere te stesso. Per vivere qualche anno di più. O qualche mese di più. O qualche giorno di più. Ernesto non può morire, non può lasciarmi solo. Neppure in Batman muore mai Ernesto. Almeno credo.
Ernesto si è addormentato sulla poltrona. Succede alla gente quando fa la chemio, perché devono stare seduti due, tre ore, ma non credevo succedesse a lui, Ernesto mantiene sempre il controllo. È come se si addormentasse una guardia a Buckingham Palace. Lo fisso e mi viene da pensare che sembra morto. E che tra un anno, oppure anche meno, potrebbe essere morto davvero. Immagino di tornare a casa e non trovarlo, andare in cucina e non vederlo, e mi viene l’ansia e capisco quanto gli voglio bene, e capisco che è l’unica persona a cui voglio bene veramente a parte Stephen Hawking, che però è un cane, che però anche lui un giorno sarà morto. In fondo ogni attività umana è un passatempo per non pensare alla morte, un correre in avanti con i paraocchi illudendosi che alla fine ci sia un traguardo, un premio, qualcosa. Mentre il premio è solo la fine della vita, e niente più.
È orribile vedere invecchiare e morire le persone che ami. E i cani che ami. E i gatti che ami. Non riesco e continuo a pensarci. Certe volte fisso i vecchi per strada e penso: chissà tra quanto saranno morti. A cosa può pensare un vecchio se non a quando morirà? Domani? Fra un anno? Come si fa a vivere senza futuro? E poi, tra un morto e un mai nato quale differenza c’è? Il ricordo di chi lo ricorda? Ma il ricordo è una realtà soggettiva, e anche la persona che ricorda la persona morta morirà, e cosí via, e cosí via, finché l’universo stesso finirà, gli atomi si dissolveranno, e non ci sarà nessuno a ricordare più nessuno.

[…]

La cosa curiosa di questi reparti, simili a bracci della morte ma senza qualcuno che abbia commesso un reato per essere giustiziato, sono le decorazioni sui muri: i quadri, i soprammobili, fiorellini, cieli azzurri, pupazzetti, farfalle appiccicate qua e là, sembrano asili per bambini. Tutto tende e allegria forzata. Anche le infermiere ti salutano con grandi sorrisi, e trattano i malati gentilmente, con voci dolcissime, dandogli del tu, come fossero anche loro bambini.
Nei film muoiono sempre dopo aver proferito l’ultima parola. Con una certa dignità scenica, teatrale, composta. Perfino in Spiderman lo zio Ben muore e dice l’ultima parola a Peter. Non mi ricordo cosa gli dice, lo zio Ben a Peter, qualche frase sull’onestà e l’essere buoni, mi pare. Perfino i cattivi dicono frasi buone quando muoiono. Tranne Terminator nel primo Terminator, ma quello era un cyborg. Comunque nei film sei lì vicino alla persona che sta morendo e la persona dice l’ultima parola e poi esala l’ultimo respiro, reclina la testa e muore. Nella realtà fuori dai film non è così. La realtà non è mai perfetta come nei film. Nella realtà non sai quale è l’ultima parola. Magari ti prende un infarto mentre stai parlando, in mezzo a un discorso, e nessuno saprà mai cosa volevi dire, né se volevi dire qualcosa, o magari uno non ha niente da dire mentre sta morendo, nessuna ultima frase. Magari stai morendo in ospedale e dici l’ultima parola ma poi continui a delirare per giorni e muori dopo che hai detto una minchiata tremenda. Nella realtà non c’è mai, quasi mai, nessuna dignità scenica. Solo file agli sportelli dell’ospedale, vomito, nausee, situazioni degradanti, dolore, sofferenza, disperazione. Guardavo le persone vicino a Ernesto e pensavo che erano morte. Ma poi ho pensato che in fondo siamo tutti morti.  È solo questione di tempo. Il nostro cervello si è evoluto con questo bug, renderci consapevoli della morte, a differenza degli altri animali, ma anche non permetterci di concepirla realmente, un cortocircuito in cui la gente diventa scema e si mette a pregare di fronte a una croce di legno.” (pp.226-228)




2 commenti:

  1. Più che di Sasha sono (stato?) follemente (ma si può esserlo diversamente?) divorato da Saphire Rae. Ma anche a Sasha ho sacrificato copiose le bianche notti solitarie. Un saluto Andrea. L.

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    1. io no luca, non amo particolarmente il porno. Sasha mi piace proprio esteticamente. ;) un abbraccio

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