domenica 14 febbraio 2016

Di artigiani, forcelle e Beth Orton



Leggendo un articolo de Il Giornale sulla graduale scomparsa degli artigiani ho ripensato a Ettore che si occupava di minuteria meccanica, riparazione di utensili e macchine e che svolgeva lavori da fabbro. Bazzicava nella Cooperativa Sociale dove lavoravo per riparare trapani e altri macchinari e per offrire la sua esperienza realtiva ad alcune lavorazioni. Fu lui a consigliarmi una tecnica migliore e più veloce per raddrizzare le forcelle (un lavoro ostico che piaceva solo al sottoscritto e che il responsabile della ditta metalmeccanica per cui lavoravamo come terzisti mi propose, poco prima che mi dimettessi, di farla diventare come mia occupazione e svolgerla direttamente da casa), che era un lavoro di precisione e di grosse quantità in tempi ridotti, o anche quando apportò delle notevoli migliorie per quanto riguarda le lavorazioni dell’alluminio (fu la forature delle lastre di alluminio a permettermi di vincere le iniziali ritrosie dei responsabili nei miei confronti). Ettore era un uomo modesto, di poche parole, che viveva la sua esistenza in un mondo regolato dal lavoro, da spostamenti rapidi, di spazi chiusi fatti di officina/negozio/fabbriche, di nero sotto le unghie, di una moglie paziente. Le sue mani, il suo corpo, la sua voce erano un tutt’uno col lavoro che svolgeva. Era circondato da una grazia mistica mentre si piegava su un trapano e lo riparava. La sua fortuna fu quella di avere un figlio al fianco con la sua stessa passione. Me lo ricordo ancora questo ragazzino con i rasta e la maglietta dei Green Day ascoltare i silenzio i consigli e i rimproveri del padre. Quante volte l’ho sentito Ettore lamentarsi di tasse, prestiti, banche, governo ladro, tempi che cambiavano. Quante volte abbiamo discusso io e lui delle nostre contraddizioni. 

Mi si dirà che questa è gente abituata a muoversi nel nero, senza fatture, a evadere, a lamentarsi e intanto intascare i soldi ma il nero di queste persone era una stretta di mano di garanzie, di prestazioni di qualità, era parte integrante di un sistema di amicizie/parentele e vincoli sociali, di prestazioni di qualità e vicinato che si prodiga nel momento del bisogno, di buon nome da rispettare. 

Gente che chiaramente vive all’opposto da me ma ho conosciuto e conosco personalmente idraulici, fabbri, tappezzieri, elettricisti, lattonieri, carrozzieri, panettieri, cuochi, ristoratori, addetti alle pulizie e molto altro che anche se non rilasciavano fatture o scontrini lavoravano dodici ore al giorno per passione e non per costruirsi la piscina. 

So che questa è, forse, solo una faccia della medaglia ma non posso chiudere gli occhi sull’altra faccia che non viene mai descritta per paura di contaminazioni. 

Non sono una persona con un vero spirito pratico e a distanza di anni continuo a ringraziare la Cooperativa e le persone che ho conosciuto laggiù e che mi hanno aiutato a non morire, a non andare alla deriva totalmente e che mi hanno insegnato a forare alluminio, produrre manici di pentole e padelle, costruire espositori per supermercati e negozi, fustellare, imballare e reggiare materiale da spedire, assemblare degasificatori/pompe della benzina/componenti di macchine tessili, guidare il muletto, caricare camion, guidare un furgone telonato, sistemare un magazzino. 

Conservo ancora oggi l’emozione e la bellezza di entrare col camion, la macchina o a piedi nei magazzini di grandi industrie o di officine e di avere a che fare con magazzinieri folli, educati, attenti, incazzosi, nervosi. Fumarci una sigaretta insieme, berci un caffè, mandare affanculo il mondo intero. Un mondo operaio? Proletario? Genuino? Molto spesso triviale, volgare, abbruttito, servile, maschilista ma caratterizzato da un profumo di dignità che non ho quasi mai incontrato (non voglio generalizzare) nei salotti culturali, a scuola, negli uffici, nelle banche, nelle assicurazioni, nei convegni. 

O forse è solo la malinconia a distorcere la realtà ma non posso fare a meno di lavorare in luoghi da cui esce qualcosa di fisico. 

Sarà una questione di dna, predisposizione, formazione, ambiente sociale ma tutti i miei parenti hanno o hanno avuto a che fare con la materia: i miei bisnonni paterni erano tessitori/muratori/ristoratori, mio nonno paterno, ragioniere in una fabbrica e ristoratore, mia nonna paterna cuoca e operaia in una fabbrica di scarpe, i miei bisnonni materni contadini e operai tessili, mio nonno materno soldato/tessitore/contadino e mia nonna materna tessitrice, mia madre operaia in una fabbrica di tappeti, mio padre tecnico chimico che ha sempre lavorato con colori, tessuti, mia sorella archeologa e la lista è infinita. E io faccio parte di questa lista.

Sempre innamorati di libri, cinema, arte, musica ma insofferenti a circoli culturali, università, scuole, e tutto il resto della merda.

Innamorati del mare.

Non c’è un solo mio parente che non ami alla follia il mare.

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Ci siamo dimenticati la Grecia?



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"Trailer Park" di Beth Orton è un disco bellissimo. 


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