lunedì 15 febbraio 2016

Brevemente su: "Le figlie degli altri" di Richard Stern (Calabuig)



Forse “Le figlie degli altri” di Richard Stern (Calabuig, traduzione dall’inglese di Vincenzo Mantovani) non è proprio come se Cechov avesse scritto Lolita (lo scrive Philip Roth) ma ci si avvicina. Più che la storia d’amore ad avermi conquistato sono le pagine che descrivono il rapporto del protagonista coi figli, il divorzio, l’ultimo Natale in famiglia. Pagine attraversate da una malinconia costruita su parole misurate e da un'asciuttezza di sguardo che ti si appiccica alla pelle mentre le stai leggendo.

Un estratto:

“A volte lui passa a prenderla con la vecchia Dodge, la scarica, la guarda mentre attraversa la strada di corsa fino al campus. Porta cappelli che le spiovono sulla fronte, vecchie pellicce, blue jeans. A testa bassa, col bel viso depurato della minima “imperfezione”, lei va via, “non come quella che vince”. Anche quando nel cuore di Merriwether non c’è quasi altro che pietra, questa visione di lei, leopardo e blu sotto il vasto cappello, di lei che si allontana verso l’aula del seminario col suo grande zainetto di cuoio pieno di libri, lo intenerisce e gliela fa amare. La melanconia, le paure, le bizze, l’odio per la vita, per il fatto che non riesce a far altro che rannicchiarsi in camera sua implorando prove d’amore – “Ti prego, scrivimi una lettera” – tutto questo sparisce mentre lei corre attraverso le trine di foglie svolazzanti, attraverso i cancelli di ferro con i motti latini, lungo il muro grigio di Boylston e dentro il campus. “Quando una persona è più se stessa?”. La Dodge si avvia, senza problemi tranne quando lo spurgo acido della batteria si raggruma intorno ai contatti. (“Comme nous, comme nous”, ha detto Cynthia.) Che fardello era l’io. Gesù è stato il grande terapista: seppellite l’io e cominciate a vivere. Lui, Merriwether, Gesù secolare, non aveva forse dato il meglio quando, dimentico di sé, aiutava – diciamo – gli studenti, i suoi discipuli? Senza preoccuparsi che rubassero le sue scoperte, i suoi dati. Stu Benson non si apriva quasi mai con gli studenti, dava solo qua un’indicazione, là un vago suggerimento: “Mi ruberanno anche la camicia, guarda Chambers”. (Uno dei brillanti roditori, della cui grandezza si era vociferato per quarant’anni, superato perché i suoi studenti avevano pubblicato tutti i suoi risultati.) Pungolato dalla severità di Sarah, a volte il professor Merriwether pensava, da un lato, di tagliare i ponti con gli studenti, dall’altro, di fare lo stesso con l’intelligenza scientifica rivale o dominante. Ma l’infantile agonismo che spiccava così comicamente nel libro di Jim Watson era soltanto questo, infantile voglia di emergere. Ti sosteneva nei primi anni, ma i grandi lavoratori erano quelli che ci davano dentro per venti, trent’anni, spesso elaborando meglio le nozioni di altri uomini che escogitano le proprie. Rutherford, Bohr, l’Oppenheimer di Los Alamos, il Fermi di Chicago, e ora lo stesso Jim a Long Islanda, contavano tanto per questo quanto per ciò che li aveva incoronati di alloro. Lo stesso con Cynthia. Temere di essere sfiancato da lei, dominato dai suoi alti e bassi, era la terribile grettezza del New England. La paura degli indiani che portava a ucciderli. E quella che Laswell chiamava “la profezia che si autoavvera”. Pensa in piccolo e piccolo diverrai. Nel vecchio campus cadevano foglie dagli artritici colori. La bellezza lacerante della vecchiaia. Una cosa che alleviava in qualche modo il proprio sconcerto.” (pp. 196-198)

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