venerdì 15 gennaio 2016

Per respirare contro questo freddo


Riporto la conclusione del libro di Giulio Meotti: "Hanno ucciso Charlie Hebdo" (Lindau). Spero non me ne voglia l'autore se trascrivo un parte così lunga ma ho davvero bisogno di sentirmi in testa questo passaggio mentre lo trascrivo.

"Esiste un video girato nei giorni del 2006 in cui le minacce contro "Charlie Hebdo" si fecero preoccupanti. Si vedo i giornalisti e i vignettisti riuniti attorno a un tavolo, mentre decidono assieme all'allora direttore, Philippe Val, l'impaginazione del numero successivo. Si parla di islam, ovviamente. Nel video si sente Cabu, uno dei vignettisti uccisi il 7 gennaio 2015, porre la questione in questi termini: "Nessuno in Unione Sovietica aveva il diritto di fare satira su Breznez." Poi prender la parola un'altra vittima di quella strage, Goerge Wolinski: "Cuba è piena di vignettisti, ma nessuno fa caricature di Castro. Quindi siamo fortunati. Sì, siamo fortunati, la Francia è un paradiso." Cabu e Wolinski avevano ragione. Le democrazie sono, o almeno dovrebbero esserlo, depositarie di un tesoro delicato e deperibile: la libertà d'espressione. È questa la grande differenza fra Parigi e Cuba, Londra e Amman, Berlino e Teheran, Roma e Beirut. E ancora fra la democrazia e una teocrazia. Lo sapeva bene Vaclav Havel, il presidente-scrittore della Repubblica Ceca, uno dei padri dell'Europa post-sovietica, che nell'agosto 1968, durante l'invasione, era intervenuto a Radio Free Europe e da quel momento editori e teatri gli chiusero la porta in faccia. Nel 1974, per sopravvivere, fece addirittura il manovale. Il regime lo bollò come "agente controrivoluzionario" e lo condannò al carcere. Nel 1989 Havel fu il primo capo di stato occidentale a parlare in difesa di Rushdie. Sapeva molto bene cosa ci fosse in gioco al di là di un romanzo. Incontrando Rushdie a Praga nel 1993, Havel disse: "Sento una profonda solidarietà verso quanti hanno perso la libertà a causa dei loro scritti". Avremmo avuto bisogno di lui quando è stata attaccata la redazione di "Charlie". Il massacro a "Charlie Hebdo" non è stato soltanto   un atto barbarico di violenza islamista nel cuore dell'Europa.  stato anche un grande test per tutto l'Occidente e per la libertà di espressione nelle democrazie. E ha dimostrato che stiamo tutti fallendo.  È in corso una servile resa su più fronti. La stampa, la politica e i media hanno adottato una politica dell'autocensura forzata. Il diritto di esprimere la propria opinione delle democrazie occidentali è stato pagato a caro prezzo e se non viene esercitato può avvizzire e scomparire. Lo sanno bene Mandel'stam, Babel Pil'niak, Vavilov, Pasternak, Salamov, Solzenicyn e gli altri eroi svaniti nei gulag e nelle galere dell'Unione Sovietica, la società concentrazionaria più vasta della storia, che non meno delle moderne dittature religiose praticò la negazione assoluta della libertà di scrivere e pensare. Quando alcuni scrittori e poeti russi iniziarono a criticare lo stato di polizie in Unione Sovietica, a denunciarli non furono gli sgherri del Cremlino, ma lo stesso ceto letterario, che pensò: "Perché mai non possono comportarsi come noi?". Ecco, anche su Charlie Hebdo e gli altri irregolari europei della critica all'islam sta maturando la stessa serrata conformista, la stessa delazione da parte dell'establishment. L'autocensura preventiva, la ritirata strategica di fronte alla furia islamista, verso la quale dopo "Charlie Hebdo" sembra che ci stiamo inesorabilmente avviando, appiano dunque come una regressione epocale. Intanto la cosiddetta "islamofobia" sta diventando un reato di opinione analogo a quello che si perpetrava un tempo in Unione Sovietica, contro i "nemici del popolo" e i "deviazionisti". L'invenzione di questo reato ideologico, che è una cosa ben diversa dall'attacco razzista ai mussulmani in quanto persone, svolge molte funzioni: negare, per legittimarla meglio, la realtà di un'offensiva fondamentalista; bloccare la mano di chi scrive liberamente in Occidente; intimidire i "cattivi mussulmani" interessati al cambiamento, e come dice Pascal Bruckner, "riabilitare l'offesa d'opinione per chiudere la bocca ai contraddittori". Grazie a quest'offensiva, e al fatto che ormai soltanto qualche "pazzo" si avventura ancora nella difesa della libertà di parla, da noi regna la paura. E i vignettisti, i giornalisti e gli intellettuali cosiddetti "islamofobi" sono i primi cittadini europei dal 1945 a doversi ritirare dalla vita pubblica per proteggere la propria incolumità. Il giovane matematico francese Jean Cavaillès, per spiegare il suo fatale coinvolgimento nella Resistenza, era solito dire: "Lottiamo per leggere "Paris Soir" e non il "Volkischer Beobacher". Forse avrebbe detto lo stesso su "Charlie Hebdo" se fosse stato vivo. Per questo non è nostro diritto disquisire sulla bellezza dei quadri che si realizzano di là e di qua dell'oceano, sugli articoli che si scrivono, sulle vignette che si disegnano. In Occidente abbiamo conquistato a caro prezzo la libertà di farlo. Non spetta agli antichi custodi del fuoco il permesso di concedere il diritto di pensiero e di parola.
Equivarrebbe alla fine dell'Occidente così come lo abbiamo conosciuto". (pp. 159-161)


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