venerdì 1 gennaio 2016

Girando intorno a "I misteri della sinistra" di Jean-Claude Michéa (Neri Pozza) / Sebastiano Caputo e altro


Ci sto pensando parecchio a questo libro dopo averlo letto e a tutte le possibili ramificazioni, deviazioni, dubbi a esso connesso. Riporto un estratto:

"Ma come si può sperare di farsi ascoltare da quella parte dell'elettorato popolare (che per di più è spesso la più modesta e la meno protetta dalle istituzioni esistenti - su tale punto basta leggere i saggi di Christophe Guilly) se s'inizia subito (e con quel modo generalmente arrogante e accusatorio che piace tanto alle élite intellettuali) con l'esigere da essa - in nome dei dogmi del liberalismo culturale che quella parte dell'elettorato paragona proprio, e il più delle volte con ragione, all'universalismo astratto e benpensante che ha sempre caratterizzato la boghesia di sinistra – che rinunci a quei valori di decenza e di civiltà che le stanno così a cuore? Oppure, in altri termini, ordinandole continuamente di piegarsi al vessillo identitario di una sinsitra che ai suoi occhi ormai non evoca più che il culto della modernizzazione a oltranza, della mobilità obbligaria e generalizzata (sia geografica che professionale) e della trasgressione morale e culturale sotto tutte le sue forme (ed è sicuramente qui che si puo' misurare quanto il brutale crollo di quel genuino movimento popolare ideologicamente contrario al sistema vigente che era il vecchio Partito comunista – malgrado il suo pervertimento staliniano e il suo culto delle “sviluppo delle forze produttive – spieghi in gran parte la sbalorditiva assenza di qualunque difesa immunitaria della sinistra moderna di fronte allo sviluppo terribilimente devastatore della società dello Spettacolo e del suo liberalismo culturale) Dovrebbe, al contrario, essere perfettamente chiaro che soltanto se “la sinistra della sinistra” decidesse finalmente di compire lo sforzo (intellettuale, morale e psicologico) di comprendere le buone ragioni che anche il popolo di destra più svantaggiato (come del resto anche quelli che ormai sono giunti a pratica lo “sciopero degli elettori”) puo' avere per sentirsi indignato di fronte all'attuale stato delle cose (e tale sforzo di comprensione chiede naturalmente un minimo di empatia e di senso degli altri), soltanto così potrà diventare eventualmente possibile indurre quest'ultimo, il popolo di destra, a superare i limiti manifesti del suo risentimento attuale (perchè è evidente che nessuna lotta che si ponga sotto il segno di una destra moderna puo' portare a cambiare qualcosa nell'ordine capitalista). E anche a rivolgere la sua rabbia e la sua esasperazione contro cio' che rappresenta in ultima analisi, la causa prima delle sue disgrazie e delle sue sofferenze, vale a dire quel sistema liberale globalizzato che non puo' crescere e prosperare se non distruggendo progressivamente l'insieme dei valori morali ai quali quel popolo di destra è ancora profondamente – e legittimamente – attaccato. Perchè in ultima analisi – come sottolineava Engels – è proprio la “coerente attuazione del principio già insito nella libera concorrenza” cio' che conduce inesorabilmente a edifcare quel mondo spietato e sen'anima del quale il collaboratore di Marx descriveva così le tendenze profonde “ognuno sta per conto suo e lotta per conto suo contro tutti gli altri, e se egli debba danneggiare o no tutti gli altri, suoi nemici dichiarati, dipende soltanto da un calcolo egoistico su cio' che è per lui più vantaggioso. A nessuno viene più in mente di potersi accordare per via pacifica con il suo prossimo; la gente risolve tutti i contrasti con le minacce, facendo giustizia da sé o ricorrendo al tribunale. Insomma, ognuno vede nel suo prossimo un nemico da togliere di mezzo o tutt'al più uno strumento da sfruttare per i propri fini. E questa guerra, come dimostrano le statistiche dei delitti, diventa di giorno in giorno più violenta, più accanita, più implacabile.” (La situazione della classe operaia in Inghilterra).
Solo che, per poter sperare di stimolare quel “popolo di destra più svantaggiato” (che suppongo approverebbe senza esitare questa analisi socialista di Engels), bisognerebbe pure che tutti quelli che si vantano di appartenere a una “sinistra davvero di sinistra” si mostrasssero anche capaci, da parte loro, di capire che il capitalismo si presenta ormai come un fatto sociale onnicomprensivo, ovvero come una totalità dialettica della quale tutti i momenti sono inserabili (siano essi economici, politici e culturali) e richiamano, a loro volta, una critica radicale. Il che significa semplicemente che se questa “sinistra della sinistra” non riesce in fretta (ovvero prima che sia troppo tardi) a tirarsi fuori, una volta per tutte, da quel liberalismo culturale “mitterandiano” che rimane ancora appiccicato alla maggior parte delle sue analisi (se, per esempio, si ostina a vedere nel capitalismo solo un puro e semplice sistema economico che porta a riparite in modo non ugualitario la ricchezza collettivamente prodotta – ma che non avrebbe niente a che vedere, in quanto tale, con il culto della crescita illimitata, con l'alienazione dei consumatori, con la “mobilità geografica e professionale continua, con la metodica distruzione delle città e delle campagna, con l'abbruttimento mediatico generalizzato o ancora con la persistente trasgressione morale e culturale), allora si condannerà per sempre a fare rientrare a tambur battente dalla finestra il sistema che avrà invano cercato di far uscire dalla porta. Per il momento, bisogna riconoscere che all'infuori di qualche circolo anarchico e radicale, di alcuni “sperimentatori sociali” forniti di ammirevole dedizione e dei fautori della decrescita (intesa quest'ultima nella misura in cui porta, per definizione, a mettere in discussione il modo di vita capitalista), ben pochi sono, a sinistra, coloro che hanno già saputo fare qualche passo coerente nella giusta direzione, ritrovando così le intuizioni emancipatrici del socialismo delle origini.” (pp. 47-50)



 e a proposito di questi argomenti e del Front National condivido due articoli di Sebastiano Caputo in cui si parla di Michéa e di altri intellettuali che m'interessano parecchio:



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E dalla recensione di questo disco sopra ho cominciato ad ascoltare questo gruppo da questo disco sotto:






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