lunedì 30 novembre 2015

Gli scritti di Simone Buttazzi

Leggere le recensioni e i pezzi di Simone Buttazzi è come farsi accarezzare da un autunno più dolce di quello che mi sta sommergendo. Come farsi abbracciare da un inverno che non mi soffoca come quello che sto per abbracciare. Simone Buttazzi è una mano calda che si posa sul vostro cuore. Forza, dopo aver letto queste sue recensioni guardateli questi film, oltrepassate il confine fra la stupidità e l'ignoranza, fra la chiusura mentale e le possibili avventure. In un momento nero come quello che sto vivendo non è necessario avere persone intorno, l'importante è conservare nel cuore il volto di persone importanti nella nostra vita.  Per cercare di resistere. Quando non ce la farò più a te, Simone,  spero fra non molto, arriveranno abbracci freddi che tanto ti piacciono e spero che soprattutto mi perdonerai scrivendo tante altre belle recensioni e soprattutto traducendo romanzi. Ah, perché, testoni, ignoranti, omofobi e grillini del cavolo che girate da queste parti, Simone Buttazzi  è un traduttore. Sapete cosa significa? Secondo me: no. Svegliatevi bestioline! Non preoccupatevi delle scie chimiche o altre stronzate, leggete, leggete, guardate film, ascoltate musica, portate a spasso i vostri cani, sdraiatevi sui vostri divani e girate i pollici riflettendo. E se guardate al cielo, ammirate le stelle, la luna e se tutto è buio, chiudete gli occhi e sognate, piangete, fate l'amore, sospirate, masturbatevi, fate insomma quel cazzo che volete ma per piacere fregatevene delle scie chimiche e di quello che dicono i grillini e compagnia bella. 


Sui presepi, il mio onomastico, Aleksandr Zinov’ev, Against the Pull of Autumn, Sono Sion

- Ieri sera via telefono S. mi chiede cosa ne penso di questa storia dei presepi e altre sciocchezze. Per rispondergli gli racconto di una famiglia che ho incontrato al cinema quel pomeriggio. Padre, madre e tre figli che non arrivano ai dodici anni. Da come il padre discute con un anziano intuisco che sono appena stati alla manifestazione per il clima svoltasi in città. Abbigliamento hipster, del genere trasandato di lusso. Lui con la maglietta di Greenpeace, lei con quella dei Sonic Youth. Arrivato il loro turno la madre ordina da bere per i tre figli. Chiedo cosa vogliono: Coca, Coca Light, Sprite, Fanta, Rivella Rossa o Blu, acqua naturale o gassata. Mentre aspetto una risposta osservo i tre figli che si stanno letteralmente divorando le mani alla vista dei pop-corn e sottovoce discutono fra di loro a proposito del bicchiere in promozione per "Il viaggio di Arlo". La madre si riprende e mi risponde inorridita "No, no, le bibite zuccherate no! - e rivolgendosi ai figli - Dite al signore perché non le volete" e i tre piccoli come foche ammaestrate "Perché fanno ingrassare e fanno venire il tumore". Ho avuto un sobbalzo: dei mostri con la faccia tristissima. Per il cibo si ripete la medesima scenetta. Questa volta i tre sussurrano un "Pop-Corn e mamma, le caramelle..." sottovoce ma ovviamente la madre opta per una confezione di M&M's da dividersi in cinque, senza dimenticarsi la solita predica. Quando consegno i tre bicchieri (non biodegradabili) con i pupazzi del cartone animato sul tappo i bambini sembrano riaversi dall'incubo. Ovviamente prima di andarsene non poteva mancare il padre che mi chiede se al bar servono qualcosa di biologico ma mi fingo impegnato e invito il cliente successivo a farsi avanti. 

(Piccola nota: ho visto parecchi bambini abbandonare il film di Arlo in lacrime per lo spavento)

- Ho sempre preferito l'onomastico al resto delle feste comandate. Lo preferivo perché onomastico significava che mia madre mi cucinava le polpette e io adoro le polpette ma significava anche la signora Gina che morì pochi giorni prima di diventare centenaria e che ogni anno scendeva in ascensore dall'ultimo piano del palazzo, bussava alla porta e mi regalava una bottiglia di vino rosso e una di bianco. Questo sempre. Da quando son nato fino all'anno che morì. Questo valeva anche per mia madre, mio padre e mia sorella. Oggi, che son di riposo, cucinerò polpette vegetariane e berrò un bicchiere di vino in onore di questo mondo che è arrivato alla fine dei suoi giorni e che non tornerà mai più.


Finalmente in questi giorni avrò tempo per dedicarmi completamente a questo straordinario romanzo. Quasi mille pagine che devono essere lette come in una specie di seduta fiume per goderne appieno. In quegli anni (e ancora oggi) c'era chi venerava l'Unione Sovietica, c'era chi pur criticandola si ergeva a suo difensore di fronte ai reazionari, ai fascisti, ai capitalisti, ai traditori e c'era invece chi, per fortuna, scriveva capolavori come questo.




- Stravedo per Sono Sion:


sabato 28 novembre 2015

James Ellroy

Sono anni che leggo James Ellroy. Cominciai prima recuperando tutto quello che era uscito e poi l'ho seguito uscita dopo uscita. Ho recensito alcuni suoi romanzi qui. Avrei dovuto recensire l'opera omnia su Lancelot ma mi sono fermato. Scrivere un saggio su di lui mi stuzzica da tempo ma rimarrà carta straccia. Intanto nelle librerie sono arrivati questo:


(qui)




E questo che è poi una raccolta in un unico volume di tre sue opere già uscite in precedenza.

venerdì 27 novembre 2015

La mattina e Canto della pianura con Louise Le May

Leggere i romanzi di Kent Haruf è sospendere il tempo. Scivolare altrove. Fermarsi. Cancellare i rumori, il cellulare, il lavoro, le bollette. È chiudere gli occhi tenendoli ben aperti mentre stai leggendo. È farsi cullare. È sentirmi vivo. "Canto della pianura" non ha bisogno di recensioni. Qualunque recensione seria scrivessi rovinerebbe questo romanzo. Una boccata d'ossigeno. Un abbraccio. Una carezza. Un fazzoletto per asciugare le lacrime di questi giorni.


E prima di stamattina non sapevo chi fosse Louise Le May ma sono arrivato sulla recensione di questo album e oltre all'innamoramento istantaneo ho pensato che questa potrebbe essere la colonna sonora ideale per il romanzo di Haruf. 


Poi la giornata ricomincia. 
Il dolore riesplode.
La depressione.
Il lavoro.
La stanchezza.
Senza alternative.

mercoledì 25 novembre 2015

Freddo (Dieudonné M’bala M’bala, maiali, Avenue X)

- Ieri e oggi sono state delle giornate di merda che avranno delle serie ripercussioni in futuro. Resistere. Non so nemmeno perché.

- Seppur non mi piaccia particolarmente piena solidarietà a Dieudonné M’bala M’bala.

- Ho sempre amato i maiali e questa donna mi sta simpatica: "Vivo con i miei maiali, meglio di un fidanzato". La donna che ha cambiato vita per i suini"

Per il resto fuori fa freddo.
L'inverno fa schifo.

E questo è un omaggio a un paio di cuginette.
Statemi bene in questo momento difficile.....siete delle punk chic.


martedì 24 novembre 2015

"Canto della pianura" di Kent Haruf (NNEDITORE); sui nuovi editori; sulle lacrime impossibili; "Art Angels", il nuovo disco di Grimes


"Benedizione" mi era piaciuto davvero tanto e adesso arriva "Canto della pianura" (traduzione di Fabio Cremonesi). Non vedo l'ora di leggerlo.


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Sarà anche un atto anti-sistema, di rivolta al patto Mondadori-Rizzoli (per piacere smettetela di usare "Mondazzoli", non si può davvero sentire) e altro bla bla bla ma quanta tristezza mi trasmette la foto con i vari Eco, Elisabetta Sgarbi, Nesi, Buttafuoco, Furio Colombo. Da star male.

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Non chiedetemi di piangere per uomini, donne, bambini, vecchi e vecchie che si lamentano ogni sera per l'impossibilità di acquistare una Coca Life o un panino con la rucola e i gamberetti morti senza soffrire o la birra dei monaci di sto cazzo o il salame bio o il panino spalmato di burro francese o che cazzo d'altro. Non ci si accontenta mai. Non si smette mai di offrire e offrire nuove scelte. Sempre e comunque per soddisfare ogni desiderio del cazzo che esce da teste a forma di cesso. Esseri aggressivi che ti trattano come una vera merda. Come un insetto da schiacciare. No, per sta gente non posso piangere.

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Esce il nuovo disco di Grimes: "Art Angels". Nutro una vera passione per lei.


lunedì 23 novembre 2015

"Confessioni di un anticonformista. Storia della mia vita" di Umberto Veronesi e Annalisa Chirico (Marsilio)


Ho ricordi vividi del mio primo ingresso in una corsia di malati di tumore. Era il 1997. Avevo 18 anni. Ci era ricoverato mio zio Antonio, il fratello di mio padre. Ricoverato per un tumore ai polmoni, da quell'ospedale mio zio sarebbe uscito solo in una bara pochi giorni dopo aver compiuto 50 anni. Ieri su Repubblica c'era un'intervista a Umberto Veronesi e da mio padre, che compiva gli anni, ci siamo rimessi a parlare di quell'evento che per mio padre rimane una ferita che non si rimarginerà mai. Nella mia famiglia il tumore è una presenza costante, così come l'attenzione per l'Aids visto che una mia cugina ne è morta tanti anni fa. A pelle non mi sta molto simpatico Umberto Veronesi ma sono molto curioso di leggere questo libro scritto con Annalisa Chirico. Un'intervista ad Annalisa.


"Lettere al professore. Corrispondenza con Milton Hindus. 1947-1949" di Louis-Ferdinand Céline (Archinto)


Mi arriverà presto.

domenica 22 novembre 2015

"L'esegesi" di Philip K. Dick (Fanucci); una brevissima considerazione su "L'uomo di Dubai"; mai amato Di Pietro; 5 ragazzine


Il 26 novembre sbarcherà nelle librerie per Fanucci questo gigantesco volume di Philip K. Dick: "L'esegesi". Ne ha scritto Gianpaolo Serino su Il Giornale: "Filosofia, droghe e profezie Il testamento di Philip K. Dick. È uno di quei libri che ho puntato per l'anno prossimo.

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Avevo letto belle recensioni di questo "L'uomo di Dubai" ma complessivamente è un romanzo che mi ha davvero deluso: scritto talmente bene da risultare evanescente, con una storia debolissima, considerazioni (non so nemmeno come definirle) banali, con quel tocco di divagazioni e parentesi che fanno molto chic ormai.

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Quando lavoro mi emoziono sempre quando incontro quei pochi adolescenti senza molti soldi in tasca, sfasati, incapaci di vestirsi e truccarsi, brufolosi e irrisolti, intimiditi o strafottenti paonazzi che sibilano un "Buonasera" senza guardarti in faccia, che conservano passioni genuine. Ieri sera 5 ragazzine vulcaniche e insieme timidissime mi hanno salvato una giornata davvero di merda. Le ringrazio con tutto il cuore.





sabato 21 novembre 2015

Quanto mi manchi Hitch.



Caro Hitch quanto mi manchi. 
Nel novembre 2015 siamo ancora qui a dare ascolto a preti, mullah, pope, rabbini, guerra santa, giubilei, bibbia, corano, versetti, vangeli, miracoli, madonne, suore e compagnia bella.
Ieri sera tornato dal lavoro stravolto ho accarezzato tutti i tuoi libri come se fosse un abbraccio.
Ci fossimo incontrati probabilmente avremmo litigato e discusso tantissimo.
Avremmo soprattutto bevuto tantissimo insieme.
In questi giorni di stanchezza, solitudine e tristezza rimani una mano da afferrare per non crollare.
E così mi costringi a riprendere in mano tutti i tuoi libri.


Il tuo "Hitch22" lo rilessi durante le notti di malattia di mia madre mentre la guardavo allontanarsi da me.
Lì, seduto nella penombra, a seguire la tua storia.
Grazie.
Di cuore.


venerdì 20 novembre 2015

Un estratto da "Heidegger & Sons" di Donatella Di Cesare (Bollati Boringheri)


Trascrivo da questo libro: "14. I sentieri interrotti della globalizzazione"

"Heidegger ha scritto gran parte delle sue lezioni e dei suoi libri nel rifugio di Todtnauberg. Solo per un periodo, mentre era intento alla stesura di "Essere e tempo", affittò un piccolo locale, in un villaggio distante qualche centinaio di metri, per trovare ulteriore isolamento. Alcune foto mostrano la sua scrivania, in un angolo della baita, attigua alla finestra che dà sulla fontana con la stella. Quattro piccoli scaffali, da un lato della parete in legno, bastano solo per qualche classico. Tutto indica intimità, raccoglimento, silenzio. Il suo pensiero è legato a quel luogo, dove la meditazione non cerca ampiezza, ma profondità, per risalire alla fonte della filosofia, all'altro inizio. E così la Hütte, se la si osserva di profilo, dove il tetto tocca il pendio, e la baita sembra a sua volta ripararsi nella natura, appare metafora della fenomenologia, di una vigilanza paziente, pronta ad accogliere e custodire quel che dal suo nascondimento viene alla luce e si manifesta. Heidegger è stato il filosofo del movimento. Con le sue anarchitetture, ha squassato dal fondo la la filosofia del Novecento. Ma nella sua dinamica personale al movimento ha sempre rinunciato. Non ha mai varcato l'oceano. A parte qualche raro viaggio, il Meister aus Deutschland ha preferito la prossimità dei paesaggi d d'infanzia. Boschi, colline, legna da ardere, sentieri, libri consunti, corridoi antichi, campane serali: ecco il suo da, il "ci" del suo esserci. Il luogo, per lui, non è indifferente. La contrada alemanna non è solo la provenienza, ma è il distretto di un impegno: raggiungere, nonostante e oltre la modernità, quella scena originaria, abitarla ostentatamente, lasciarsene dominare. Il movimento non è allora l'uscire dispersivo, bensì il rientrare. Così abitare diventa un esercizio del pensiero, l'attesa e l'ascolto di chi si addentra profondamente nella contrada dove è già sempre. Se un aperto si dischiude, è solo la Lichtung, la radura, tra abeti e betulle. Non stupisce che Heidegger, riprendendo Novalis, scriva che la filosofia è Heimweh, "nostalgia", e un "impulso a essere ovunque a casa". Ma aggiunge: purché "non ci sentiamo ovunque a casa". Heimweh, una parola ormai desueta e quasi incomprensibile, è piuttosto il dolore dell'esser lontano dal focolare. Chi lo avverte più? - si chiede Heidegger. Filosofia è l'intimità raggiunta dalla inquietante lontananza. [...] Proprio perché non si è mai spinto nella città, Heidegger è rimasto al di qua non solo dell'universo cosmopolitico, che si apre oltre la città, ma anche dei mezzi di transizione e di trasferimento, di tutto quello che oggi si chiama globalizzazione. Le vie molteplici del mondo interconnesso gli appaiono sospette, perché ne scorge una forma di smarrimento e di acquiescente deiezione. Nei Quaderni neri parla perciò di "planetarismo", mettendo l'accento sull'erranza, forma di vita globale su una terra divenuta a sua volta "astro errante". Dato che i gesti di un filosofo sono filosofici, come tali vanno prese anche le disposizioni testamentarie e funerarie di Heidegger. Non può considerarsi perciò priva di significato la scelta della sepoltura nel chiostro della chiesa di Mekirch: una pietra tombale sormontata non da una croce, ma da una stella. Mentre riflette su questa scelta, strettamente connessa con la ritrosia al movimento, con l'aspirazione a rimanere lì, dove già sempre si è, Sloterdijk si interroga sul "posto" di Heidegger. Se la filosofia occidentale è "l'irruzione della città", da dove parla un filosofo che non varca la scena pubblica, che è anzi messaggero di una contrada senza città? Lea sua sarebbe forse una verità di provincia, inutile oggi per le università, con i loro linguaggi di portata mondiale? Il posto di Heidegger è quello che aveva ereditato dal padre: la sagrestia. Non si trova al centro, sul fronte della visibilità; si muove di lato, dietro le quinte, dove silenziosamente si prepara quel che deve accadere, al margine in cui, da rivoluzionario liturgico, custodisce la presenza nascosta di un incombente stato di eccezione promesso a un mondo non redento. È da provinciali prendere il posto scelto dal filosofo per una provincia. Piuttosto, in quell'angolo laterale, restando accortamente fuori dai luoghi pubblichi, pensa la pólis, e ciò che è politico, non da "impolitico", bensì rifiutando la visione urbana della politica, l'incontro delle opinioni nel mercato, lo scambio nell'assemblea popolare - o parlamentare. Il luogo da cui parla è extra-parlamentare, oltre-parlamentare. Il suo accesso allo spazio politico può avvenire solo attraverso lo stato d'eccezione. In questo senso la sua politica è una poetica dell'emergenza. Questo non vuol dire che Heidegger non abbia mutato il modo di intendere lo spazio e che, da quell'angolo al margine, non abbia pensato, talvolta ossessivamente, diverse forme del muoversi spazio-temporale: dalla svolta alla rivoluzione, dal rivolgimento all'oltrepassamento, le cui distinzioni, dopo i Quaderni neri, dovranno essere ben ponderate. La modernità è per Heidegger l'epoca del trasferimento fuori dalla casa dell'essere. La spietatezza, l'essere senza patria, diventa un destino del mondo. Ma Heidegger, quanto a lui, oppone un rifiuto, resta ostinatamente nell'intimità, nell'essere presso di sé, nel proprio. Maestro della caduta, del verticale precipitare dell'esserci - un esserci che, da una nascita avvenuta nella gettatezza e nella deiezione, può rinascere nella stessità risoluta, risorgere nell'autenticità - diffida dell'esodo e di ogni moto che si inscriva nell'ampiezza dell'orizzontalità. Sotto quest'aspetto ontogenetico emerge di nuovo l'impasse di Heidegger che, se da un canto toglie il terreno sotto i piedi dell'esserci, indica anzi nella motilità il suo fondamento, dall'altro tace sulla motilità dell'esserci che esce, evade, si trasferisce. Tutto ciò che è inter, tra-, dalla traduzione al viaggio, al legame internazionale, viene aggirato. Perciò i suoi sentieri non conducono in nessuno luogo, se non nella contrada dove si è già sempre, sono Holzwege, provvidamente interrotti da insormontabili pile di tronchi. Così il viandante torna a casa. L'ulteriorità della lontananza non lo riguarda. Solo fugacemente si fa prendere dall'amore per la colonia. Lo straniero, o la straniera, che incontra, restano estranei, e non lo aprono all'esterno, non lo portano oltre. Alla fin fine lui è convinto di essere già nell'intimo dello stato d'eccezione, che verrà presto alla ribalta - ogni movimento, oramai necessariamente planetario, gli appare ridondante. Ma questa intimità esasperata finisce per rivelarsi un ostacolo anche per chi ha pensato e pensa sulla sua scia. Heidegger ha per primo delineato una fenomenologia dell'abitare denunciando il duplice rischio: l'autoctonia e la stanziali ingenua da un canto, la mobilità tecnologica dall'altro. Ha tentato di pensare il soggiornare come un migrare, ma ha prevalso pur sempre, nella sua visione della transitorietà, anche quella esemplare dei fiumi, il farsi-di-casa, lo Heimischwerden, un'esigenza che viene avanzata anche quando l'unico asilo, nell'esilio planetario, sembra solo ancora la parola poetica. Come il tradurre è il passaggio per l'estraneo, lasciato come estraneo, per riappropriarsi del proprio, così il poetico farsi di casa è un risalire al proprio dell'origine. Lo stracciamento immemoriale espone all'estraneo, ma per un cammino, magari anche a ritroso, conduce all'Ankunft, all'arrivo a casa. Questo cammino è di nuovo un sentiero interrotto della globalizzazione, perché non permette di concepire un ritorno altro, che avvenga dopo un esodo effettivo, e non lascia pensare il soggiornare insieme, il dimorare in comune, come stranieri residenti. Sta qui uno dei grandi compiti che Heidegger lascia in eredità." (pp. 119-123)

giovedì 19 novembre 2015

Appunti novembrini (Houellebecq, il papa, il lavoro, Heidegger, Donatella Di Cesare)

- Un articolo di Michel Houellebecq: "Io accuso Hollande e difendo i francesi"


- Il mio orario di lavoro odierno: 06-1400, pausa (sono a casa e sto scrivendo questo post), e poi 18-22.30. Il bello del lavoro a chiamata senza ferie e malattia pagate. E poi non azzardatevi a dire che non so cosa significhi essere precario. Ma non chiedetemi nemmeno di solidarizzare per forza con gli altri precari.

- In questi tempi di melassa e proclami e lacrime d'accatto e opportunismi vari è bello sapere che c'è un amico lontano che come me non ne può più di Bergoglio. Il gesuita mi sembra un incrocio fra un piazzista che vuole venderti a tutti i costi una miracolosa macchina scaccia incubi e uno di quei raccoglitori di firme per la salvaguardia dell'ambiente/del panda fucsia che ti aggrediscono fuori dai parcheggi. Da non credente devo ammettere di trovare molto più interesse e spunti di riflessione nella lectio magistralis "Fede, ragione e università - Ricordi e riflessioni" di Ratzinger che in un qualunque discorso dell'attuale papa.

- Devo il mio incontro con Heidegger al collegio che ho frequentato. Da allora il mio interesse per il filosofo tedesco non è mai venuto meno. Nei giorni scorsi ho terminato il bel libro di Donatella Di Cesare "Heidegger & Sons" (Bollati Boringhieri) di cui trascriverò qualche passo prossimamente.




Della Di Cesare mi aspetta anche questo:




E prossimamente (non preoccupatevi, io praticamente se non lavoro, resto in casa o vado al lago o in biblioteca e leggo e prendo appunti): "Il grande Slam" (Mattioli 1885)



mercoledì 18 novembre 2015

Presentazione di “In fiamme” a Pescara con l’autore Nicola Maiale 20 NOVEMBRE 2015 DALLE 18:00 /


Nicola Maiale è lieto di invitarvi alla prima presentazione del suo libro In fiamme. Violenza politica in Italia dalla Belle Epoque alla Marcia su Roma. L’incontro si svolgerà a Pescara al Book Caffé Primo Moroni (in Via Quarto dei Mille 29) Venerdì 20 Novembre alle ore 18. Ingresso libero fino ad esaurimento posti

“In Fiamme cerca di ricostruire il quadro di una rivolta generazionale, analizzando le strutture ideologiche dei movimenti politici e culturali che hanno popolato il primo ventennio del “secolo breve”. L’autore si propone di rintracciare i protagonisti e le idee che hanno generato il mito della violenza redentrice, che uscì fuori dai giornali dei nazionalisti, dalle opere d’arte futuriste e dalle analisi dei sindacalisti rivoluzionari rovesciandosi nelle strade durante i mesi che precedettero l’intervento italiano in guerra, patrocinato, peraltro, da un socialista, ex direttore de L’Avanti: Benito Mussolini”.

Circolo Proudhon Edizioni, 2015, pag 273 (scheda del libro: http://www.circoloproudhon.it/shop/in-fiamme/)

ARMA AGARTHA (elettronica improv-dada | Lituania) Mercoledì 18 novembre Maite, BERGAMO ALTA dalle h.20:00


ARMA AGARTHA
(elettronica improv-dada | Lituania)

Mercoledì 18 novembre 
Maite, BERGAMO ALTA 
dalle h.20:00


Arma Agartha è Armantas Gečiauskas, sound artist, performer e curatore lituano. 

Attivo dal 1998, ha organizzato centinaia di eventi di musica sperimentale, concerti e workshop, ha fondato e curato le fanzine Introspect e Infected by Dementia, e ha collaborato – tra gli altri -con il sassofonista Stefano Ferrian e il pianista Simone Quatrana (membri, con Ken Vandermark, del quintetto Rara Avis). Con i moniker di Bruzgynai e Arma Agartha ha dato alle stampe oltre 30 dischi per etichette indipendenti russe e lituane, tra cui la Perineum Productions. Dal 2007 a oggi ha suonato in svariati festival in Europa, Russia, Ucraina, Canada e USA.
Le sue performance musicali sono riti psichedelici e carnevali surreali, tra sciamanesimo noise e glossolalia dell'assurdo, infantilismo lo-fi e improvvisazione comica. Esotica. Marziana. 
Arma Agartha inventa lingue realmente inesistite. 

Links:


martedì 17 novembre 2015

Per poco

Ieri ho saputo da mio padre che in pochi giorni nel mio paese sono morti: l'uomo da cui da piccolo mia madre mi mandava per comprare le lampadine; Lina, che aveva lavorato con mio nonno e che tutte le volte che passavo davanti a casa sua mi offriva caramelle frizzanti; e un uomo che mi raccontava sempre di mio zio, morto nel 1944, e per lui ero e solo sempre il figlio di Adriana, non avevo nome, ero il figlio di Adriana. Ho cercato i loro volti negli ossari e ho pensato alla mia infanzia e mi si sono gonfiati gli occhi di lacrime. Il cimitero era invaso dalla nebbia e il volto di mia madre sembrava uscito da una villa infestata da fantasmi. Mi sono seduto sulla tomba dei miei nonni e ho pianto per non so quanto tempo cercando di scacciare l'angoscia di queste giornate, la mancanza di prospettive future, il peso del lavoro, l'insofferenza per i miei colleghi ma il dolore non se ne è andato. Risalito in macchina ho guidato per un'ora con una visibilità di trenta metri. Avvicinatomi al lago la nebbia s'è diradata. Per poco.





Esce il 3 dicembre.

lunedì 16 novembre 2015

L'odio che mi sale quando vedo questa milano + "Eccentrici" di Geminello Alvi (Adelphi) + "Cime abissali" di Aleksandr Zinov'ev (Adelphi)

Arrivo di pomeriggio in una Milano in versione turistica perché turisti e movimento e opportunità sono diventati sinonimo delle città dove è preferibile vivere. Il cosmopolitismo d'accatto. L'elemosina per bocche avare di sensibilità che non sia quella dettata dalla dose quotidiana di avarizia emoticon.

Una piazza 24 maggio banale. Prigioniera. Fredda. La sola "cosa" viva sono i pescatori che pescano pesci indistinti dalla Darsena e se li mangiano o li ributtano in acqua. Vivi. Esseri vivi. Come vivi erano gli animali alieni cucinati da mcdonaldsssss. Molto più vivi di queste colate cemento. Di queste squadracce di vigili urbani con olfatto da cannabis e senza tetto. Di questa freddezza assassina da restauro partorita da una mente tetris. Di questi cittadini che ripuliscono con le lingue a scopa e deretano le fantomatiche rovine. All'insegna del vangelo dell'accoglienza a colpi di happy hour e feste di piazza e giorni della cultura e cibo bio. Una Milano che piace perché é friendly. Perché  è  europea ma italiana ma mondialista ma mediterranea ma casalinga ma gotica ma materna ma glocal ma paterna ma vaffanculo... Perché vale mille scatti e mille sbarrate e mille seghe e mille scopate e mille masturbazioni anticonformiste e mille manifestazioni di sostegno a questa o quell'altra ragione. Perché è una classica copertina da master plan di palazzo questa città. E oh che belle le mostre, le fondazioni culturali, la nebbia genuina, le lapidi dei partigiani e un sacco di altra merda da collezione. E oh che intense le effusioni per i vari Sala, Pisapia e compagnia bella. Pastiglie di valium. Clisteri da applicare a deretani e bocche e orecchie e nasi.

Cazzo che rabbia mi sale a vedere interi quartieri ed esperienze di vita spazzati via all'insegna della normalizzazione....lasciamo stare...............................
Non potete capirlo se non l'avete vissuto sulla vostra pelle.

Devo bere e tanto per non spaccare la faccia al primo che incontro per strada quando mi sale questa rabbia.
Questo odio.
Questa vita che mi si sta sfilando fra le mani.

Per fortuna che ci sono i libri che mi tranquillizzano.

Non sempre.
Fino a quando non so.



(qui)



(qui)

Due brevissime righe su "Solo il mimo canta al limitare del bosco" di Walter Tevis (Minimum Fax)



" È così che il mondo finisce
è così che il mondo finisce
è così che il mondo finisce
non con uno schianto ma con un gemito"

"Solo il mimo canta al limitare del bosco" di Walter Tevis (Minimum Fax, traduzione di Roberta Rambelli) è un grandissimo libro (come anche "L'uomo che cadde sulla terra", "Lo spaccone" , "La regina degli scacchi") che sulla scia di capolavori come quelli di Orwell, Zamyatin e Huxley raccontando un futuro possibile racconta di noi, del nostro presente, del nostro futuro e il futuro che emerge dalla narrazione di Tevis è quello di un pianeta dove gli umani sono sull'orlo dell'estinzione e quelli che sopravvivono vivono giorno e notte sotto l'effetto di psicofarmaci e droghe, hanno dimenticato la capacità di leggere, non lavorano, sono impossibilitati a stringere relazioni, coltivano il culto della privacy e dell'individualismo, hanno smesso di procreare e amare. Ogni violazione di queste leggi viene punita con i lavori forzati. Sono esseri umani che si sono affidati completamente ai robot che lentamente hanno preso il loro posto e comandano, ordinano, regolano, in attesa della fine. È un libro commovente, disturbante ma anche di grande speranza e mentre lo leggevo non facevo che pensare ad alcune persone: a mia madre e mio padre che mi hanno comprato una valanga di libri, ad amici come Paolo, Gianfranco, Stefano, Riccardo e alle loro consorti che crescono figli e figlie con coraggio e amore e al Branco che ama T. S. Eliot. 
Leggere aiuta a preservare la libertà.
Individuale e collettiva.


Nota conclusiva: Il titolo originale di questo romanzo è "Mockingbird" e il mockingbird è questo uccello:


e il titolo originale de "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee è: "To Kill a Mockingbird"


e poi ci sono i "Mockingbirds" una canzone di un gruppo purtroppo dimenticato, i Grant Lee Buffalo:




domenica 15 novembre 2015

Contro la paura e l'ignoranza: W il vero Califfo




Contro la paura, l'ignoranza, le religioni, i barbuti censori, i cortigiani dei bombardamenti: lode e gloria all'unico vero Califfo:




venerdì 13 novembre 2015

Due righe su "Dopo la guerra" di Hervé Le Corre (edizioni e/o)



“Dopo la guerra” di Hervé Le Corre (edizioni e/o, traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca), vincitore del Premio Le Point del romanzo noir europeo nel 2014, è un romanzo avvincente, violentissimo, angosciante e insieme commovente. Una sorta di incontro di boxe dove si incontrano eleganza e precisione dei colpi. Ridurlo semplicemente a un romanzo noir sarebbe un errore perché questo romanzo fuoriesce dalle gabbie del genere facendo confluire nella narrazione eventi bellici, introspezione psicologica, ricostruzione d’epoca e molto altro, con forse qualche eccesso di verbosità in alcuni passaggi. La storia è ambientata a Bordeaux sul finire degli anni ’50. Infuria la guerra d’Algeria e le ferite, le tragedie, gli orrori della Seconda Guerra Mondiale  sono state seppellite sotto uno spesso strato di ipocrisia perchè la nuova Francia non ha tempo da perdere con storie di collaborazionisti e miliziani riciclatisi in un batter d’occhio, di partigiani rimasti senza l’agognata rivoluzione, con reduci dei campi di concentramento che al ritorno hanno trovato le case saccheggiate e i delatori che camminano indisturbati per le strade. L’ordine categorico è seppellire, voltare pagina, guardare al futuro, prestare fedeltà a una Repubblica che si sostiene sugli scheletri e su un corpo di polizia corrotto e rimasto in gran parte lo stesso della Francia di Vichy. In questa Bordeaux nera, fredda e piovosa vivono Daniel, un ventenne che ha perso i genitori nei campi di concentramento, è stato adottato da una coppia amica della madre, lavora come meccanico in un garage ed è destinato a partire per combattere in Algeria; il commissario Darlac, un poliziotto corrotto che si è arricchito durante l’occupazione e che gestisce la giustizia con metodi feroci e facendosi aiutare da feccia umana scampata ai partigiani; Jean Delbos, il padre di Daniel, che è sopravvissuto ai campi e che torna, con la mente squassata da fantasmi e orrori, dopo tanti anni, in incognito, a Bordeaux per vendicarsi di Darlac e soprattutto per ricosprirsi padre e uomo vivo. Intorno a questi tre personaggi principali l’autore dipinge una galleria di personaggi apparentemente minori ma decisivi a rendere indimenticabili questo affresco doloroso: Irene, la sorellastra di Daniel e vero suo grande amore; i poliziotti corrotti, gli amici e poi i commilitoni di Daniel; i traffichini, le prostitute, i boss della malavita in fin di vita, gli alcolizzati, le spie; la moglie di Darlac, ancora innamorata dell’ufficiale nazista che frequentava durante l’occupazione; i genitori adottivi di Daniel, simbolo della parte migliore della Francia. Le Corre è bravissimo nell’intrecciare le storie di questi personaggi, le vicende d’amore, i momenti d’azione, restituendo con partecipazione e vigore il dramma di un sopravvissuto all’Olocausto che dentro di sé non ha la forza e le parole per rivivere ma solo un desiderio di vendetta che gli permetta di rendere onore a una storia d’amore, quella con Olga, la madre di Daniel, vissuta veramente solo nei pochi giorni di trasferimento verso il lager ma anche l’ambiguità di un uomo come Darlac, mostruoso nella sua dedizione al male o il dilemma esistenziale di Daniel, un ragazzo che sin da bambino conosce la paura, che vive di cinema e avventure sognate e che in Algeria si scontra con l’orrore vero, con la difficoltà di conciliare ideali e cruda realtà. Le Corre fa sí che la Grande Storia si fonda splendidamente con i personaggi e questa storia di vendetta fino che il romanzo diventa un girone infernale carne squassata e torturata negli interrogatori della polizia/Gestapo/militari francesi, cadaveri abbandonati nel deserto, donne stuprate, crani fatti saltare in aria, corpi divorati dal cancro, anime sconvolta dai fantasmi. “Dopo la guerra” è un romanzo di carnalità genuina, di sentimenti puri che a leggerli fanno un male cane, perché questa violenza, mai gratuita, che vive in questa storia, che sta dentro di noi,  si dirige come un treno carico di corpi stremati verso un orizzonte di dolore per ricercare la pace, la verità, l'amore perduto, il meritato silenzio. 

giovedì 12 novembre 2015

"Electroboy" di Marcel Eisler; le fiere; "Heidegger & Sons" di Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri); "Non tutte le sciagure vengono dal cielo" di Thomas Meyer (Keller Editore)


Ieri sera ho visto un documentario svizzero veramente bello sulla fragilità dell'essere umano: "Electroboy" di Marcel Eisler. Lo potete vedere qui.


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Ieri pomeriggio ho provato a fare un salto alla Fiera di San Martino a Mendrisio. Volevo comprare formaggi locali e qualche altro prodotto tipico ma non appena mi sono scontrato con tutta quella gente che quasi non riuscivo a respirare, le bancarelle, la puzza, le grida, i prezzi altissimi me ne sono andato in fretta. E che squallidi i politici che sfruttano ogni occasione pur di elemosinare voti e consenso.

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Un libro che m'interessa particolarmente. Informazioni qui.



Libro molto divertente di cui scriverò. Informazioni qui.

martedì 10 novembre 2015

Aforismi (da "Pensieri antimoderni" di Nicolás Gomez Davila)

Come sono stanco di stare ad ascoltare per troppe ore ordini assurdi.
Di sopportare stronzi, maleducati, indisponenti, sessisti, violenti, arroganti, nullafacenti, meschini, vili, servi.




Alcuni aforismi di Nicolas Gomez Davila che sarebbero piaciuti particolarmente a mia madre:

"Progressisti atei e progressisti cattolici hanno rinunciato, gli uni, alla blasfemia, gli altri alla preghiera: per comunicarsi, gli uni con altri, nel medesimo culto delle fogne suburbane."

"La tragedia del marxista sconfitto degenera in un infortunio patetico, perché il marxismo ignora la categoria del tragico. Che lo fucilino correligionari o nemici, il marxista pare sempre stranito."       

"Per ridurre l'uomo in schiavitù non c'è pretesto migliore de "la dignità dell'uomo".

"La democrazia tollera due soli partiti: il portavoce delle idee stupide e il protettore delle brame sordide."

"Le concessioni sono i gradini del patibolo."         




        

lunedì 9 novembre 2015

"Moby Dick" nella nuova traduzione di Ottavio Fatica; "Dopo la guerra" di Hervé Le Corre (edizioni e/o); "Dalle rovine" di Luciano Funetta (Tunué), Ema


Moby Dick è uno dei romanzi più importanti della vita ed è bello sapere che esce in una nuova traduzione di Ottavio Fatica. Era ora. Maggiori informazioni qui.

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Ne scriverò. Informazioni qui.



Molto curioso di leggerlo. Informazioni qui.



"Past Life Martyred Saints" di Ema è uno dei dischi che ascolto spesso di notte quando torno a piedi dal lavoro. Oggi ultimo sforzo di 9 ore e passa e poi a casa due giorni o tre. Speriamo perché sono molto stanco. E ho questo frastuono in testa che mi fa star male.

sabato 7 novembre 2015

Briciole e "A morte con la paura dell'islam!", un omaggio/dedica a Charb

- Stendo un velo pietoso/merdoso sulla calata bolognese leghista/forzitaliota/&co e su gran parte di quelli che gli si opporranno.

- Ci mancava pure un nuovo partito di sinistra. Questi presunti dissidenti riferendosi a Renzi hanno parlato di Happy Days senza nemmeno accorgersi di quanto loro sembrino un incrocio fra le telenovele mediaset e robe tipo Beverly Hills 90210 o altre cagate simili. Come si possa dar credito a gente del genere io proprio continuo a non capirlo.

(Nota a margine su queste misere vicende e perdonatemi per la volgarità ma: meglio la diarrea che Sel)

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Un estratto da “Il vicolo cieco dell’economia. Sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo” di Jean-Claude Michéa (elèuthera, traduzione dal francese di Guido Lagomarsino):

"Il futuro degli esseri umani è comunque nelle loro mani, perché, per quanto ne so, nessun dio, nemmeno l’onnipotente internet, è in grado di governare il corso della storia. Se allora non vogliamo che la “causa dell’umanità” (Engels) diventi una causa persa, è necessario che chi la sostiene prenda finalmente atto, e con la massima urgenza (visto che il tempo, diventato il tempo dell’economia, lavora contro gli uomini e l’ambiente), che la critica radicale della rappresentazione economica del mondo, derivata dall’Illuminismo, è diventata un compito politico fondamentale, senza il quale tutte le altre lotte parziali a favore di una società giusta sono perdute in partenza. Solo al costo di una decolonizzazione del nostro immaginario, come dice Serge Latouche, con tutti i ripensamenti che questo comporta, sarà nuovamente possibile resistere effettivamente ai vari padroni del mondo, di “destra” o di “sinistra” che siano, ogni volta che cercano di convincere i popoli che tutte le modernizzazioni loro imposte rappresentano per principio meravigliosi passi in avanti verso la Terra Promessa, e che metterle in discussione deve essere considerato a priori criminale o insensato. Una rivoluzione culturale del genere, se dobbiamo darle un nome, impone ovviamente che si riattivi tutto ciò che c’è stato di eccellente o, semplicemente, di ragionevole a partire dal XIX secolo nelle molteplici critiche socialiste, anarchiche e populiste della modernità, critiche oggi sepolte sotto vent’anni di fandonie mediatiche e politiche. Essa impone soprattutto di basarsi, in quest’opera che è insieme morale e intellettuale, su tutti i tesori di common decency (Orwell) che continuano ad animare l’esistenza delle persone normali, della “gente da poco”, come la chiama il sociologo Pierre Sansot, per le quali una vita compiuta non si misura dalla quantità di potere che si riesce ad accumulare sui propri simili. L’impegno a mantenere e a generalizzare quella common decency costituirebbe, secondo Orwell, una delle principali risorse di cui dispone il popolo basso (come lo chiamava Jack London) per avere un giorno la possibilità di abolire i privilegi di classe (un termine che si crederebbe d’altri tempi, mentre ciò che definisce non è mai stato cosí reale com’è oggi) e di costruire una società di individui liberi e uguali che si fondi per quanto possibile sul dono, sull’aiuto reciproco e sul senso civico. Una lettura che mi sembra sempre pertinente. Miguel Amoros non ha certo torto a ricordarci che la modernità capitalista “produce insieme l’insopportabile e gli uomini capaci di sopportarlo”. Ma è plausibile pensare che ci troveremo ancora per molto tempo nelle condizioni storiche descritte dal giovane Marx, quando affermava che “l’umanità possiede il sogno di una cosa e le manca solo la coscienza di questa cosa per possederla realmente”. E se si arriva a ipotizzare che la lottam dei popoli e degli individui per istituire una società libera, ugualitaria e decente (Orwell) possa riuscire da un lato a individuare i propri obiettivi e dall’altro a riappropriarsi dei fondamenti etici originali (la “collera generosa” di cui ci parla Orwell, per distinguerla da tutte le espressioni di risentimento e dalle passioni tristi cosí diffuse nel mondo dei militanti), si può allora ipotizzare che anche la grande muraglia dell’economia trionfante, che cinge ogni giorno di più la vita e la libertà delle persone, possa finire per crollare di colpo, proprio come un volgare muro di Berlino, diventando a sua volta oggetto di stupore e di disprezzo per chi vivrà dopo di noi.” (pp. 36-38)


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Se volete farvi un’idea sul mio posto di lavoro leggete il pezzo di Charb intitolato “A morte le multisale!” contenuto in questo libro ma io vi trascrivo quest’ultimo pezzo, oggi il mio post è lungo:

"A morte la paura dell’islam!"

“Non sono niente, ma fanno paura. Sono una manciata, ma li si vede dappertutto. L’islam, in Francia, è lui: l’uomo dalla barba irsuta vestito da tubetto del dentifricio. Quanti ce ne sono di questi spaventapasseri pronti a roteare occhi da pazzo non appena vedono una telecamera? Cento? Duecento? In Francia ci sono molte più telecamere che musulmani estremisti. Ci sono anche più canali Tv che tarati dalla barba lunga che nella lingua del Profeta sputacchiano che bisogna sgozzare gli ebrei. È proprio quello che dicevano l’altro giorno al Trocadero. Ma fanno paura, e lo sanno. La nostra paura è la loro ragione di vita. La nostra paura è la loro vera religione. La nostra paura li nutre. Bevono il nostro sudore freddo come i vampiri bevono il sangue delle loro vittime. La nostra paura è complice di questi bastardi. La vecchina che porta fuori il cane ha paura che l’orco islamico sgozzi Kiki. Bisogna dire che kiki ha una permanente che sembra un montone. Non è Parkinson quello che fa tremare la nonnina, è paura. E la soubrette dello show business di cultura musulmana (sí, proprio tu) che nascosta dietro le quinte racconta di aver paura di dire che è atea è peggio di un estremista religioso. Ha un’audience che è mille volte il suo, ma si fa prendere dalla tremarella. E perché? Per paura di essere sceltra come bersaglio dai Babbi Natale dell’Apocalisse? Se tutte le stronzette lagnose uscissero allo ascoperto per dichiarare il loro ateismo, o quantomeno la loro laicità, si renderebbero conto che il rapporto di forza è a loro favore. I credenti pregano invano il Signore da millenni perché dia loro un cervello, mentre sarebbe sufficiente che gli atei pronunciassero la formula “sono ateo e tu mi fai una pippa” per far sparire l’islam della morte dalla faccia della Terra. Magia! Provate! È stato trovato un altro parolone per fare paura: “salafita”. L’espressione “estremista religioso” ormai era troppo consueta, non spaventava più a sufficienza. Ma “salafita”, questa sí che fa paura! Suona come una cosa a metà tra una malattia incurabile e una inconffessabile pratica sessuale. Sembra quasi che oggi in Francia sia sufficiente alzare un sasso per veder brulicare un nido di salafiti. Ad alcuni piace sentirsi esistere nello sguardo terrorizzato dei borghesi francesi di Francia, e per questo si travestono da salafiti. Non vanno alla moschea, non pregano, non credono e trincano niente male, ma si vestono in mdo da garantirsi spazio sul marciapiede. Vero! Alcuni si vestivano da punk negli ’80 per ottenere lo stesso risultato. Nell’intimità della camera, ascoltavano Claude Francois come tutti...Una volta scremati i finti credenti, resta solo una manciata di veri pazzi. I veri pazzi possono essere pericolosi, ma da questi bisogna ancora togliere gli incapaci, i buoni a nulla, gli sbruffoni, i piscia sotto e i casinari. Se i sorci che restano prendono d’assalto l’elefantiaca Repubblica e quest’ultima fugge chiamando la mamma, avremo perso. La laicità ha il culo abbastanza grosso per sedersi su questi parassiti e sterminarli. La paura dà importanza a questi patetici squadristi, il ridicolo, contrariamente a quanto recita l’adagio, li uccide. Credo che converrete con me, bisogna prendere a schiaffi con sufficiente forza tutti coloro che hanno paura dell’ombra della barba di un salafita in modo da svegliarti dall’incubo. Amen.” (pp. 129-131)

Riassunto della giornata

- che dolore arrivare dopo 12 ore di lavoro e sentirmi talmente vuoto e stanco da non riuscire nemmeno a leggere due righe con la sufficiente concentrazione. il corpo instabile. lo stomaco a pezzi. l'intestino peggio. la compagnia di quattro birre ghiacciate .

- la mia ragazza che dorme quando torno dal lavoro è la sola immagine di bellezza che conservo delle mie giornate. il volto sereno e disteso in una posa irreale, i capelli che sembrano rami sciolti sul cuscino. fucili caricati a parole. le mani a stringere cattive la coperta. i polsi, le dita, i piedi di un candido pallore. l'amore che nel silenzio mi spoglia della sporcizia che mi sta facendo marcire.  

- Nessuno fece nulla:



- i volti stupidi delle madri, lo sguardo ebete dei figli, la maleducazione dei proletari che si sposa all'indifferenza molesta delle classi agiate, l'ingozzamento di zuccheri/grassi/petrolio come in un latrina/porcile, i padri con le guance gonfie e la noia nella pancia, le coppie fidelizzate all'uscita obbligata, lo 007 come dose per generazioni nate morte, la sporcizia che si accumula sul fondo soldo dopo soldo: il riassunto delle mie giornate di lavoro.

- sullo sciopero dei lavoratori dei supermercati, mi permetto di dire che le parole d'ordine dei lavoratori dovrebbero essere per esempio: No alle aperture 7 giorni su 7,  no alle chiusure dopo le 1900, no al lavoro nei giorni festivi, no alle aperture straordinarie, eccetera, eccetera. imparate a mangiare il pane secco, gli avanzi, imparate a non avere tutto sotto mano. a me sembra proprio la base. le rivendicazioni salariali se non sposate a un ripensamento totale che porti alla completa distruzione della grande distribuzione non servono a un cazzo. sono solo il metadone. ma davvero vi piace entrare in posti come coop, conad, migros, iperal, manor, esselunga, iper, bennet, cari, denner, eccetera?

- mia madre mi chiese: tu lo sai cosa vuol dire morire Andrea?




giovedì 5 novembre 2015

Mia madre, il cancro e "Verso il sole" di Michael Cimino



Mia madre visse i suoi mesi di malattia dividendosi fra letti d'ospedale e il divano di casa. Il divano aveva subito delle modifiche affinché mia madre fosse il più possibile comoda. Un amico di mio padre aveva fornito un parallelepipedo di gommapiuma, da un altro mia madre aveva opportunamente fatto rifare due cuscini. C'erano poi due coperte in lana sotto le quali scompariva lasciando libero solo il viso. Stesa su quel divano mia madre vide una valanga di film e serie televisive. Per la preoccupazione e il dolore dormiva pochissimo e mi capitò spesso di trovare lei sveglia davanti a repliche notturne con mio padre che sulla poltrona accanto russava a bocca aperta. Se penso a come mia madre affrontò la malattia, che fin da subito fu chiaro che non le avrebbe lasciato scampo, mi viene in mente un film poco conosciuto di Michael Cimino: "Verso il sole" che racconta di un giovane malato di un cancro terminale che cerca di raggiungere le montagne sacre. È una pellicola di grande intensità e piena di speranza, al di là dell'esito della malattia. . Penso a questo film perché mia madre affrontò il tumore, le operazioni, la chemioterapia, i dottori, i parenti con lo stesso piglio d'irredimibile libertà di cui è dotato il protagonista, a costo di essere ritenuta una folle o una sprovveduta. Mia madre adorava questo film e pianse la prima volta che lo vide. Se c'è qualcosa che mi manca di lei è proprio vedere i film insieme. Uno accanto all'altra  seduti sul divano. Insieme a lei avrò visto non so quante volte "Sentieri Selvaggi". Dall'inizio alla fine. 
Da quando è morta io non mi sono mai più seduto su quel divano. 
Per me potrebbero anche portarlo in discarica.
Faccio anche fatica a guardarlo tanto dolore mi trasmette.

YOKO MIURA (Tokyo, JP) + VJ-HELLSTONE (Helsinki, FIN) ┇ INVISIBLE°SHOW ┇ BERGAMO ┇ DOMENICA 8 NOVEMBRE ┇ h. 21.30


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info e prenotazioni - invisibleshow@yahoo.it 
349 88 30 539 | 349 16 80 619


YOKO MIURA (Tokyo, Giappone) w/VJ-HELLSTONE (Helsinki, Finlandia)

Pianista, compositrice e improvvisatrice giapponese, Yoko Miura studia pianoforte classico dai 5 ai 18 anni, per poi avvicinarsi progressivamente al jazz. Ha suonato con musicisti, artisti e performer come Kanji Nakao, Ryouichi Saito, Emmanuel Rébus, John Russel, Heike Fidler e molti altri. Si è esibita in diversi festival internazionali di musica contemporanea, jazz e d’improvvisazione, realizzando tra gli altri due dischi per Setola di Maiale, storica label indipendente fondata e curata dal percussionista Stefano Giust. In occasione di questo tour italiano, la performance musicale di Yoko sarà accompagnata dal vj-set del videoartista finlandese Hannu Hellsten a.k.a. Vj-Hellstone.

Yoko: http://yokomiura.main.jp/

Hannu: https://vimeo.com/vjhellstone

Yoko + Hannu: https://vimeo.com/128248278


In collaborazione con:
CTRL magazine
Fondazione Donizetti

mercoledì 4 novembre 2015

x una persona



Di Michel, PPP, assurde dipendenze, Fleury Jaeggy, Il pensiero centrico, Filini al potere

Seppur fra alti e bassi è sempre un'emozione leggere Michel. Qualche poesia tratta da "Configurazioni dell'ultima riva" (Bompiani, traduzione di Alba Donati e Fausta Garavini):

(momento di  cosmologia)

Quando la notte si frastaglia in uccelli lenti
E i giorni non offrono più nessuna alternativa
Bisogna smetterla di vivere, senza ritardi e senza lamenti
Il nulla ci propone una pace relativa

A meno d'immaginare che potremo rivivere
Rivivere senza coscienza, che i nostri atomi tonti
Come palline del lotto ripetitivi e tondi
Andranno a ricombinarsi come pagine di un libro

Scritto da una carogna
E letto da dei cretini.


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Esistere, percepire

Esistere, percepire,
Essere una specie di residuo percettivo (diciamo così)
Nella sala d'imbarco del Terminal Roissy 2D,
Aspettando il volo destinazione Alicante
Dove la mia vita continuerà
Per qualche anno ancora
In compagnia del mio cagnolino
E delle gioie (sempre più brevi)
E dell'aumento regolare delle sofferenze
In questi anni che precedono immediatamente la morte.


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L'universo ha la forma di un semicerchio
Che si sposta regolarmente 
In direzione del vuoto.

(Le rocce non vengono più insultate
Dalla lenta invasione delle piante.)

Sotto un cielo di valore "uniforme",
Nell'equidistanza perfetta della notte,
Tutto s'immobilizza.

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Non mi piacciono i libri di Pasolini, ho provato a leggerli e rileggerli ma non mi hanno mai trasmesso nulla. Stessa storia per i suoi film. Mio padre mi ha rovinato la testa a furia di "Guarda questo o guarda quest'altro" ma tutte le volte, dopo dieci-venti minuti, avrei davvero preferito essere altrove e fortuna che sono capace di spegnere il cervello e assentarmi altrimenti avrei distrutto il televisore. Sinceramente non ne posso più di ritrovarmelo ovunque in questi giorni (e non solo). Ma...


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Ieri sono entrato in un'edicola italiana e mi son detto: "Vabbè riproviamo a prendere Il Manifesto" (potrei creare una rubrica e intitolarla "Io e Il Manifesto" del genere "Io e l'ultima birra") e poi l'ho aperto quasi 7 ore dopo appena tornato in Svizzera. Mi sono seduto sulla tazza del cesso e ho cominciato a sfogliarlo. Mi sono bastati 15 minuti (seduto sul water ho letto anche libri interi) perché mi salisse dentro la voglia di uscire e comprare una cassetta da otto di birra per digerire quanto avevo letto. Ovviamente l'ho buttato. L'articolo di Asor Rosa era insopportabile. Solo una puntualizzazione: Marino è un potere forte.

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(informazioni qui)


(qui)




(un album che adoro)

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Un articolo di Filippo Facci: "Filini al potere"

lunedì 2 novembre 2015

Due brevi righe su "Beautiful You" di Chuck Palahniuk (Mondadori)




Riflessione sul potere. Sulla mania dell'acquisto. Sul controllo sociale. Sulla mancanza d'amore. Sul sesso ridotto a oggetto industriale. Sul falso femminismo. Sul sesso come religione. Sul dominio dei maschi. Sul possibile dominio femminile. Sulle dipendenze. Sul bisogno di nuovi desideri. Sul bisogno costante di appagamento. Sulla ricerca scientifica. Sulla mancanza di parole. 
"Beautiful You" di Chuck Palahniuk (Mondadori, traduzione di Gianni Pannofino) non è un capolavoro (...alcuni passaggi sono di una sciatteria incredibile...) ma si legge che è un piacere. 

(E che tristezza ascoltare per strada o in rete taluni discorsi su dildo, case chiuse, porno di sinistra...lasciamo stare...)

"Quel che accadeva in quella camera da letto ricordava a Penny certe foto seppiate del laboratorio di Thomas Edison a Menlo Park o dell'officina di Thomas Edison a Menlo Park o dell'officina di Henry Ford. Da parte sua, Penny si sentiva più assistente di laboratorio che fidanzata. Come un Watson, un Igor. O come un cane di Pavlov. Mentre Max continuava a trafficare, trascinandola a sempre nuove convulsioni e raptus di voluttà, Penny, nonostante il cattivo umore, nonostante il distacco e il risentimento crescenti, si aspettava quasi che lui a un certo punto esclamasse: "Eureka!". Maxwell si dedicava al suo compito, concentrato come un orologiaio svizzero o un neurochirurgo. Spesso chiedeva al suo cameriere o al suo maggiordomo di avvicinare al letto un vassoio di strumenti sterili, in modo da permettergli di non distogliere l'attenzione dalla procedura in corso. "Calibri!" berciava, tendendo una mano, e il cameriere/aiutante gli sbatteva sul palmo lo strumento richiesto. "Asciugami!" ordinava Max, e il servitore, con un fazzoletto di carta ripiegato, gli tamponava la fronte per tergerla dal sudore. A volte Max si chinava tra le ginocchia di Penny con una torcia elettrica tra i denti, una lente da gioielliere all'occhio e si dava da fare, la faccia inespressiva tanto era concentrato. "Ho scelto te" le spiegava, "perché non avevi mai provato un orgasmo. Un uomo lo capisce. Tu sei addormentata, e nessuno ti ha ancora risvegliato. Sei l'esemplare perfetto del tipo di donna che io sto cercando di aiutare." (pp. 72-73)

domenica 1 novembre 2015

Giorgio Orelli - "Tutte le poesie" (Mondadori)


Cercatelo, leggetelo, rileggetelo. Giorgio Orelli. Un poeta. Della terra che mi ospita. E dove lavoro. Informazioni qui.

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Sono quasi 96 ore che non dormo.


Mi verrà un infarto prima o poi.
Ma va bene così.
Ma l'ultima notte è stata davvero una delle peggiori della mia vita.