giovedì 30 luglio 2015

Birds of Passage; Edward Abbey; Jacques Ellul; Jerry Mander; Sergej Esenin


"Quiet now, oh listen now
I hear its thrill in every bone
Ghostly face, painted lips
Divine kiss

Life was never crazier
And I was never lovelier
And highwaymen in midnight masks
Would whisk me away

Sweep, sweep me off my feet
Carefree in that dress
Waiting in the silence
I would be your moonlight Bess

Quiet love, oh listen love
I feel its thrill in every bone
Wait between the shadows for
A pair of pretty eyes

Life was so much crazier 
And I was so much lovelier
And highwaymen in midnight masks
Whisked me away

Sweep, sweep me off my feet
Take me to your hidden 
Hollow on the hill
Make me your highway girl

Highwayman, I'm riding nigh 
Midst midnight's trees and devil's sky
Watch between the shadows for
A pair of desperate eyes

Sweep, sweep me off my feet
Take me to your hidden
Hollow on the hill
Capture me your highway girl."


..............




"C'era una volta un continente coperto da una meravigliosa e incontaminata terra selvaggia, dove alberi giganti torreggiavano sui lussureggianti pendii delle montagne e i fiumi scorrevano rapidi e liberi attraverso i deserti, dove i rapaci volavano alti e i castori erano intenti nelle loro occupazioni, e la gente viveva in armonia con la natura selvatica, procurandosi giorno per giorno ciò di cui abbisognava, servendosi solamente di pietre, ossa e legna, muovendosi gentilmente per la Terra. Poi giunsero gli esploratori, i conquistatori, i missionari, i soldati, i mercanti e gli immigrati con le loro tecnologie avanzate, i cannoni e il governo. La vita selvaggia che era esistita per millenni cominciò a morire, uccisa dal morbo portato dalle versioni aliene di progresso, dalle arroganti visioni sul destinato rivelato e dalla sfrenata scienza utilitaristica. In appena 500 anni, quasi tutti gli alberi giganti sono stati tagliati e i fiumi contaminati dai veleni chimici; l'aquila volge verso l'estinzione e il lavoro del castoro è stato soppiantato dal Corpo d'Armata degli Ingegneri. E come se la passa la gente? Ciò che ognuno fa dipende strettamente da come se la passa economicamente, emozionalmente e fisicamente in questo competitivo mondo tecnologico, e il livello di privilegio di ognuno è dato dal sistema. Ma per quelli che provano un profondo legame, un amore e un ardente desiderio per la terra selvaggia di un tempo, per quei milioni di persone povere ed oppresse che stanno ammassate nelle città, e sono incapaci di identificare un chiaro bersaglio per la loro rabbia dato che il sistema appare virtualmente onnipotente, tutte queste persone non se la passano bene. Tutto attorno a noi, come risultato dell'avidità umana e della mancanza di rispetto per la vita, è sofferenza. La natura selvaggia e le creature della Madre Terra stanno soffrendo. Questi esseri sono le vittime della Società industriale. Recidendo questo cordone ombelicale insanguinato, ecco ciò che si prova: la delirante eccitazione dell'indipendenza, una rinascita a ritroso nel tempo e nella libertà primigenia, una libertà nel più semplice, letterale e primitivo senso della parola, l'unico che realmente conti. La libertà, per esempio, di commettere un delitto e non pagarne lo scotto, senza alcun altro peso se non quello di una vivace coscienza. Mio Dio! Sto pensando a quanta incredibile merda tolleriamo con pazienza nel corso della maggior parte della nostra vita: la routine domestica, i lavori stupidi, senza senso e degradanti, l'insopportabile arroganza dei funzionari eletti, l'abile truffa e la viscida pubblicità degli uomini d'affari, le tediose guerre in cui uccidiamo dei nostri compagni invece dei nostri nemici che stanno al governo nella capitale, le luride, malate e orrende città e paesi dove viviamo, la costante tirannia delle lavatrici automatiche, delle automobili, degli apparecchi TV e dei telefoni! Ah Cristo! In quale intollerabile spazzatura e in quale gioco dei dadi senza scopo ci seppelliamo giorno dopo giorno, mentre nello stesso tempo sopportiamo pazientemente lo strisciante strangolamento del lindo collare bianco della ricca ma modesta carrozza-garrotta. Tali sono i miei pensieri - anche se tu non li definiresti così, non è vero? - tali sono i miei sentimenti, un miscuglio di disgusto e di gioia; come se si galleggiasse lungo un fiume, lasciandosi alle spalle per un momento tutto ciò che più cordialmente e gioiosamente si detesta. Ecco ciò che il primo assaggio di selvaggio provoca nell'uomo, dopo che é stato per lungo tempo rinchiuso nella città. Non c'è da meravigliarsi che le autorità siano così ansiose di soffocare la terra selvaggia sotto l'asfalto o le riserve. Loro sanno ciò che fanno. Vanno sul sicuro. Si muovono solo in senso orario e ci lasciano anche divertire."

(Edward Abbey, Desert Solitaire, 1968)

E insieme anche questi altri due libri:






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Tengo nel cuore Esenin. 
Mi divora da dentro. 

"Arrivederci, amico mio, arrivederci"


Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
Un futuro incontro promette.

Arrivederci, amico mio,
senza strette di mano, senza parole,
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo,
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.


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(Vado in biblioteca sfoglio Il Manifesto e leggo della solita chiamata a raccolta per ricostruire la sinistra. Che tristezza. Che schifo. Devono trovarlo divertente parlarsi sempre addosso in quel modo. Andassero a fanculo. E che dire delle diatribe a destra per un candidato alla regione Sicilia? I giornali fanno sempre più schifo. Mi tengo alla larga. Lancio sassi nel lago e vengo redarguito da uno stronzo ventenne. Non c'era nessuno. Niente di niente. Meglio andarsene. Cercare un bar. Ordinare una birra. Farsela offrire da una russa volgarissima e starci a parlare del lavoro, del tempo, dei turisti arabi, di come secondo lei dovrei fare soldi. Tutto più onesto. Diretto. L'unica persona, tranne la mia ragazza, con la quale sia valsa la pena parlare in questi giorni.)


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"So make me a dreamer
As I used to be
Singing my mind
To the future beside me
Filling my lungs
With the hope of a maiden
Now may i forget you
And your ghost never find me

Come over to my place
And I'll look right through you
I know the secrets
And the the eyes that have changed you
You poured the poison
In the cup of my trust
I drank to our health
And you destroyed us
You destroyed us

Filling your lungs
With the blood of a maiden
Oh may I forget you
And the monster inside you 
The monster inside you"

mercoledì 29 luglio 2015

"Amo la vita" di Loorie Moore (Bompiani); "Per Life Saver"; lo schifo dei pensionati & co. che fanno i volontari



Lorrie Moore è una scrittrice straordinaria. Ci sono alcuni suoi racconti che mentre li stavo leggendo avevo già voglia di rileggerli. In "Amo la vita" (Bompiani, traduzione di Carlo Prosperi) uscito negli Usa nel 1990 ho trovato una valanga di emozioni, consigli letterari, sferzate, fitte di dolore, malinconia, inquietudine che mi hanno fatto stare bene. 

Il racconto "Vissi d'arte" finisce così:

"Vuoi compare, amico?" sibilò un tizio che pisciava sul marciapiede. "C'ho fiche, c'ho cazzi, c'ho crack."
Hrry si diresse verso il cassiere nel bugigattolo all'ingresso. Fece scivolare un dollaro sotto il vetro e ricevette in cambio quattro gettoni. "Cosa ci faccio?" chiese guardandoli, ma il cassiere non lo aveva nemmeno sentito. Dietro di lui arrivarono marinai, acquistarono quattro dollari di gettoni ed entrarono, il volto sorridente.
 Harry li seguì. L'interno era illuminato, le scarpe sembravano quelle di una discoteca, e lungo le pareti erano sistemate cabine in siete con la porta di legno. Superatene tre, si infilò incespicando nella quarta. Chiuse la porta, si sedette sulla panca e, preso un profondo respiro, iniziò a piangere, di disperazione, per Breckie e per Dio e per questa vita che sembrava sempre parallela alla sua, che non la intersecava mai, la sponda opposta di un fiume che più continuavi a nuotare e più non riuscivi a raggiungere. Guardò i gettoni nel palmo della mano. Con l'umido della cabina lasciavano strisce bluastre, se non venivano usati si scioglievano. Cincischiò, ne infilò uno nella fessura e al di là del vetro si alzò uno schermo nero. Illuminata e danzante, comparve davanti a lui delle Ragazze a 25 cent, nuda, sulla trentina, capelli ramati e carnagione pallida: sembrava uscita da un reportage del National Geographic sull'Irlanda. Si dimenava sonnolenta e abulica al ritmo della musica di sottofondo. Ma a Harry che la osservava sembrò che alzasse gli occhi, lo individuasse, si dirigesse verso la sua finestrella, lenta, sorridente, fino a premere il seno contro il vetro. Il suo vetro, Harry gemette, appoggiò la bocca contra la rosa fredda del capezzolo, contro il vetro duro e sudicio, sentendo che in questa wonderful town, in questa città meravigliosa, col tempo, le sue fatiche e le sue pene avrebbero potuto riscaldarla, per davvero, come qualcosa di reale." (pp. 60-61)

E subito dopo c'è l'attacco micidiale di "Gioia"...ma lasciamo perdere.




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Che schifo che mi fanno i pensionati & co. che fanno i volontari per le città, l'Expo, che puliscono le strade, che fanno le guide, che si prestano a ogni genere di attività gratuita. 
Mi fanno salire il vomito e vorrei prenderli a calci in culo.
Molto meglio i vecchietti & co. che si sfondano di calici di vino rosso e sigarette senza fare un cazzo tutto il giorno, seduti  nei bar, sul lungolago, nei circoli a sproloquiare di un cazzo di niente.
Non ho nessuna stima per i volontari al servizio dello stato.
Non me ne frega un cazzo se qualcuno si offenderà (mio padre è uno di questi) ma questo è quello che penso di loro.

...

Intanto per qualche tempo sono a riposo dal lavoro.
Chissà se ricomincerò.
Ma intanto che se ne vadano tutti a fanculo i leccaculo di questo mondo che poi saranno i maestri di vita, i dispensatori di saggezza, i teorici della fatica e dell'accomodamento, le facce di merda con la bocca aperta sull'elemosina, sul contratto, sull'aumento salariale, sulla busta paga da riempire di sborra o umori vaginali.

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S - "Like Gangbusters!"

Bellissimo e molto ironico il nuovo video di S/Jenn Ghetto:



lunedì 27 luglio 2015

Il lavoro, "Crum" di Lee Maynard, Manic Street Preachers, Nicolás Gómez Dávila



Non è facile tenere su l'umore quando quasi metà della giornata la trascorro in un posto di lavoro che prima o poi perderò dialogando con altri colleghi ugualmente preoccupati, nervosi, incazzosi, depressi, rassegnati.
Tutto questo sommato al mio umore che già di suo non brilla per luminosità. 
Per fortuna ho finito di pagare il dentista. 
Cerco di mantenere la schiena dritta. 
Non sono disposto a tutto per conservare un lavoro. 
Anche se perdere questo lavoro comporterebbe una serie di casini durissimi da superare.

Fra i migliori romanzi che ho letto ultimamente e che hanno come argomento centrale il lavoro, la perdita del lavoro, la disoccupazione e ciò che accade spesso quando non si lavora c'è sicuramente "Crum" di Lee Maynard (Barney, traduzione di Nicola Manuppelli)





Mi consolo con la lettura.

Su L'Intellettuale Dissidente un articolo di Valerio Alberto Menga su Nicolás Gómez Dávila: "Nicolás Gómez Dávila. Il filosofo reazionario che distillò il suo pensiero sotto forma di aforismi. Nell'articolo si parla di "Pensieri antimoderni" edito da Edizioni di AR. Ve lo consiglio, è molto bello.


domenica 26 luglio 2015

Le foto di mio nonno

Mio nonno tornò dalla Seconda Guerra Mondiale (era rimasto nei Balcani dal '39 al maggio '45) con un sacco di foto che documentavano il conflitto, le macerie, i suoi commilitoni, la spiaggia di Durazzo, i convogli militari, i cimiteri e molto altro. Ma ce ne sono due che sono di particolare importanza e che documentano il campo di Kavaja. Le potete vedere qui e qui.

La bella notizia di questi giorni è che queste due foto verranno inserite prossimamente in un poderoso libro curato dal Museo dell'Olocausto di Washington dedicato ai campi di concentramento italiani. 

Quando mi è stato comunicato mi sono venute le lacrime agli occhi.

Mio nonno ne sarebbe stato lieto.

Anche se si sarebbe tenuto tutto dentro e poi sarebbe uscito sul balcone e si sarebbe acceso una sigaretta e poi un'altra e poi si sarebbe versato un bicchiere di bianco e avrebbe guardato verso l'orizzonte.

Quanto mi manca mio nonno.

E quanto vorrei che lui fosse qui ora.

Posso soltanto ringraziarlo.

"Quanto somigli a tuo nonno..." mi ha detto mia madre nei giorni prima di morire.

E lo saluto con un estratto dal racconto "In Vietnam avevano le puttane" di Phil Klay, perché una storia molto simile me la raccontò mio nonno. Prima di partire aveva parlato con un reduce della Prima Guerra amico di famiglia e lui gli raccontò una storia simile. Secondo me mio nonno li avrebbe amati questi racconti:

"Mio padre mi ha parlato del Vietnam solo quando ero in partenza per l'Iraq. Mi ha fatto sedere in salotto, ha tirato fuori una bottiglia di Jim Beam e qualche lattina di Bud e ha cominciato a bere. Mandava giù lunghe sorsate di whisky e piccoli sorsetti di bitta, e tra un sorso e l'altro mi raccontava. L'umidità da sauna in estate, le ulcere ai piedi durante i monsoni, gli M16 inservibili in tutte le stagioni. E poi, quando è stato completamente ubriaco, mi ha parlato delle puttane. Immagino che all'inizio il comando organizzasse gite mensili in città, ma non durò molto perché i soldati facevano troppo casino. Quando le gite si interruppero, i bordelli si spostarono vicino alla base, e i marines sgattaiolavano fuori dalla recinzione di notte oppure invitavano le ragazze come "ospiti locali" durante il giorno. Quelle ragazze, secondo mio padre, venivano trattate più come fidanzatine, e così era meglio. Quando tornò per il suo secondo turno, l'intera operazione era ormai ben collaudata, con un'ampia gamma di servizi, addirittura bordelli separati per marines bianchi e neri. Se una ragazza che lavorava in un bordello per bianchi veniva scoperta con un nero finiva ammazzata, o almeno conciata così male da non poter più lavorare. Mio padre era contrario a queste cose, però succedevano, e lui non riusciva a credere che si potesse trattare così una persona. Poi mi ha raccontato che c'era un locale dove le ragazze ballavano sul palco e poi facevano un giochino per guadagnare qualcosa in più. I clienti mettevano un mucchietto di monete sul banco. Poi le ragazze si accovacciavano sopra le monete e ne raccoglievano il più possibile con la vagina. Era la specialità di quel bar. A questo punto papà era praticamente andato, però non smetteva di darci dentro, di tracannare whisky e bere sorretti di birra. Sembrava vecchissimo, con quelle rughe profonde sulle guance e le macchie grigie sulle mani. 
- C'era questo mio amico, - ha proseguito, e una volta l'amico va in quel bar e beve tutta la notte, senza parlare con nessuno. Poi tira fuori un mucchietto di monete e lo mette sul banco, ci si curva sopra, circondandolo con le braccia per non farsi vedere da nessuno, prende l'accendino e tiene la fiamma sopra le monete finché non sono roventi come ferri da marchio. Poi chiama una ragazza. - Una a caso, - ha detto papà, - al mio amico non importava quale -. Ha bevuto un altro sorso di whisky. - Puzzava di bistecca fritta, - ha aggiunto. Feci una faccia tipo: Gesù, papà. Va bene, Grazie dell'informazione.
Abbiamo smesso di bere dopo non molto. Papà era così ubriaco che non stava più dritto sulla sedia. Prima che lo portassi a letto mi ha farfugliato di stare attento e mi ha dato una piccola croce di metallo, di quelle che si portano al collo. Mi ha detto che lo ha aiutato a superare il Vietnam. Qualche settimana dopo ero già oltremare." (pp. 98-99)

sabato 25 luglio 2015

Piccoli pensieri del sabato: L'Alpe D'Huez; la schifezza della sinistra partitica milanese e non solo, anzi tutta; Robert Brasillach nel mio cuore




- Oggi a L'Alpe d'Huez ha trionfato Thibaut Pinot, un corridore che mi piace molto e che in questo Tour ha deluso molto perché si sperava che potesse combinare qualcosa di meglio. Il ciclismo insieme alla boxe è lo sport che seguo con grande passione e per me il ciclismo, il Tour, L'Alpe sono  mio nonno. Ricordo distintamente che quando nel '90 e nel '91 vinse Gianni Bugno, il mio ciclista preferito e anche di mio nonno, ero a casa dei miei nonni e mio nonno si sollevò dal divano lanciando un grido d'esultanza. Tutte e due le volte mi versò due dita di vino rosso. Me lo ricordo perfettamente perché mio nonno era un uomo allergico a qualsiasi manifestazione esterna dei propri sentimenti. Quando lo faceva si rimaneva stupiti. Aveva un sorriso splendido in quel volto eternamente triste e assorto. Quando nel '93 Bugno crollò sia al Giro che al Tour non si mosse mai dal divano. Poi sarebbe morto.

- Sono in macchina, accendo su Radio Popolare, parlano di primarie milanesi, io ascolto, io cerco di ascoltare ma mi sale subito il vomito per questo mondo fatto di Rifondazione, Sel, civatiani, PD, Majorino, L'Altra Europa in discount e altre stronzate simili come i grillini dietro l'angolo e ogni possibile raggruppamento politico. Sono quelle situazioni in cui mi faccio del male proprio perché sono un autolesionista. Ma quanto mi sento bene a non aver mai riposto la mia fiducia nei partiti.

-




Nel dolore e nella situazione di crisi che sto vivendo trovo conforto nelle poesie di Robert Brasillach, fucilato a Montrouge il 6 febbraio 1945.

Oggi ho particolarmente in testa "Canzone", tratta da "I Poemi di Fresnes" (Edizioni Settimo Sigillo):

"La vita mi sfugge tra le dita
Non è una visione fantastica,
La vita mi sfugge tra le dita,
Sento l'acqua che fugge tra le mie mani.

Potrei fare sul muro
Il conto preciso dei miei giorni,
Potrei rappresentare sul muro
La mia vita disegnandola velocemente.

Tante cose sono racchiuse 
Nel breve giro di due settimane,
Tante cose sono racchiuse,
Le gioie insieme al dolore.

In alcuni giorni brevi e strani
Più ricchi di quelli passati,
In alcuni giorni brevi e strani,
È concentrata tutta una vita.

Come un po' d'acqua presa alla sorgente,
Tutta la vita è là per l'assetato,
Come presa alla sorgente,
Andava però l'onore comunque preservato." ( 25 gennaio 1945)


venerdì 24 luglio 2015

"Fine missione" di Phil Klay (Einaudi)


Scriverò due righe migliori più avanti dei racconti di "Fine missione" di Phil Klay (Einaudi, traduzione della sempre incredibile Silvia Pareschi) perché quando si parla di guerra io non posso fare a meno di pensare al mio nonno materno che combatté durante la Prima Guerra Mondiale e lavorò durante la Seconda Guerra nella Germania nazista vivendone il crollo e al mio nonno paterno che combatté nei Balcani e poi diventò partigiano. Questi racconti son veramente belli.

Un estratto dal racconto "Dopo l'azione":

"Qualcuno ha detto che la guerra è fatta al novantanove per cento di noia pura e all'uno per cento di terrore assoluto. Chi lo ha detto non era nella MP in in Iraq. Sulla strada avevo sempre paura. Forse non provavo un terrore assoluto. Quello lo si prova quando esplodo uno IED. Piuttosto una specie di terrore a bassa intensità che si mescola alla noia. Perciò il cinquanta per cento è noia e il quarantanove per cento  terrore normale, cioè la sensazione generale che potresti morire in ogni istante e che tutti gli abitanti di questo paese vogliono ammazzarti. Poi, naturalmente, c'è l'uno per cento di terrore assoluto, quando il cuore batte a mille, la visuale si restringe, la mani sbiancano e il corpo ronza. Non riesci a pensare. Sei solo un animale che fa quello che è stato addestrato a fare. E poi torni al terrore normale, torni a essere un uomo e torni a pensare." (pag. 36)

mercoledì 22 luglio 2015

Da "Il gabinetto del dottor Kafka" di Francesco Permunian (Nutrimenti)


Per una recensione di questo libro consiglio di leggere quella di Gianfranco Franchi uscita su Lankelot

Mi limito solo a lasciare alcuni estratti:

"Performance di un anziano poeta dialettale in una chiesa sconsacrata di Milano, alle undici del mattino, nell'ambito delle tradizionali "matinée della fede" organizzate dalla curia ambrosiana. Sono rimasto assai deluso, non c'é che dire, ero pieno di aspettative e invece si è trattato di una sceneggiata oltremodo penosa e imbarazzante. Fino a non molto tempo fa quel tizio, il poeta, predicava la rivoluzione comunista; adesso però fa il mistico e si atteggia a francescano con grave sprezzo del ridicolo. E nel frattempo va declamando i suoi versi nelle dimore di campagna dei signori, oppure negli oratori e nelle sacrestie di mezza Italia. A chi dunque prestare fede, mi chiedevo perplesso, mentre sciorinava la solita pappina dialettale: al mistico o al rivoluzionario? A nessuno dei due!, ho concluso, visto che entrambe le maschere coincidevano in lui nell'antica smorfia del letterato narciso e accattone. 

Ma non è che mi sia andata meglio nel pomeriggio, allorché sono finito in un centro sociale a sorbirmi le chiacchiere di un signore logorroico che, molto pomposamente, si autodefiniva scrittore militante e antagonista. E che ci ha voluto propinare a ogni costo alcuni assaggi della sua micidiale minestrina artistica; roba che quando uno l'ha trangugiata, poi si ammala sul serio come avesse preso il vaiolo o la stele petecchiale.
In prima fila sedeva l'intera nomenclatura della vecchia sinistra extraparlamentare milanese, alcuni diventati onorevoli sottosegretari governativi e altri apprezzati manager editoriali: ma tutti, sant'Iddio, con quella spaventosa faccia di bronzo che hanno gli ex comunisti in carriera!
Tra chi cerca Dio in mezzo alle anticaglie del misticismo, come il poeta dialettale, e chi si affanna sulle tracce di un'impossibile gloria letteraria, così io trascorro certi pomeriggi a Milano. Osservando e godendo di simili esibizioni circensi che, in fin dei conti, mi mantengono di buon umore facendomi andare di corpo due volte al dì." (pp. 62-63)

"Il mattino seguente sono ritornato sul Garda facendo un viaggio allucinante in compagnia di Sartre e di Simone de Beauvoir. Per meglio dire, leggendo in treno un libro comprato a Milano in cui erano raccolte le lettere che, per quarant'anni, si erano scambiati il signor Sartre e la signorina Beauvoir, che Iddio li stramaledica! E così ho appreso che fino all'ultimo, anche quando era ormai diventato un ubriacone incontinente, Sartre si era permesso ogni tipo di prepotenza e sopraffazione verso chi non la pensava come lui, un autentico terrorista totalmente sprovvisto di autoironia e di gusto estetico. Sembrava incredibile, ma questo scimmiotto parigino è riuscito nell'impresa - ho pensato per un attimo con sgomento - di guastare il cervello a migliaia di intellettuali in tutto il mondo, specialmente in Italia. "A me quei due compari però non l'hanno mai data a bere!" mi sono detto e ho pronunciato quelle parole a voce alta, in segno di trionfo, facendo sobbalzare dalla sorpresa gli altri viaggiatori che si trovavano nella carrozza ferroviaria. No, neanche per un istante, io ho dato ascolto alle panzane di individui come Sartre e la Beauvoir, di quei due professorini travestiti da rivoluzionari io non ho mai saputo che farmene. "Lei se l'immagina Sartre nudo, denudato cioè delle sue vesti da intellettuale?", ho chiesto perciò a un mio compagno di viaggio, lasciandolo di stucco. Eppure sarebbe bastato osservare quel signore con un po' di attenzione; sarebbe bastato che i nostri intellettuali italiani, anziché bisticciare tra loro sulle pagine dei giornali, avessero scrutato a fondo l'occhio oscenamente sbilenco di Sartre. Dietro a quello sguardo obliquo e sfuggente stava celata infatti tutta l'ambiguità di quel piccolo diavolo occhialuto che, durante l'occupazione tedesca di Parigi, aveva pregato Céline di intercedere presso i nazisti affinché venisse messa in scena la sua pièce "Le mosche". Salvo poi richiedere, a guerra finita, la pena di morte di Céline per il suo passato di collaborazionista. (7)"

(Nota 7) "È là che un giorno, all'inizio degli anni Quaranta, in piena occupazione, ho visto Jean-Paul Sartre venire a chiedere a Louis d'intercedere in suo favore con i tedeschi per poter mettere in scena a Parigi la sua pièce Le mosche. Louis si è rifiutato, gli ha detto di non avere alcun potere con i tedeschi. Era vero, ma Sartre forse non gli ha creduto, se l'è presa e dopo l'ha accusato di aver scritto dei pamphlet al soldo dei tedeschi. L'idea non poteva essere più assurda. Significava non conoscere Louis: non era al soldo di nessuno, intransigente con tutti, incapace di patteggiare con chicchessia, sempre solo contro tutti. La risposa di Céline a "A l'Agité du bocal" sarà sferzante e toglierà a Sartre qualsiasi voglia di replica" (Lucette Destouches, Véronique Robert, "Céline segreto" , a cura di F. Piga, Roma 2012)

(pp. 64-65)


Potrei andare avanti ma mi fermo qui.

Se riuscite, cercate in biblioteca questo bellissimo libro:




Pezzi che ho in testa oggi:










(quest'ultimo per la mia dipendenza dagli alcolici)

martedì 21 luglio 2015

"La ballata di Adam Henry" di Ian McEwan (Einaudi); "Il gabinetto del dottor Kafka" di Francesco Permunian (Nutrimenti)


"La ballata di Adam Henry" di Ian McEwan (Einaudi, traduzione di Susanna Basso) è senza dubbio uno dei migliori romanzi che ho letto in questi ultimi mesi. Mi è rimasto così incollato dentro che non ho smesso di pensarci. Parlarne come di un romanzo su un ragazzo Testimone di Geova malato di leucemia che non vuole curarsi e del tentativo del giudice donna, Fiona, di salvarlo, è decisamente riduttivo. Questo è un romanzo che parla d'amore, di crisi coniugali, di drammi della giustizia, di religione, di medicina, di musica, delle scelte inaspettate che ci bussano alla porta, di poesia. McEwan ha un talento fuori dal comune di indagare i sottili rivoli psicologi degli esseri umani che ti costringe a guardare gli altri in modo diverso e meno superficiale. Da quando ho letto questo romanzo mi è capitato di guardare con occhi diversi il vecchietto quasi cieco appostato in centro tutti i giorni con in mano la sua copia de La Torre di Guardia. Di provare a considerarlo non solo un fanatico che crede in una valanga di cazzate.  Ho cominciato a guardarlo in maniera diversa ma non credo che lui se ne sia accorto. Di sicuro la sua compagna di proselitismo ha un fare così viscido e invadente che mi sale l'intolleranza anche solo quando la intravedo a cento metri di distanza. 





Ne "Il gabinetto del dottor Kafka" di Francesco Permunian (Nutrimenti), a pagina 27, c'è la composizione di un "fenomenale cocktail di sonniferi di mia personale invenzione", eccola:

"Eccone la composizione, a beneficio di tutti gli insonni d'Italia e del mondo: mezza pasticca di Mogadon che, nonostante sia un farmaco di vecchia generazione, fa ancora la sua sporca figura + una pillola intera di Roipnol + venti gocce di Relaxina in un bicchiere d'acqua. Si raccomanda acqua normale, non gasata e neppure troppo fredda; quella del rubinetto è ottima e va benissimo! E altrettanto ottico è l'intruglio che se ne ottiene. Forse, in maniera empirica, sono riuscito a creare un mix efficace tra le sostanze chimiche delle pillole e quelle vegetali (escolzia, valeriana, magnolia) che compongono la Relaxina. Forse è la prima volta che la chimica ufficiale e la sua avversaria storica, la fitoterapia, si sono date la mano per soccorrere un martire dell'insonnia."












lunedì 20 luglio 2015

Le situazioni - Spirit Ditch




Le situazioni di emergenza fanno emergere dalle fogne i leccaculo, gli approfittatori, le spie, i vigliacchi, quelli che, quelli che non, quelli che scusa se, quelli che insomma, quelli che ti avrei, quelli che fino a quel giorno sono in vacanza, quelli che cerco di darti una mano, quelli che non ti preoccuparti ti aiuto, quelli che ti voglio bene, quelli che mi raccomando...

tutta feccia...

tutto un mare di merda...

sono stato fra i boschi oggi, ho camminato sotto il sole, lontano, novecento metri sotto c'era il lago e  poi sono andato ancora, salito ancora molto più in alto  e adesso sto bevendo per cercare di non crollare del tutto...ma fino a quando ce la farò?

ci sono situazioni/azioni che fino a qualche mese riuscivo ancora a sostenere e che invece adesso mi sono impossibili...

mi sento bene quasi solo nei cimiteri, nelle sale d'aspetto degli ospedali, sui lungofiume e soprattutto fra le quattro mura dell'appartamento dove vivo...altrove mi sento morire e sto così male che mi vengono i crampi allo stomaco...che vorrei scomparire dalla vista di tutti quelli che mi circondano...

mi dispiace se sto tradendo le aspettative di qualcuno, se non ce la farò mai a resistere...mi dispiace davvero...ma non me la sento di fare altro, di comportarmi in altro modo...

...qualcuno penserà che io stia esagerando...ma non è così...

...semplicemente sono stanco...molto stanco...

....stringo fra le mani "Confessioni di un teppista"...





domenica 19 luglio 2015

"Junk Love" di Chaemin (Coconino Press); "Etnografia del quotidiano" di Marco Aime (Elèuthera); Nick Drake



Un bel fumetto: "Junk Love" di Chaemin (Coconino Press/Fandango) che vi toccherà dentro se nella vostra vita avete tradito, siete stati traditi e vi sentite quasi sempre alla deriva in questo schifo di mondo.




Un saggio pieno di spunti interessanti, attualmente è esaurito, ma ci sono sempre le biblioteche.




Cosa c'è da aggiungere su Nick Drake? Niente ma il libro di Paola De Angelis uscito per Arcana è molto bello.




Questa la capiscono in pochissimi. Ma in questo disco bellissimo c'è un pezzo strabiliante che è L'avvoltoio.

sabato 18 luglio 2015

Film western dimenticati: "Bad Company" e "The Hunting Party"

Sarà perché stasera ho bevuto troppe birre, ho la luna stortissima, sono nervoso, sarà perché fra un mese probabilmente non avrò più un lavoro e dovrò inventarmi un modo per campare, sarà perché (almeno fino ad oggi) non andrò nella mia adorata Grecia ma quando ho alzato le tapparelle e mi sono trovato davanti, affacciati ai balconi dei palazzo affianco, tutta una serie di vicini ho pensato prima ad imbracciare un fucile e poi a due film western che nessuno mai considera.

Amo il western e non so cosa darei per poter disporre in dvd di tutta una serie di film che quasi mai proiettano in tv: sto parlando di "Cattive compagnie" di Robert Benton, uscito nel 1972 e "Il giorno dei lunghi fucili" di Don Medford del 1971. Se riuscite recuperateli, ne uscirete secondo me felicemente sorpresi.


"La vita breve" di Juan Carlos Onetti (Einaudi)


Un titolo che già ti resta dentro. Poi lo leggi e nulla sarà più come prima. Onetti è uno scrittore incredibile. Scriverne la reputo un'offesa. Leggetelo e basta, "La vita è breve".




Due ore di colonne all'andata e due al ritorno ascoltando Elliott Smith e pensando a P.M. e alla sua famiglia.

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(...L'Unità è un giornale che mi ha sempre fatto schifo ma questa versiona appena resuscitata è veramente carta utile solo per pulirsi il culo...)

venerdì 17 luglio 2015

Michael Cimino e i suoi film; Ben Rivers e "The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers"; un'intervista a Chelsea Wolfe di Michel Faggi



Michael Cimino è uno di quei registi che hanno lasciato un segno nella mia vita. Sarà al prossimo Festival di Locarno, ho letto sul giornale che stasera in tv danno "L'anno del dragone" che è uno degli ultimi film che ho visto insieme a mia madre prima che morisse (le piaceva il film e le piaceva molto Rourke). Ho un gran voglia di rivedere anche "Verso il sole". Di sicuro "Il cacciatore" è un grandissimo film ma sono legato a Cimino principalmente per "Una calibro 20 per lo specialista" e "I cancelli del cielo" e "Verso il sole". 




Ultimamente nelle sale non c'è quasi niente che mi interessa...di sfuggita ho letto che a Locarno partecipa al concorso anche Ben Rivers con "The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers" e spero di poterlo vedere quel giorno o almeno di recuperarlo.




giovedì 16 luglio 2015

"Bark" di Lorrie Moore (Bompiani) + Detour " Del Perche' La Schizofrenia E' Piu' Di Una Malattia E Di Come, Anche Sognando L'Estasi, Si Raggiunga L'Endosorveglianza"


Amo leggere racconti ed è un peccato non trovare molte nuove raccolte di racconti in libreria. "Bark" di Lorrie Moore (Bompiani, traduzione di Alberto Pezzotta) è una di quelle raccolte che quando le hai lette ti viene voglia di rileggerle per riscoprirne sfumature, particolari. Racconti di divorzi, di relazioni fallite, di guerre lontane e così vicine, di figli inafferrabili, di amicizie che naufragano, di donne in bilico. Vi lascio un estratto dal racconto "Scartoffie":

"Qualche mese più tardi, in tribunale, dopo avere scoperto  che il suo matrimonio era una proprietà della contea e che quest'ultima se lo riprendeva come un fast-food in franchising che lei avesse mandato a rotoli, impedendole per ulteriori sei mesi di chiedere un altro fast-food (e dando quindi per scontato che intendesse stare lontana dagli hamburger per un periodo molto più lungo), quando sarebbe venuto il suo turno davanti al giudice togato e robotica e alla stenografa che con i suoi ammiccamenti sembrava avesse il compito di evitare il pianto delle mogli, avrebbe dovuto dichiarare il proprio matrimonio "irreparabilmente spezzato". Quale scribacchino di mezza tacca aveva scritto le leggi sul divorzio? Si sarebbe ritrovata quelle parole in gola, false nella loro perentorietà. Non c'era un rimedio a tutto? In questa epoca usa-e-getta non si trovavano attacatutto miracolosi? Perché dire "irreparabilmente spezzato", come l'ala di un canarino? E non rispondere invece a una domanda  come "Ritiene che la persona cui era sposata, e che ora siede accanto a lei in questa aula, sia un perfetto stronzo?" Sarebbe stato sufficiente, oltre che più preciso. Le parole "irreparabilmente spezzato" ti proiettavano in un tormento senza fine. Le altre no." (pag. 74)

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Se vi interessano i dischi di Detour andate qui che trovate maggiori informazioni sul gruppo e la possibilità di scaricare gratuitamente.


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La tristezza di stare ad ascoltare quelli che si lamentano di Tsipras.
Era già tutto scritto nelle premesse.

martedì 14 luglio 2015

Siamo tutti fatti di molecole - I Hate My Friends

Leggere le recensioni e i pezzi di Massimiliano Parente mi fa pensare a quando ti trovi seduto al bancone di un certo genere di bar, quelli insomma fuori dai giri giusti, dalle stellette internet (anche se ormai ci stanno tutti su internet anche per un bicchiere di vino), dal bio/non bio, a bere qualcosa e a due metri di distanza c'è un uomo o una donna che ti guardano ammiccando o sorridendo in cerca di chiacchiera, compagnia, scopata, litigio, discussione e hanno quel sorriso, quel luccichio negli occhi e magari anche quella bellezza sfrontata che sai già che finirai per cedere e la distanza si accorcerà e così come potrai maledire l'istante in cui ti sei messo a parlare o avrai accettato la birra così come potrai trascorrere una grande serata, un'ora intensissima, potrai aver trovato un amico, un'amica, una fidanzata, una scopata, droga, un lavoro, un passaggio fino a casa, un consiglio, un pugno in faccia, una spalla su cui piangere. 

Era così per dire, comunque l'ultima recensione di Parente che ho letto è di questo romanzo e ce l'ho in mano ma non l'ho ancora cominciato:


e intanto ascolto questo disco dei The Front Bottoms "I Hate My Friends":


e nei bar io sono quello che ha i soldi contati per evitare qualsiasi tipo di chiacchiera anche solo col barista...ma nei bar non ci metto quasi più piede.

Invisible Show all'Ex Carcere di Sant'Agata - Venerdì 17 Luglio - Jiku


INVISIBLE°SHOW ⸗ MARIA JIKU (Kyoto, Giappone) 
+ PIGRO ON SOFA dj-set

VENERDI 17 LUGLIO 2015
21:00 – 23.00

EX CARCERE DI SANT'AGATA 
VICOLO SANT'AGATA, 6
CITTÁ ALTA - BERGAMO

There is so many possibility and paradox beyond the pain and pleasure.
My purpose is not torturing. I want to create just pure energy.
The most important thing is to trust each other and to create a strong spiritual connection.
Maria Jiku


Nata a Kyoto e stabilitasi a Berlino da due anni, la giapponese Maria Jiku è una performer noise e un'artista multimediale, attiva come dominatrice nel circuito BDSM. Avviato nel 2009 il suo progetto solista di power electronics, noto anche come JIKU888, ha dato vita dall'anno successivo al duo noise-psichedelico JIKU55, insieme al chitarrista d'avanguardia Go Tsushima. Dopo aver lavorato per due anni come mistress in un locale di Osaka, ha continuato a investigare il rapporto catartico tra piacere e dolore come concetto artistico e musicale, richiamandosi alla tecnica bondage dello Shibari, l'arte giapponese del legare le persone, e insieme combinando voce, sintetizzatore e frustate in composizioni a base di urla e distorsioni sintetiche, tra industrial e impro-noise. Tra i suoi dischi, il concept album ispirato alla tragedia di Fukushima Level 7, violenta critica all'uso del nucleare. Negli ultimi tre anni si è esibita in oltre 200 live, in Asia e in Europa.
Il lavoro di Jiku si focalizza sull'interazione tra performer, ambiente e pubblico, sul respiro dell’improvvisazione vocale e sull’aspetto spirituale del suono, “guarigione della mente e pianto dell’anima”.





In collaborazione con 

lunedì 13 luglio 2015

Auguri Ivan!


C'è molto, tantissimo che mi lega a Ivan Basso. Prima e dopo la sua storia di doping. I suoi successi e i suoi crolli. Dovrei aprire un discorso lunghissimo ma sto zitto ma ho gli occhi pieni di lacrime.

Auguri Ivan e speriamo bene.

domenica 12 luglio 2015

pensieri della domenica

- fa caldo, fa tutto, si suda, si sta male, c'è il riscaldamento globale, i poli si sciolgono, non si respira, l'erba muore ma io con questo clima non sto poi così male.

- quanto mi fanno pena i fuoriusciti dal pd e tutti quegli altri che vogliono aggregarsi a loro ma anche no e creare qualcosa di altrettanto penoso.

- quale posto migliore della discarica expo per un'assemblea per un partito come il pd? ci potrebbero pensare anche quelli della minoranza, i fuoriusciti, i grillini, i salviniani, gli oppositori, i vendoliani, i fatti quotidiani, i rettiliani, i confindustriali, i manifestiani, eccetera, eccetera. fra assaggini e balletti, fra sculture e  comitive, fra presentazioni e litanie, fra bio e non bio, fra bandierine e musichette, fra senso della paria e valore del lavoro, fra padiglioni e alberi della vita di merda.

- "Clockers" di Spike Lee è un bel film ma il romanzo di Richard Price da cui è stato tratto è ancora meglio. Una tizia mi disse: "Il crack è la roba migliore che ho incontrato nella mia vita".


- meno male che hanno inventato il Tour de France.

- oggi, ma non solo oggi, ho in testa questa canzone...tié E.


sabato 11 luglio 2015

L'ultimo dei Mohicani - Mohawk River

Se il primo romanzo che ho amato davvero nella mia vita è stato "Moby Dick" che prima mi fu letto (nella versione originale e non in quella per ragazzi) da mio nonno e che poi rilessi da solo, giovanissimo, in quinta elementare, un altro romanzo che mi fece capire quanto io e la lettura non ci saremmo mai abbandonati fu "L'ultimo dei Mohicani" di James Fenimore Cooper


che mi fu regalato alle elementari per il mio compleanno. I miei genitori me lo regalarono in ragione del mio amore per il West e lo divorai in pochissimi giorni. Ero ammalato, come d'altronde sono stato quasi sempre ammalato, e lo lessi tutto a letto. Quel romanzo porta varie impronte degli starnuti e del moccio che mi colava dal naso. Sono passati così tanti anni ma ricordo che avevo una scodella di tè sul comodino e due fazzoletti sulla coperta e che nessuno si permise di disturbarmi.
Proprio in questi giorni è uscito un fumetto Bonelli della collana Storie intitolato "Mohawk River" che vive delle stesse atmosfere e ambientazioni del capolavoro di Cooper e questo è il booktrailer.




E una canzone in tema Nativi Americani:



mercoledì 8 luglio 2015

Intervista ad Andrea Lombardi




Chi passa da queste parti sa bene quanto spazio e tempo dedico a Louis-Ferdinand Céline, ai suoi libri e a quelli a lui dedicati. Senza di lui cosa sarei mai stato. Lungo il cammino céliniano mi è capitato di incontrare un blog: http://lf-celine.blogspot.ch interamente dedicato allo scrittore francese e curato da Andrea Lombardi. Andrea oltre a curare il blog ha curato ultimamente anche il bellissimo libro di Dominque Roux "La morte di Céline" (Lantana). Spero tanto che questa intervista vi possa lasciare qualche suggestione, vi stuzzichi a leggere Céline e a tenere d'occhio il blog di Andrea. 
Poi fate quello che volete, ovviamente.



Ciao Andrea, vorrei intanto chiederti: come è nato il tuo amore per Céline e con quale libro è scattata la folgorazione? E in cosa sta secondo te la grandezza dello scrittore francese? E perché leggerlo ancora oggi?

Ciao a tutti! Guarda, il primo libro che lessi di Céline fu il Viaggio, e abbastanza da giovane - quindi nella migliore condizione perché questo libro mi mostrasse la vita per quella che è. Dopo, si è troppo stronzi, troppo furbi, troppo stanchi, per capire a fondo Céline! La “folgorazione” per tutta l'opera céliniana scattò tuttavia qualche tempo dopo, con Mea Culpa, che per me rappresenta in assoluto, nelle sue poche pagine, il vero “Céline contro tutti”. Ma la grandezza di Céline non è solo la sua vis polemica e il suo sguardo inesorabilmente clinico, “medicale”, sulla società, ma nel suo essere un innovatore del linguaggio, con le sue due rivoluzioni (come se una non bastasse!): l'argot dei primi due romanzi, e la “scrittura emozionale” dai pamphlet alla Trilogia del Nord. Ciò basta e avanza per leggerlo oggi, in questi tempi di analfabetismo di ritorno, sia tra la gente comune che tra i presunti letterati.




Gli opportunisti tendono a separare in due l’opera di Céline: la prima parte più “accettabile” (Viaggio al termine della notte, Morte a credito), la seconda più “censurabile” e meno letta coi pamphlet, la Trilogia del Nord, etc. Quando e come finalmente si uscirà da questo fraintendimento?

Mah, a parte irrimediabili casi di strabismo intellettuale, in Francia e altre parti del mondo questo superamento c'è fortunatamente già stato: particolarmente in Francia, dove negli ultimi anni non passa mese senza che compaia un libro, un documentario, un convegno su Céline. Qua in Italia, mentre sino agli anni '80 vi era una critica – seppur militantemente militarizzata - “alta”, negli ultimi tempi si sono fatti parecchi passi indietro, a parte Stenio Solinas e Massimo Raffaeli, i quali, da ormai decenni e da posizioni intellettuali e politiche diverse, danno sempre nei loro scritti un'immagine di Céline e della sua opera accurata, pur senza sconti. Ultimamente, poi, osservo dei tentativi – certamente in buona fede, ma egualmente deleteri – di sdoganare Céline in senso presuntamente positivo, ma in realtà piegandolo per l'ennesima volta a una visione personale eccessivamente faziosa: emblematici in tal senso la biografia di Céline di Marina Alberghini, che trascura le compromissioni di Céline con la stampa collaborazionista e antisemita negli anni '30-'40 e i suoi propositi antisemiti sconvolgenti gli stessi tedeschi occupanti Parigi (vedi le testimonianze dei funzionari Epting e Heller, e del Colonnello SS Bickler) oltre i pamphlet e le sue affermazioni “politicamente scorrette” delle lettere e interviste nel secondo dopoguerra  per presentare un Céline “solo” anticomunista, a Stefano Lanuzza che piega Céline a un'immagine libertaria e “di sinistra” sulle basi di capziose citazioni, preferendo ignorare l'intera biografia di Céline, specie le sue scelte personali se non politiche negli anni '30, e il suo attaccamento a una visione “franco-tedesca” dell'Europa, ribadito ancora nelle sue interviste nel 1957 e 1961 a Meudon: Céline non era certo un fan del Nazismo, ma certamente neanche del marxismo-leninismo... 'Sì, credevo che bisognava farla, l’Europa! Vedo che ci provano adesso, a farla! Troppo tardi... Mica una risciacquata di piatti, la storia... Adesso mica la puoi fare, l’Europa. Quando c’era l’esercito tedesco, allora sì. Se lo sono fottuto! Bel capolavoro, fottersi l’esercito tedesco! Finito, non c’è più. E vogliono l’Europa, adesso. Con cosa la fai? C’è mica più! Bene! È questo che dicevo. Mi pareva geniale, sta pensata. Mica l’ho mai amato Hitler, io. Gli ho detto ciccia, in Bagatelles. Coglione come gli altri, ma ci aveva il virus. Uguale a Doriot, a Mollet, a Nasser, uguale a tutti sii politici. Bene. “Homo politicus”, caso raro, ma già noto. “L’Europa sono io!” Sì, ma tanto l’avrebbero fatto fuori! Sì che l’avrebbero fatto fuori, una volta esaurito il compito, e poi l’avrebbero rimpiazzato. Intanto lui però faceva qualcosa di costruttivo, faceva l’Europa, un’Europa franco-tedesca.'. Dalla sua folgorante intervista a Madeleine Chapsal de “L'Express” del 1957. E, intendiamoci, non è una citazione scelta oculatamente (vedi sopra): ce ne sono decine simili, oltre, ripeto la sua intera vita dagli anni '30 in poi. Per capirci, altri avrebbero estratto la sola frase “Mica l’ho mai amato Hitler, io. Gli ho detto ciccia, in Bagatelles”, ignorando il resto, per farlo passare come “di sinistra”.
Pur non volendo “etichettarlo”, una definizione che mi pare azzeccata è questa: Céline era un uomo dell'800, con un patriottismo alla “libro Cuore”: conservatore all'esterno, e, sommato a questo, libertario nella vita privata.




Come è nata l’idea di aprire un blog interamente dedicato a Céline? E, onestamente, credi che lui lo avrebbe apprezzato?

L'idea è stata totalmente fortuita, stavo giusto sperimentando la piattaforma Blogger; ma appena dopo i primi post mi sono reso conto, vista la reazione entusiastica dei lettori, di aver riempito un vuoto telematico. Da qui, assieme all'esperto céliniano Gilberto Tura, abbiamo allora continuato a offrire a una sempre crescente platea di céliniani scritti, ricordi e interviste inedite, notizie e novità bibliografiche su Céline e le sue opere. Se avrebbe apprezzato? Ahahahah, sì, credo di sì, l'uomo era meno scontroso di quel che si creda, specie con chi non intendesse costruirgli altarini o sfruttarlo come megafono per le proprie ideuzze.



Hai curato libri su Céline, fra cui Louis-Ferdinand Céline in foto (Effepi) e La morte di Céline (Lantana) di Dominique De Roux. Ti va di raccontare come sono nati e come ci hai lavorato? E quanta ostilità si respira oggi nel mondo dell’editoria rispetto a Céline?

Il Louis-Ferdinand Céline in foto mi sembrava opportuno per presentare non solo una certa mole di interessanti immagini di Céline dall'infanzia a Meudon, passando per gli anni da medico e inviato della SdN agli anni '30, ma anche tutta una serie di ricordi e interviste inedite in italiano.
Il far uscire La morte di Céline era per me una priorità ancor maggiore vista l'enorme importanza avuta da questo libro di Dominique de Roux, uscito nel 1966 e incredibilmente non ancora tradotto in italiano, per avviare un dibattito su Céline e i suoi libri, stabilendo delle linee guida oltre la banalità del “Céline buono/cattivo” da te ricordato prima. Inoltre, è un libro straordinario, scritto come un flusso di coscienza che spinge il lettore non solo in fondo all'animo di Céline ma anche in fondo a quel secolo che non passa e non passerà mai, il Novecento. Per la traduttrice Valeria Ferretti e per me è stato un compito faticoso ma anche un onore rendere in italiano questa discesa nell'oscurità e nei suoi protagonisti, evocati paragrafo dopo paragrafo da de Roux non come vuoto sfoggio d'erudizione ma per sprofondare il lettore in questo viaggio al termine della letteratura, quella vera.
Non credo che oggi ci sia una esplicita ostilità per Céline nell'editoria italiana. Ormai gli editor e i consulenti redazionali sono troppo ignoranti e squallidamente conformisti per essere “ostili”.

Come e dove sei riuscito a presentare questi libri? E l’accoglienza come è stata?

A parte l'ultima presentazione del La morte di Céline, fatta alla libreria Fahrenheit 451 di Roma, certamente non tacciabile di simpatie destrorse, e due al Caffè Rigodon di Rieti dell'amico regista teatrale Alessandro Cavoli, la maggior parte delle molte presentazioni e  conferenze (la mia conferenza-cavallo di battaglia è “L.-F. Céline, profeta dell'Apocalisse”) che ho fatto negli ultimi anni le ho fatte in ambiti “non conformi”, come sedi di CasaPound (in tutta Italia, da Trento a Lanciano passando per Milano, Padova, Novara...) e il Foro 753. Ho sempre trovato lì un pubblico giovane e attento; non ho remore a presentare questi libri in sedi o librerie più “di sinistra”, ma  ho ricevuto appunto sempre pochissime proposte in tal senso. D'altronde - perdonatemi la battuta - Céline scrisse a Élie Faure nel 1933.. “La mia sola e unica preoccupazione è solo di raggiungere il maggior numero di lettori e tutto considerato preferisco quelli di destra. I lettori di sinistra sono così convinti delle loro verità marxiste che non gli si può comunicare nulla. Sono molto più chiusi che a destra”.

Cosa ne pensi di operazioni (che io ho personalmente non ho per niente apprezzato) come gli spettacoli teatrali messi in scena ultimamente?

Quella di Elio Germano e Teho Teardo? L'ho vista a Torino, mi aveva gentilmente invitato il teatro vista la mia attività di divulgazione céliniana. Non mi è piaciuto gran che sia come recitazione sia per  l'”intervento” elettro-industrial di Teardo, un synth e loop un po' banalotti. Ma (credo la capiranno solo gli addetti ai lavori noise-industrial) il mio metro di giudizio sono Wars of Islam e Slogun degli SPK, quindi potrei essere troppo ingeneroso verso Teardo.

C’è qualche scrittore contemporaneo che accosteresti per temperamento, stile, libertà totale a Céline?

Forse giusto Michel Houllebecq, nonostante le sue prese di distanza da Céline, specie in Piattaforma, secondo me il suo migliore con La carta e il territorio. E il suo libretto, fantastico, su HP Lovecraft.

Non ti limiti solo a Céline, perché per esempio insieme in altri ti sei speso per la ristampa de La Distruzione di Dante Virgili e una degna tumulazione di quest'uomo. Come è nata questa iniziativa e quali sono gli altri libri/autori che stai cercando di diffondere? E come si possono recuperare?



Quella è stata una di quelle iniziative che intraprendi con un “Perchè no?” picaresco e poi ti rendi conto dopo della loro importanza. Il momento della sua tumulazione nel loculo in pochi, in una grigia mattinata di pioggia, tra le architetture da Festung del deserto dei Tartari del Musocco, con la cassetta dei resti ricoperta dalla Reichskriegsflagge, e l'eco del “E LA FIAMMA GIGANTESCA SI ESTENDE SU TUTTA L'EUROPA” nell'ala deserta del cimitero... Ringrazio l'anarchico-controcorrente-iniziatico Gerardo de Stefano per avermi coinvolto nel salvataggio del nichilista e nazista Virgili e del suo La Distruzione:  non sarà sicuramente stato un Céline italiano, ma certe sue pagine hanno quell'autentico sapore sulfureo, quell'oscurità omniconsumante che i Jonathan Littell con lo scandaletto delle sue Benevole possono solo sognarsi di avere.
A parte Céline mi interesso principalmente di storia militare, ma mi interessano molto i “vuoti”, gli interstizi, o tout court i meccanismi di funzionamento dietro le ordinatissime società occidentali, templi laici dei “diritti della persona”. Tempo fa abbiamo pubblicato, per esempio, la traduzione di un libro di riferimento sugli esperimenti nucleari americani e sulle loro vittime militari e civili, Cavie umane, e uno sulle trasmissioni in onde corte usate dalle spie “dormienti” dagli anni della Guerra Fredda a oggi, Spionaggio in onde corte, stilato sulla base di documenti desecretati e ricerche decennali di radioamatori, con un elenco delle frequenze usate e un CD allegato con l'audio delle trasmissioni, e uno sul culto-setta apocalittico The Process. Prima o poi scriverò un libro sui Riots, le rivolte, dalle jacquerie a Watts Town ai riot dopo la sentenza Rodney King a Los Angeles nel 1992, 54 morti, 2.500 feriti... molto più interessanti delle Rivoluzioni, quelle che per Maurice Bardéche finiscono “regolarmente con un bel regime autoritario, luccicante di elmetti, stivali, spalline e adornato di aguzzini con una certa larghezza”.

Come si sentirebbe Céline oggi? E tu come ti senti in quest'Italia del 2015?

Ah, credo che sarebbe incapace di odiare questi tempi come aveva odiato allora i suoi. Troppa stupidità oggi, di una ridondanza veramente eccessiva. Non credo riterrebbe che ne varrebbe la pena.
Io? Un testimone del Nulla. Ma quello sano, non quello della “poltiglia sociale” che ci circonda oggi.

Cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi mesi da Andrea Lombardi?

Altri fallimenti. “Fallire ancora, fallire meglio”.



Lugano, Meudon, luglio 2015.