sabato 28 febbraio 2015

Addio, mia amata (Vintage Violence)


Raymond Chandler è uno degli scrittori della mia adolescenza. Ho ripreso in mano "Addio, mia amata" e mentre lo rileggevo ci ho ritrovato la stessa atmosfera di un tempo, la stessa pressione allo stomaco, lo stesso sapore amaro in bocca. Adoro il noir. E lo adoro anche perché mi ricorda mio zio. Il fratello di mia madre. Che sembrava uscito proprio da un romanzo noir. Quando leggo un noir nella mia testa rivive il suo fischio quando passava sotto casa mia. Io mi affacciavo alla finestra, lui sorrideva, io lo salutavo con la mano e lui proseguiva nei suoi giri per scaricare tutta la tristezza, i ricordi, il dolore, la frustrazione che aveva dentro. La sua morte fu una morte da tragedia noir. Dimenticato in una corsia d'ospedale perché quando non c'è più nulla da fare per te diventi un peso morto, uno per il quale non vale più la pena di sprecare energie.



"Noi non siamo frequentanti
Della società di classe
Venti esami per finire a lamentarsi delle tasse
Preferiamo gli ubriachi
Davanti all'orizzonte"

(e tutte le volte che passo davanti a un'università il sottoscritto viene colto da crisi d'ansia e conati di vomito)






"Cantautori come manager d'azienda
Si ipotecano il Mercedes per aprire Renga
Abbonati alle riviste di opinione 
Per guadagnare mezzo punto nella recensione
Quand'ero bambino ho inventato una macchina per viaggiare nel futuro
Come vedi ha funzionato ma c'è qualche anomalia
Fare musica in Italia è come abbronzarsi il culo
Se ne accorgono solo in pochi se non lo dai via"






Stamattina ho incrociato una volpe.
Lei avanzava sull'altro lato della strada.
Poi ci siamo persi.
C'era qualcosa nel suo modo di procedere che evidenziava la mia depressione.

venerdì 27 febbraio 2015

giovedì 26 febbraio 2015

Katie Kitamura, "Knock-Out" (ISBN Edizioni), una non recensione



“Knock-Out” di Katie Kitamura (Isbn Edizioni, traduzione di vincendo Latronico) è un romanzo di dettagli. Perché di dettagli è satura l’attesa di un combattimento. Nello spasmo dei muscoli, nei momenti di vuoto e noia che accompagna l’attesa. Perché lo sport è un decalogo di dettagli. Perché il combattimento è una sovrapposizione di dettagli. La paura è una valanga di dettagli in bilico precario fra testa, stomaco, parole, passi, ricordi. Il sudore stesso è una costellazione di dettagli. Tre giorni. Tre round. Una sfida dall’esito prevedibile. Ma che ribalta l’attesa vincitrice dei lettori. Presunte attese, forse. Difficile distinguere cosa possa attendere un lettore o uno spettatore seduto davanti alla televisione o urlante, silenzioso, disperso sugli spalti di un palazzetto anonimo di provincia. Scommette soldi, impreca contro se stesso e i propri fallimenti, beve birra, contempla gli autografi sulle fotografie promozionali. Perché credo che non ci sia romanzo migliore di quello che racconta di una sconfitta. Perché “Love Is A Losing Game”. Perché come sappi fare Amy Winehouse l’importante è saperla cantare una sconfitta. Saperla raccontare. Sapersi mettere a nudo sulla pagina, dentro una canzone. Un match quello raccontato da Katie Kitamura che ha il sapore della vendetta, della riscossa, dell’annegamento, della sconfitta, dell'amicizia. Perché ogni incontro è una sconfitta interiore. Una perdita che si accumula sui funerali di altre perdite. E quando si sta per crollare diventiamo noi stessi in una girandola di particolari che si spalma sulla violenza dell’orizzonte che ci aspetta a un centimetro agli occhi occhi, aggrappato ai neuroni che vedono, producono, mordono il respiro, si disintegrano sotto i colpi ripetuti. Un rematch è la possibile risoluzione dei dubbi. Rivera, il campione con uno stuolo di imitatori e giovani pronti a sottrargli lo scettro, che combatte contro Cal, l’unico lottatore che gli ha resistito senza crollare al tappeto. Ma quell’incontro ha lacerato l’anima di Cal perché gli ha fatto provare il veleno della sconfitta, il peso del dolore che sfinisce le giornate, che lo conduce sul viale del tramonto.  Quattro anni di agonia, di combattimenti, di sconfitte e vittorie ma senza più la sicurezza di un tempo, senza più ebbrezza e gioia nei colpi sferrati, senza più coraggio che si scarica nella ripetizione dello scontro. Ma Cal ha detto di sì. Ha accettato la sfida. Più per dovere che per altro. Per consunzione. Per soddisfare l’allenatore, amico Riley, convinto che  questa volta potrà farcela a sconfiggere l'invincibile campione. Aver creduto in questa missione impossibile significa aver perso di vista i dettagli che costruiscono l’evidenza del gesto, aver riempito di fandonie le zone d’ombra e una volta rimesso a fuoco l’obiettivo non resta che accorgersi che questo incontro è una follia, una tortura, una condanna a morte sotto i riflettori. Ma Cal sale lo stesso sul ring di Tijuana per non crollare al tappeto e trasformarsi in un corpo da distruggere, un corpo votato al martirio. L’attesa dell'incontro, fra alberghi, interviste, giornalisti, manager, ricordi assume i contorni dell’illuminazione. Cercando di resistere fino alla parola fine ci si esaudisce nell’autodistruzione. Per poi scendere dal ring e chiudere gli occhi nell’abbandono. 
“Knock-Out” è un romanzo lancinante. Crudele e spietato nella sua disarmante umanità. 
Durissimo come un corpo martoriato a furia di calci, ginocchiate, pugni, testate che ci cade addosso. Un corpo che crolla e danza sul ring è l’essenza stessa della poesia. 
Un concerto di lacrime che ci teniamo in bocca durante l’annientamento. 
Il dentro di noi. La vita che morde e ci sfinisce. Il senso del dovere e dell’onore che si fa sangue che solo noi possiamo bere. La vita che si onora nella sconfitta, nell’amicizia, nella morte. Poi si chiudono gli occhi e si è soli. Sul ring. Fuori dal ring. Mentre si muore. O si cerca di risorgere.

mercoledì 25 febbraio 2015

Invasione di libri

Sono letteralmente circondato da libri.
Una salvezza, parziale, di fronte all'orrore della mia esistenza.
Per non farsi mancare nulla, ecco che dopo la neve arriva il vento.
Se la neve mi paralizza e mi fa venire voglia di vomitare, il vento mi mette il mal di testa e fa piovere sul mio corpo i semi dell'herpes.
Sono uno di quelli che ha l'herpes sulle labbra e sugli occhi.
Spesso di quel tipo disturbante per chi mi guarda.

Gli ultimi arrivati fra acquisti e biblioteche:















 Fortuna che ci sono notizie come questa e questa sotto.


martedì 24 febbraio 2015

Cose sparse (John Lennon, banche, Salvini, Fusaro, Brullo, Céline)



(una canzone di tanto tempo fa perché tutte le volte che mi metto a pulire casa mi viene in mente questo disco di mia madre)

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Questa volta mi tocca dare ragione a Salvini per quanto riguarda l'ultimo accordo Italia-Svizzera che favorisce esclusivamente le banche e i soliti appetiti dell'apparato fregandosene dei frontalieri e  dei comuni di frontiera (anche se la questione è ancora più complessa...c'è di mezzo il dumping e molto altro) e non fatevi fregare da tutte queste sparate sul rientro di capitali...e poi riflettevo sul fatto che uno come Salvini conquista voti anche perché parla, come ce la fa, di problemi concreti che toccano fisicamente le persone, nel quotidiano, nel focolare domestico...come nel caso dei frontalieri (è uno dei pochi a me sembra che se n'è occupato ma sicuramente mi posso sbagliare) che è uno dei problemi più spinosi dei territori che confinano con la Svizzera e che non per niente  è uno dei suoi bacini elettorali...un problema di cui un giorno, forse, riuscirò a scrivere qualcosa di compiuto anche io. Prevedo che al nord Salvini e la Lega torneranno a sfondare.

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L'idea dei seggi elettorali mi fa venir voglia di vomitare.
Bruciatele le schede.

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Sul Corriere del Ticino un'intervista a Diego Fusaro: "Meglio da soli che globalizzati" e il libro di cui parla è questo. Da anarco individualista quando si parla di stati e patrie mi prudono le mani ma sono argomenti che mi interessano da sempre.

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Un articolo di Davide Brullo su Il Giornale di qualche tempo fa: "L’ipocrisia degli editori italiani ha un nome: Louis-Ferdinand Céline" (...e adesso si mettono a raccogliere pure firme per questioni editoriali...patetici)


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lunedì 23 febbraio 2015

Crystal Castles, "Mercenary", "Diabel", Andrzej Żuławski, "Trilogia nera" e sempre e comunque NO EXPO







"Mercenary" è un gran pezzo dei Crystal Castles. In quel video sopra ci sono spezzoni del film "Diabel" del regista polacco Andrzej Żuławski uscito nel 1972.

(Dopo i vari politici, leccaculi, eccetera....ci mancava pure Landini che si butterà in politica...ma dai cavolo...comunque per chi non abbia ancora capito che schifezza è l'Expo ci ha pensato anche la moderata Presa Diretta a parlarne qui...e che tristezza sapere che alcune persone che conosco ci andranno...)




Un caposaldo della mia esistenza: "Trilogia nera" di Léo Malet che comprende "La vita è uno schifo", "Il sole non è per noi" e "Nodo alle budella".

domenica 22 febbraio 2015

Crystal Castles live at Glastonbury 2013



Dopo 6 giorni di lavoro subito altri 7 senza un giorno di riposo. 
Si va avanti. 
Per fortuna la neve si sta sciogliendo.  
E domenica prossima dopo il lavoro mi immergerò nel mondo del ciclismo.

Tsipras...Tsipras...ah ah ah ah il presunto salvatore della sinistra che fa accordi, che si inginocchia  alla finanza ma con garbo da salotto chic cercando di venderla  come vittoria/opzione rivoluzionaria e quelli del Manifesto ad applaudire...ma lasciamo stare....



(e l'Huffington Post che non conoscevo bene è davvero un posto di merda)

sabato 21 febbraio 2015

Maurizio Milani - "La nostra satira? Attacca Bondi, altro che martiri"

Adoro Maurizio Milani.
Lo leggo su Il Foglio e dovunque propongono i suoi pezzi.
Fuori cade la neve e io sto male al solo vederla scendere e intanto penso a Creta e alle sue spiagge, alle sue strade dissestate, al suo mare incantevole.
Bevo vino scadente e mangio insalata e pomodori di buona qualità.
Domani mattina presto andrò a lavorare.
A piedi.
Incontrerò i soliti reduci delle nottate.
Una ragazza sempre sbronza che cammina a piedi nudi.
Berrò un caffè terribile al baracchino e poi comincerò a lavorare.
La vita affonda.
E ci si lascia annegare.

"La nostra satira? Attacca Bondi, altro che martiri"





venerdì 20 febbraio 2015

Di stupidaggini come i programmi censurati & co.

- E' una notizia di cui mi interessa davvero poco quella dei programmi che si volevano chiudere/spostare/censurare. Certo c'è di mezzo una gigantesca riflessione sui mezzi di disinformazione, sulla tv, sui partiti, eccetera, eccetera ma credo che il fatto che siano rimaste in onda trasmissioni come "Annozero", "Ballarò", "Che tempo che fa", "Parla con me", "In mezz’ora", "Linea Notte Tg3", "Report" e "Glob" abbia permesso il dilagare della destra (berlusconiana e non) e l'onanismo sfrenato e zampillante di una certa parte politica radical chic/giustizialista/fintorivoluzionaria/giardiniera/blairiana/salottiera che bene è rappresentata dai vari Renzi, Pd, Vendola, Grillo, Civati, eccetera, eccetera.

- Gino Paoli, la Siae, i "comunisti" col conto in Svizzera: "I BEATI PAOLI" di Massimo del Papa e il pezzo dei Vintage Violence: S.I.A.E.


- C'è poi quell'altro chiacchiericcio (tutto da provare ovviamente) ma questi premi, qualunque premio, puzzano sempre di merda e qui un articolo giustamente velenoso di Adriano Scianca.

- Intanto in italia passano le nuove regole sul lavoro. Di male in peggio. Ma tanto è venerdì e la gente andrà a bere birra, vino, a divertirsi. Tatuatevi la faccia di Marchionne sulla fronte che vi sta da dio.





E il mio umore non fa che peggiorare.

giovedì 19 febbraio 2015

"Tra dove piove e non piove" di Anna Felder (Armando Dadò editore); "Poesia d'amore per ragazze kamikaze" di Francesca Genti (Edizioni Sartoria Utopia); "Fantasma Parastasie" di Aidan Baker e Tim Hecker







"Tra dove piove e non piove" di Anna Felder (Armando Dadò editore, introduzione di Roberta Deambrosi) è un romanzo del 1970 riproposto nel 2014 da Armando Dadò. Un romanzo delicato, e toccante che racconta la storia di un insegnante finita nella Svizzera tedesca a insegnare italiano ai figli degli immigrati italiani accampati nelle baracche e intanto intreccia una storia d'amore con un uomo maturo, impara a scoprire un mondo diverso, dove si parla una lingua incomprensibile, sobrio, ritirato, austero o forse solo apparentemente austero. Una storia di formazione individuale e collettiva, malinconica, di divisioni e ripartenze, in bilico costante fra due mondi opposti ma che mantengono, se li si vuole scoprire, incredibili punti di contatto. Vivo e lavoro in Svizzera e mi sono emozionato leggendo questo romanzo. Basta superare il confine e ci si ritrova in un mondo diverso (penso solo al Natel...), tanto più se si pensa che la lingua del Cantone è l'italiano ma non è Italia e Svizzera e io sono, volente o nolente, un immigrato, con tutte le difficoltà che si possono immaginare. La Svizzera è un Paese complicato. Ma sta diventando la mia seconda o forse la mia prima vera casa.

"Non voglio dire che sia stato Gino soltanto a farmi decidere: il lavoro che faceva mi piaceva molto, mi accorgevo che avevo tutto ancora da scoprire, più che in Italia, perché non parlavo soltanto ai bambini, ma imparavo a conoscere anche i loro genitori, le famiglie, colonie intere di emigranti un po' simili a me: allora era più bello, per noi, era più vero parlare insieme la nostra lingua: voleva dire ricordare ogni volta, fare il salto oltre frontiere, voleva dire scrivere le lettere, telefonare (e aspettare chissà quanto sulle panchine della Hauptpost, tutti, cugini e pronipoti, per poi pagati in franchi i tre minuti della comunicazione), dire "qui tutti bene come speriamo di voi", dire anche quello che non si sapeva dire. Perché non lo si poteva dire così, attraverso la signorina del centralino, che cos'era la Svizzera, com'era stare qui, o su un foglio di carta non appiccicato sopra il francobollo da cinquanta: lì si ringraziava il buon Dio della salute, si mettevano tutt'al più "le cose interessanti" di papà e mamma di Antonella Annunziata a Kungoldingen: i battesimi, i funerali, gli sposalizi; e le lire, i franchi, l'eredità da dividersi, la casa da comprare." (pp. 57-58)


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IO, OGGI, CON LA MIA DISPERAZIONE

sto qui. completamente costernata.

l’hai fatta grossa in questa situazione:

hai fatto veramente la cazzata.

parlo così, io:

alla mia tigre

alla mia maleducazione

alla malora di questa mia giornata.

vorrei passare un brutto quarto d’ora:

io e la mia tigre

essere sbranata.

vorrei andarmene dritta giù in prigione.

sto qui. completamente frastornata.

a dire alla mia tigre cosa non deve fare

a dire alla mia tigre di comportarsi bene

io alla mia tigre a cui voglio tanto bene

ma che non riesco ad addomesticare.


"Poesie d'amore per ragazze" (Edizioni Sartoria Utopia) è una raccolta di poesie di Francesca Genti Fabrizio Miliucci l'ha intervistata su Flaneri: "UNA SPECIE DI “MUSICA DA CAMERETTA. A tu per tu con la poetessa Francesca Genti"



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Il disco che mi suona in testa oggi: "Fantasma Parastasie"

mercoledì 18 febbraio 2015

Liebestod + un convegno + Giulio Meotti + Macbeth nella nebbia



Oggi c'è questo nella mia testa.

Mild une Leise........




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Un convegno a cui mi piacerebbe partecipare.


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Due articoli di Giulio Meotti pubblicati su Il Foglio:


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Questa canzone è dedicata a una persona. Ci riuscirai.




martedì 17 febbraio 2015

"Die Andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht" / "L'altra patria - Cronaca di un desiderio" di Edgar Reitz; "Houellebecq economista" di Bernard Maris; "L'identità infelice" di Alain Finkielkraut è già fra i miei libri del 2015





Un gran film che ho visto "Die Andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht" / "L'altra patria - Cronaca di un desiderio" di Edgar Reitz. Qualche informazione qui e questo è il trailer.

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Lo aspettavo da tempo e l'ho letto tutto d'un fiato. Sto parlando de "L'identità infelice" di Alain Finkielkraut (Guanda, traduzione di Sergio Levi). Ho sottolineato e riletto. Mi sono riempito di dubbi, spunti e riflessioni. Sicuramente è già nei miei libri dell'anno 2015. Perché io continuo a studiare, cercare. Trascrivo un lunghissimo passaggio:

"Non creiamo niente di nuovo se non a partire da ciò che abbiamo ricevuto. Dimenticare o scomunicare il nostro passato non significa aprirci alla dimensione dell'avvenire: significa sottometterci, senza resistenza, alla forza delle cose. Se non si perpetua nulla, non è possibile alcun inizio. E neppure se tutto si mischia. L'antico e il moderno rischiano di sprofondare insieme nell'oceano dell'indifferenziazione. Il mondo umano e terrestre ha bisogno di frontiere. Lévi-Strauss ci invita quindi, noi francesi e noi europei, a rivedere al ribasso le nostre pretese senza per questo rinunciare a ciò che ci fonda. Dobbiamo imparare la lezione del XX secolo, dice, facendo spazio all'alterità. Ma non siamo, anche noi, l'altro dell'Altro? E questo altro non avrà anch'esso il diritto di esistere e di perseverare nel proprio essere? Il superamento della grande ambizione illuminista di dare il nostro volto a tutto il mondo non deve condurre alla cancellazione di questo volto. E per farsi comprendere meglio, Lévi-Strauss predica dando l'esempio. In Da vicino e da lontano , un libro di conversazioni con Didier Eribon pubblicato nel 1988, afferma che se una comunità etnica "si trova bene nel rumore o se ne compiace", non la metterà alla gogna, non ne chiederà l'esclusione dal genere umano e si guarderà bene dal mettere sotto accusa il suo patrimonio genetico. Tuttavia, aggiunge, "preferirei non abitare troppo vicina a essa, e non mi piacerebbe che con quel falso pretesto si cercasse di farmi sentire in colpa" 

L'immigrazione, che contribuisce e che contribuirà sempre più alla crescita demografica del Vecchio Mondo, pone le nazioni europee e la stessa Europa di fronte alla questione della propria identità. Gli individui spontaneamente cosmopoliti che eravamo si erano disabituati a dire noi. Ma eccoci qui, tornati romantici nostro malgrado. Sotto l'urto della pluralità scopriamo il nostro essere. Scoperta preziosa, ma anche pericolosa: dobbiamo combattere la tentazione etnocentrica di perseguitare le differenze e di erigerci a modello ideale senza per questo soccombere alla tentazione penitenziale di rinnegare noi stessi per espiare le nostre colpe. La buona coscienza ci è preclusa, ma ci sono dei limiti anche alla cattiva coscienza. La nostra eredità, che non fa certo di noi degli esseri superiori, merita di essere preservata e nutrita. Ciò non implica in alcun modo un ritorno a Taine, a Barrès e al loro pathos del radicamento. Esistono senza dubbio francesi di stirpe, e questo dato non va considerato trascurabile, spregevole o di per sé colpevole. Nel giugno 1940 de Gaulle non avrebbe potuto provare la certezza assoluta d'incarnare la Francia se non fosse disceso da un'antica famiglia francese. Aveva bisogno di questa eredità. Aveva bisogno di questa profondità temporale. Aveva bisogno di questa legittimità filiale. Ma in tanti lo hanno seguito, anche se non avevano ascendenze paragonabili, o erano addirittura, secondo le sue stesse parabole affettuose e riconoscenti, meticci. Perché, come dice Emmanuel Lévinas, "la Francia è una nazione alla quale ci si può attaccare tanto fortemente con il cuore quanto con le radici". Questa nazione e questa idea di nazione si trovarono impegnate in una lotta inespiabile, fra il 1939 e il 1945, contro la mistica del sangue e del suolo.

Con i suoi platani e i suoi ippocastani, con i suoi paesaggi e la sua storia, con il suo genio caratteristico e i suoi prestiti, con la sua lingua, le sue opere e i suoi scambi, la versione francese della civiltà disegna un mondo che si offre tanto agli autoctoni quanto ai nuovi arrivati. Per non ripetere gli orrori del passato e raccogliere la sfida contemporanea della convivenza, si vorrebbe oggi cancellare la proposta identititaria. Lévi-Strauss ci insegna, al contrario, che essa va mantenuta con fermezza e trasmessa senza vergogna." 



lunedì 16 febbraio 2015

Riposo, luganighetta, Un altro domani, Mount Eerie "Sauna"; Noveller "Fantastic Planet"; "L'enigma della docilità" di Pedro Garcia Olivo

Dopo sette giorni consecutivi di lavoro finalmente domani riposerò per un giorno.
Oggi, lunedì, qui a Lugano, servono gratuitamente risotto con luganighetta. 
Mia madre adorava questo piatto e veniva tutti gli anni per mangiarlo. 
In un altro domani tornerò a prenderla in giro mentre lo mangia:




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"Sauna" è l'ultimo album di Mount Eerie. Ascoltate questo pezzo devastante:



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Il sito di Sarah Lipstate/Noveller e questo sotto è il video di "Rubicon"


e dal vivo:



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Non faccio che sognare di morire.
I miei sogni finiscono sempre con qualcuno che muore.


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I Massimo Volume sono uno dei gruppi che mi tatuerei addosso fin dagli anni '90.


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"ho visto le menti migliori della mia generazione
mendicare una presenza al varietà del sabato sera
il loro aspetto trasgressivo, il loro pallore, si sposava alla perfezione
con l'argomento della puntata"

sabato 14 febbraio 2015

Sabato fra Edda, pioggia, lettura e tanto nervosismo





- Da quasi trent'anni, se ho tempo e lo trovo aperto, mi taglio i capelli da Roberto, che ha il salone a cento metri da dove sono cresciuto. Ieri però lui non c'era e sono andato dal parrucchiere in centro paese, che poi è il padre della migliore amica di mia sorella. Un uomo che praticamente conosco da sempre. E che mi è sempre stato antipatico. La seduta di ieri è stato un piccolo viaggio nel classico orrore dei paesi di provincia, con il locale che si riempie e si svuota di volgarità, pettegolezzi, dicerie, pensionati con la fissa del sesso e foto porno sul cellulare, razzismo, qualunquismo, i danè, chiacchiere, parentele che tutti sono parenti di tutto e tutti sanno di tutti. Mezz'ora di paranoia e senso di asfissia. Quando mi sono alzato avrei voluto imbracciare un mitragliatore e far fuori tutti. Mio padre ha taciuto per un'ora dopo che sono tornato. Meglio i cinesi. Davvero meglio i cinesi a queste latrine. Coglione io ad esserci andato.



 - Quando ascolto qualche finissima persona di sinistra commentare Sanremo denigrando chi lo guarda da parte mia cerco sempre di aggiungere che la situazione è più complessa, forse anche più interessante proprio in virtù di questa complessità, ma niente, loro rimangono seduti sul loro trono a giudicare i plebei. Come se gli ascoltatori della culturalissima Radio Rai 3 o Radio Popolare o gli spettatori di qualche programma "fichissimo" per l'evoluzione cerebrale fossero persone tanto migliori, più meritevoli di essere incontrate e frequentate...col cazzo...anzi...meglio perderle che trovarle...

- Chi nega i campi di concentramento è un idiota completo ma sono personalmente contrario al ddl contro il negazionismo. Diego Fusaro ne scrive qui.

- Sul libro di Tova Reich "Il mio Olocausto" c'è un post molto bello, questo: "Tova Reich, My Holocaust: l’antidoto al Giorno della Memoria". Da parte mia il genere di considerazioni contenute nel libro della Reich le potrei applicare al campo della Resistenza. Ma è un discorso che non aprirò perché tanto dolore mi ha provocato. Forse un giorno, chissà, ci scriverò sopra qualcosa.


"Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale" a cura di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy) è un librino con un prezzo (7.90 euro) fin troppo elevato. In pratica è un articolo non troppo lungo di Serino che ristabilisce la giusta grandezza di Bianciardi, la capacità di anticipare Eco e Pasolini, la carica dirompente. Dopo averlo letto mi chiedo come e cosa Bianciardi avrebbe scritto di questa Milano sempre più schifosa, assediata dalla feccia politica di destra e sinistra (oddio Pisapia...) e centro, dalle cosche, dal cemento + devastazione Expo, dalle bretelle autostradali. 

"Io, lo giuro, non ho paura della morte, ma l'agonia sì, mi fa paura, specialmente quando dura anni, e ti mozza il lavoro, e tu stai male, avresti bisogno di riposarti e di guarire, e invece continuano a tafanarti i padroni di casa, i letturisti della luce, Mara con la comunione e le palline del bimbo, le tasse, i rappresentanti di commercio, i datori di lavoro, i medici, i farmacisti, le cambiali, gli esattori dell'abbigliamento. L'agonia continua fino a che a tutti costoro sembri che ci sia il modo di levarti di corpo qualcosa ancora, e fino a che tu abbia la forza di continuare. Poi lasciano che tu muoia."



Nelle mia mani un libro che attendevo da tanto: "L'identità infelice" di Alain Finkielkraut (Guanda)







giovedì 12 febbraio 2015

Fabrizio De André - La ballata di Michè / Giovanna D'Arco / Robert Brasillach (il perché di due post in un giorno)


Poi se penso a mio padre non posso che pensare a Fabrizio De André, Jimi Hendrix, ai Rolling Stones (abbiamo sempre litigato perché io preferisco i Beatles) e penso che "La ballata di Michè" è una delle canzoni che lui ha fatto ascoltare di più a me e mia sorella. C'era una cassetta con tanti pezzi di Fabrizio e lui la metteva sempre su. Lui e mia madre le conoscevano tutte queste canzoni. Io amo De Andrè anche se non mi piace parlarne troppo. Quando morì mia madre pensai che mio padre si facesse fuori perché lui ci ha sempre giocato col suicidio. Tanto tempo fa padre mio quando fosti portato in ospedale mi riempisti di una tale valanga di dolore che non dormii per settimane. Tornai a casa quel giorno e abbracciai mia madre che per non pensare alla morte si mise a stirare fino a notte fonda. Quando uno mi chiede qual è la canzone che più sento mia di Fabrizio non saprei cosa rispondere ma a pelle risponderei "Giovanna d'Arco":


e Giovanna d'Arco mi ricollega a Robert Brasillach e alla sua opera "Domremy" (Settimo Sigillo)


e Brasillach è così ricordato da Luciano Lanna: "Brasillach, un contestatore al servizio della vita"



Il perché: oggi è il 12  del mese e ogni 12 del mese mi ricorda la morte di mia madre.

Carole King - It's Too Late


Vado su Ondarock e trovo un articolo dedicato al brano di Carole King "It's Too Late" e mi sono rituffato nel passato. Quante volte da bambino ho ascoltato questa canzone  e quante volte mia madre ne canticchiava il motivo mentre faceva le pulizie. Mi faceva salire in piedi sulla poltrona per permettermi di guardare dalla finestra della camera matrimoniale e io contavo le macchine passare, i vagoni del treno, le scie degli aerei, gli uccellini mentre lei rifaceva il letto, spolverava i mobili, passava il mocio sul pavimento e la cera solo di sabato. Mia madre mi disse di aver conosciuto quella canzone tre anni dopo l'uscita, durante il viaggio di nozze, nel '74, a Roma. Aveva 28 anni, mio padre 26. Io non ho quasi più la forza di ascoltarla per i troppi ricordi che mi mette in circolo ma oggi l'ho fatta partire e l'ho già riascoltata cinque volte. 

mercoledì 11 febbraio 2015

Appunti del mercoledì

Adoro Daniel Johnston. Nel fine settimana ho infilato in macchina il disco di cover a lui dedicato e niente, su alcuni pezzi mi si è fermato il cuore.


(nella versione originale le sue canzoni sono ancora più belle e strazianti)



- Di questi tempi moriva Silvia Plath.

- Si piange per le sconfitte calcistiche, per le foibe, si piange per le star suicide, si piange per i cagnolini torturati ma per alcuni piangere per gli immigrati morti in mare non si può. Che poi il pianto serve a poco. Magari solo a farci sentire con la coscienza in pace quando torniamo a farci i cazzi nostri. 

- Spargo volentieri maledizioni eterne sulle persone di sinistra simili a una mia cugina settantenne. Figlia di operai, sessantottina, sempre a sinistra, sempre con gli extraparlamentari, pacifista a corrente alternata, antirazzista, con addosso capi costosi bioindhianitibetaninewoyerchesi, con la pala eolica in testa e il pannello solare al posto della lingua. Una di quelle illuminate dallo yoga che quando ci parli insieme ti dicono: "Guarda che io non sono razzista però insomma...". Che poi è il genere di essere umano che si confonde in ogni schieramento/settore/classe sociale e che prolifera, che germina. Mia cugina ricorda le persone descritte da Tova Reich nel suo splendido "Il mio Olocausto":

"Il roshi Mickey Fisher fece vibrare una corda della chitarra per riportarli alla concentrazione. - Sapete, miei bellissimi amici, - attaccò di nuovo, come un antico cantastorie intorno a un fuoco, - voglio dirvi qualcosa di molto, molto profondo. Siamo in un campo di concentramento. Un campo di concentramento vi fa il dono della concentrazione, quindi, miei santi, santi amici, concentrate i vostri chakra per capire, questa è la cosa più profonda. C'è così tanta fame nel mondo: fame di dharma, fame di illuminazione, fame di satori, fame di realizzare se stessi, fame di trasformazione, fame di nirvana, fame di unicità. A volte ho fame. Allora mangio uno schnitzel, uno schnitzel di tofu. Mangio dieci schnitzel di tofu e la mia fame si placa, mi sento tutto schnitzelato. Ma, miei carissimi amici, e questo è uno dei livelli più profondi, esistono anche degli schnitzel spirituali, e non importa quanti schnitzel spirituali io mangi, la fame non mi passa. Spiritualmente sono sempre affamato, spiritualmente sono sempre alla ricerca di qualcosa. Adesso ascoltate, dodici amici miei. Mettiamo che abbiate fame ora, benché mangiare a Birkenau sia contro le regole del campo. Mettiamo che abbiate propria voglia di una pausa caffè, e pure di una ciambella, o di un bagel con crema di formaggio, o di un bialy con burro, o di un muffin all'ananas e noci; se qui fosse permesso mangiare, ci concederemmo, senza dubbio, solo una minestrina di buccia di patate, che berremmo da una ciotola di latta senza cucchiaio, e forse anche un tozzo stantio. Qual è il più grande problema del mondo? Amici miei, non sappiamo come nutrirci. Questo è il problema. E' così, così profondo! Ascoltatemi, cari. Adesso dobbiamo nutrirci leggendo ad alta voce i nomi delle anime le cui vite sono state interrotte e che non possono riposare. Alcuni di noli potrebbero voler aggiungere dei nomi dal loro Olocausto privato e altri potrebbero aver voglia di parlare, di gridare dalle profondità più nascoste del loro cuore. Non abbiate paura, miei carissimi amici, la cosa più importante è non avere paura. C'è una sacra, sacra energia di guarigione qua a a Birkenau. Aprite la vostra anima ad Auschwitz e lasciate che vi nutra. Amici, ricordiamo i morti. Leggete!" (pp. 149-150)



- Marcello Veneziani scrive: "Il filosofo e il campo di sterminio"

- Sto leggendo l'ultimo saggio di Naomi Klein "Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile" (Rizzoli) e l'ammiro per il suo stile chiaro e nello stesso tempo empatico. Lo leggi e le pagine volano.

- Provo una strana forma d'affetto per Isabella Santacroce. Se la incontrassi le direi proprio così: "Provo per te una strana forma d'affetto". Nell'estate 1997, tornato dal viaggio in Gran Bretagna in compagnia di mia sorella, a 18 anni, acquistai a Milano il suo "Destroy" insieme a "Bla Bla Bla" di Giuseppe Culicchia. Erano i miei ultimi risparmi. Massimiliano Parente scrive del suo ultimo libro: "Favole tristi per baby squillo: Santacroce le racconta così"

- Io quando vedo in tv Giorgia Meloni penso a mia sorella. Stesso impeto, stessa strafottenza, stesso sguardo, stessa burinaggine (che poi la burinaggine di mia sorella è qualcosa che mescola greco/latino/arabo/geroglifici/ceramiche, gambe storte, dita nel naso, camminata da rapper di periferia anche se vestita Valentino), stessi occhi che se li guardi capisci che lì c'è una tizia che ti menerebbe. Distanti eppure c'è, per ritornare a sopra, fra di noi una strana forma d'affetto. Ecco, sappiate che mia sorella vi menerebbe tranquillamente. Anche la mia ragazza vi menerebbe senza farsi troppi problemi.

- Come trasmettere l'amore per la lettura è un vero mistero. Di sicuro queste iniziative sono nocive per la salute: http://www.linkiesta.it/blogs/jusquicitoutvabien/manifesto-contro-ioleggoperche



martedì 10 febbraio 2015

A Berlino 65 c'è una vera star: Simone Buttazzi

Voi magari vi starete perdendo dietro le recensioni delle solite firme, il piglio di Christian Bale, i ritocchi di Nicole Kidman, la bellezza di Léa Seydoux, eccetera, eccetera ma la vera star della Berlinale è senza alcun dubbio Simone Buttazzi: uomo dai mille talenti capace di sfoggiare profilo/sguardo prussiano e villosità mediterranea con quel retrogusto da casalinga bolognese e fiuto canino per gli imbrogli che lo rende essere umano indimenticabile. 
Lui è la vera star della red carpet berlinese.
Mi raccomando, chiedetegli un autografo o una foto mentre porta gli occhiali.

A Berlino, lui che ci abita, sta vedendo e recensendo film su Indie-eye:




lunedì 9 febbraio 2015

Le bocce

Nel giardino dell'albergo dei miei nonni c'erano due viali delle bocce. Io li ho visti solo in foto perché alla fine degli anni '60 lasciarono posto all'ampliamento del salone per ospitare matrimoni e banchetti. Mio nonno era molto bravo a giocare alle bocce ma non ho nessun ricordo legato a lui mentre ci gioca. Il miglior giocatore di bocce della famiglia era mio zio Antonio e dopo la sua morte mio padre e mio zio Claudio persero la voglia di giocare. Fino alla prima adolescenza ho accompagnato spesso mio padre in un'osteria del paese accanto al mio dove lui si fermava per qualche ora a giocare e bere birra e io mi divertivo tantissimo. Ricordo la cornice di platani giganteschi, le panchine in granito, i segnapunti in gesso, le due altalene, la fontana da cui scaturiva acqua ghiacciata che mi perforava i denti, i due cani lasciati liberi che volevano sempre giocare, il profumo di alborelle fritte che usciva dalla cucina,  la Gazzetta da leggere liberamente. Mio padre giocava a bocce per divertimento, per rilassarsi, per passare del tempo con colleghi, conoscenti, sconosciuti. Quando andavamo in vacanza a Pesaro capitava che lui ci lasciasse in spiaggia per andare a giocare in una bocciofila dell'oratorio dove aveva stretto amicizia col parroco e alcuni abitanti del quartiere. Anche i parenti di mia madre giocavano a bocce e saperci giocare aveva permesso a mio padre di farsi strada con facilità in quella famiglia. Ricordo il marito di una cugina di mia madre che discuteva di bocce con la stessa intensità di come si discute di calcio e politica. Un mondo che sta scomparendo. Al tramonto. Dimenticato. Un mondo fatto di tornei, classifiche, concentrazione, condivisione. Anche di scommesse. Di calici di vino e polenta e bianchini. Di pubblico a pochi centimetri da chi sta giocando. Avrei voluto imparare a giocare alle bocce ma c'è sempre stato qualcosa a frenarmi. Non so cosa. Forse la competizione. Forse l'essere osservato. Forse perché ho le mani che mi tremano. Mi manca l'atmosfera di quei campi. Mi mancano i viali dove ho passato momenti bellissimi che non torneranno mai più. Un'altra osteria dove ho visto giocare i parenti di mia madre giace in uno stato di abbandono. Capita che quando giro in macchina con mio padre e passiamo davanti a qualche bar o ristorante lui dice "Un tempo lì c'era un viale di bocce" e gli si riempiono gli occhi di lacrime.

Sulla Rsi ieri c'era un bel documentario "Bocce Ticino e Fantasia".

domenica 8 febbraio 2015

Heritage - The descendants of William Tell


Ho visto questo film recentemente "Heritage - The descendants of William Tell". Ogni tanto mi ha strappato anche un sorriso.  E poi un film straordinario: "I senza nome" di Jean Pierre Melville:



Nei giorni scorsi è stato assassinato William Klinger, questo è il suo libro e lo potete scaricare da qui:


e ricordo anche quello di Patrick Karlsen, "Frontiera rossa" recensito da Gianfranco Franchi qui.


e ho trovato usato un libro che parla di uno dei miei problemi:

E questo disco è per te (e grazie a te) Piperita e un brano:


sabato 7 febbraio 2015

Le misure




Leggi speciali, misure antisabotaggio per difendere una buffonata che puzza di merda. 
A questo siamo arrivati.
Voi che ci andrete siete complici di questa miseria ma poi magari leggerete Repubblica o qualche altro foglietto del cazzo e vi infatuerete di qualche causa civile e vi sentirete di sinistra, antifascisti, ribelli, i meglio sulla piazza.

Poi leggo che da un'altra presunta parte migliore è sorta una robaccia alternativa che parla di popoli inesistenti e di mondi migliori e che concede l'attestato di appartenenza alla parte migliore della società, nonché genuinamente bio, condita magari da conversioni sulla via di non so dove, robe insomma di cui non ne posso davvero più e sopra cui vorrei vomitare tutta questa giornata del cazzo che sa di sangue.




Non di merda.

Di sangue.


venerdì 6 febbraio 2015

Halls of Summer (Laurent Binet, Raffaele Scolari, Joaquín Pérez Azaústredi, Alain de Benoist, Annalisa Chirico, Angela Azzaro, Lorella Zanardo)



Quando guardo verso questa neve, questa pioggia e quanto sento questo freddo che aggredisce le mie deboli fortificazioni io sogno il caldo sahariano, il mare di Creta, l'acqua del lago, la sabbia.  Purtroppo quest'estate, quando sarò in ferie (due settimane in un periodo e due in un altro e solo d'estate possiamo farle), non andrò in alcun luogo dove vorrei andare. Resterò qui dove sono, probabilmente da solo visto che la mia compagna avrà solo una settimana di ferie. Imbiancherò e cercherò rifugio in uno dei pochi tratti di lago dove l'accesso è rimasto libero. Ritornerò a nuotare, mi porterò da leggere. Ciò che amo principalmente della Svizzera è la calma che sa infonderti.









Mi piace l'acqua ma non quella al cloro delle piscine, troppi brutti ricordi, ma questo libro merita: "I nuotatori" di Joaquín Pérez Azaústredi (Codice Edizioni) e ne ha scritto Tommaso Pincio qui.

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"Non sempre i ribelli possono cambiare il mondo. Ma mai il mondo potrà cambiare i ribelli." è un passaggio estratto da una conferenza di Alain de Benoist che si può leggere qui.

Sempre pungente Annalisa Chirico: "Vizi privati & pubblica gogna" mentre Lorella Zanardo e Angela Azzaro discutono di "Chirurgia estetica come burqa? Posizioni a confronto" qui.

giovedì 5 febbraio 2015

Suor Ambrogina

Suor Ambrogina è una delle ultime suore rimaste nell'asilo parrocchiale del mio paese da dove io, mia sorella e quasi la totalità degli abitanti siamo passati. Un tempo le suore si occupavano direttamente dell'insegnamento, della catechesi e della gestione dell'oratorio femminile. Ora invece si limitano a gestire fisicamente la struttura, nessuna di loro insegna e l'oratorio femminile è confluito in quello maschile. Suor Ambrogina è una suora alta un metro e quaranta, originaria della Puglia, che voleva tanto bene a mia madre. Si erano conosciute poco prima che la suora si sottoponesse a un'operazione al menisco nello stesso ospedale dove mia madre era stata operata un paio d'anni prima. Non aveva nessuno che l'accompagnasse e allora per aiutarla si fecero avanti i miei genitori. La portarono alle visite, la seguirono durante il ricovero e l'operazione, accompagnarono da lei le altre suore, le telefonarono, la fecero sentire meno sola. Il giorno che mia madre morì la madre superiora le impedì di fare visita privatamente alla mia famiglia. Le ragioni stavano nella regola dell'obbedienza. Venne comunque la sera del giorno seguente, insieme al parroco e soffocò le lacrime nel petto di mia sorella. Quando ci incontriamo e intorno ci sono altre persone lei si mette subito a parlare di mia madre e le si gonfiano ancora gli occhi di dolore. Suor Ambrogina alleva uccellini in gabbia. Quando si entra in asilo li si sente cantare e frullare le ali. Un tempo nella mia casa vivevano canarini e pappagalli. Io ci parlavo, confidavo loro segreti. Mi sentivo meno solo in quella casa. Poi mia madre disse "Basta". In cantina ci sono ancora le gabbie. Le sbarre arrugginite, se ci si appoggia il naso, profumano delle mani di mia madre.



Una  nota conclusiva: oggi in paese c'è anche un asilo comunale purtroppo collocato in una scuola di una frazione lontana dal centro. C'è il servizio bus, ovviamente, ma così isolato l'asilo è come se non esistesse. É frequentato per lo più dai figli di immigrati e di chi non ha i soldi per pagare la retta dell'asilo parrocchiale che aumenta ogni anno. Nell'asilo parrocchiale è stato aperto anche un nido la cui retta non è delle più basse. Tanti anni fa mio padre si batté insieme a mia madre e ad altri genitori per l'apertura di un asilo nido comunale in paese. Non se ne fece nulla per l'opposizione di cattolici, bigotti, stupidi. La risposta dell'allora sindaco a mio padre fu "I figli li possono curare i nonni". Penso alla mia situazione e a quella di mia sorella e del suo futuro marito. Nel caso avessimo un figlio nessuno di noi quattro avrebbe la possibilità di lasciarlo alle cure di un parente perché o abitano lontanissimi o sono impossibilitati a farlo vista la loro età. Non potremmo nemmeno rinunciare a uno dei due stipendi altrimenti non avremmo da mangiare. Il discorso è complesso e non si riduce solo a strutture mancanti ma contempla anche una riflessione più generale su questo cazzo di mondo  dove viviamo, sulla disgregazione delle comunità, sul fatto che se si parla di questi argomenti si finisce sempre per essere tacciati di conservatorismo, eccetera eccetera ma lasciamo stare.....

mercoledì 4 febbraio 2015

S - Tell Me

Oggi è un giorno stortissimo. Avete mai avuto voglia di uccidere qualcuno? Io sì. Parecchie volte mi è successo. Praticamente sempre. Oggi è uno di quei giorni che sarei capace di uccidere qualcuno, anche il primo che passa per strada. Ma sarebbe più facile per me salire su un cornicione e buttarmi giù. Prendere insieme tutti i medicinali e tutte le altre robe che ho in casa, sdraiarmi a letto e finalmente riuscire a dormire quanto voglio. Sperando di non essere salvato da qualche angelo.


Per oggi a salvarmi c'è il nuovo video di S/Jenn Ghetto "Tell Me" che potete vedere qui su Stereogum.

Domani non sarà un giorno nuovo. Sarà solo l'ennesimo giorno.



martedì 3 febbraio 2015

Due fumetti ("Centomila giornate di preghiera" e "La proprietà") e altro

Ho letto due fumetti, differenti per ambientazione, ma uniti nel raccontare due tragedie della storia, l'Olocausto e il genocidio attuato in Cambogia dai Khmer Rossi, e due grandi e sfortunate storie d'amore.

Uno è questo:






L'altro è questo:





La graphic novel di Rutu Modan mi ha messo una gran voglia di andare a Tel Aviv:




E infine un grande saluto pieno di affetto e riconoscenza a Bruno Biagi che dopo tanti anni chiude il Punto Einaudi di  Lecco. Un luogo dove ho comprato libri, discusso, sorriso. Dove sono cresciuto.