sabato 5 dicembre 2015

Andre Dubus e quello che mi fa tornare in mente Scott Weiland



Mi sveglio con la testa dolorante, il raffreddore e tanta tristezza nel corpo.
Poi comincio a leggere questi racconti.  Il primo "La ragazza carina" comincia così come c'è scritto sotto, con una citazione tratta dall'Apocalisse di San Giovanni.
Leggere Dubus è per me come stendermi su un lettino in un obitorio e farsi squartare centimetro dopo centimetro.
Mi vergogno quasi di me stesso quando lo leggo.
Ho mai pensato di picchiare una donna?
Sì.
L'ho mai fatto?
No, non l'ho mai fatto.
Ma sono stato picchiato da una donna quando mi lesse negli occhi la voglia di spaccarle la faccia.
Non mi opposi ai suoi colpi.
Ai suoi calci.

"Non so come mi sento fino a quando la mia mano non tocca l’acciaio. Questo è sempre stato vero. A volte mi è capitato di avere il raffreddore oppure di incappare in uno di quei giorni dove tutto ti pare difficile e la stanchezza non ha nessun motivo se non il fatto di essere vivo e mi allenavo e non appena mi infilavo sotto la doccia non riuscivo a ricordarmi come mi sentissi prima di sollevare i pesi; era come se quella parte della giornata appartenesse già al giorno prima e adesso stesse iniziando un giorno nuovo. Oppure dopo una sbronza. Alcuni fra i miei amici, e anche mio fratello, fanno quello che si chiama ‘chiodo scaccia chiodo’ e bevono al mattino per smaltire l’ubriacatura, ma io non l’ho mai fatto e non lo farò mai, perché bere al mattino vuol dire giocarsi l’intera giornata, e in ogni caso non sopporto l’odore dell’alcool al mattino e il mio stesso stomaco mi dice che preferirebbe una coca o un frullato, e che si rifiuta di sopportare scherzi come la vodka o anche soltanto la birra.

Ci siamo sbronzati la scorsa notte, dice Alex. E sempre gli rispondo, Chi beve davvero, amico, inizia a farlo a mezzanotte. Ci ripetiamo questa cosa da quando avevo diciassette anni e lui ventuno. Le mattine dopo queste serate, quando riesco ancora a leggere le parole del Boston Globe, ma non a tenerle a mente il tempo sufficiente per comprendere il significato, mi alleno. Se è un giorno in cui non faccio pesi, corro oppure vado alla Y a nuotare. A quel punto la sbornia passa. Anche la nausea. Certi giorni ho pensato che avrei vomitato il pranzo sulla panca oppure sarei riuscito a rimettermi in sesto e, per le prime serie di pesi, mentre sollevavo la sbarra dal petto, anche l’alcol cercava di venire su, e con lui tutto ciò che avevo mangiato durante la notte. Deglutivo e sollevavo il più possibile la sbarra e poi la riportavo giù, e parte del sudore che mi usciva dal corpo era gelida. Poi lo facevo ancora e ancora, aggiungevo pesi, e lo facevo di nuovo fino a quando il cuore non cominciava a pompare, il sangue a scorrermi attraverso i muscoli, l’acido lattico a defluire, il sudore a inzupparmi pantaloncini e canottiera, la panchina sotto la schiena a diventare scivolosa, e poi tutto quel veleno se n’era andato dal corpo. Anche dalla testa. Per il resto della giornata, a meno che non mi succedesse qualcosa di davvero spiacevole, come dichiarazioni dei redditi da compilare o problemi con l’auto, ero assolutamente tranquillo. Perché mi trovo bene con la gente e non vengo trattato come uno qualunque. In questo mondo aiuta essere grossi e forti. Ma non è questo il motivo per cui mi alleno, sebbene non sia una brutta ragione per farlo, cosa che dovrebbe fare riflettere qualche piccoletto. Nemmeno il tempo turba il mio stato d’animo. Nel New England sono abituati sempre a lamentarsi di una cosa o dell’altra. Credo che ci provino gusto a lagnarsi, ha detto una volta Alex, perché a dirla tutta, la verità è che i Celtics, i Patriots, i Red Sox e i Bruins sono tutte ottime squadre da seguire, e siamo fortunati che siano qui, e abbiamo l’oceano e una bella terra per cacciare e pescare e sciare. Non c’è bisogno di essere ricco per avere tutto questo. Ha ragione. Ma non mi lamento del tempo: mi piacciono la pioggia e la neve, il caldo e il freddo, e l’unico effetto che hanno è su ciò che indosso per uscire. Il clima qui è come una donna che passa continuamente da uno stato d’animo all’altro, e lo amo per questo."

.............

Non mi sono mai un granché piaciuti gli Stone Temple Pilots. Alcune canzoni sono molto belle ma nel complesso i loro dischi mi hanno sempre annoiato. Ma pensare a loro mi fa tornare in mente anni lontani. Quegli anni. Gli anni del collegio. Dei Nirvana a manetta nelle cuffie del walkman. Della mia incapacità di vivere. Di persone che mi hanno scoperchiato un mondo intero. E mi fanno pensare a mia sorella che invece venerava Weiland. Il giorno prima del matrimonio mi parlò proprio di alcune loro canzoni che aveva ritrovato in vecchie cassette registrate per lei da un suo ammiratore.  Io non riesco quasi più a toccarle quelle vecchie cassette. Ognuna ha una storia. Me le registravano compagni di classe, amici sul treno, persone speciali. I titoli scritti a mano, le differenti calligrafie, i pensieri. La camera ardente di mia madre fu allestita nella stanza dove abbiamo dormito per anni io e mia sorella. La svuotammo e ammassammo tutte le nostre cose in altri spazi della casa. Quella notte ritrovai una cassetta con una dichiarazione d'amore di una ragazza che non vedo da quasi vent'anni. Ricordo quanto fui intimidito da quelle parole d'amore. 
Su quella cassetta c'era questa canzone.


Nessun commento:

Posta un commento