venerdì 20 novembre 2015

Un estratto da "Heidegger & Sons" di Donatella Di Cesare (Bollati Boringheri)


Trascrivo da questo libro: "14. I sentieri interrotti della globalizzazione"

"Heidegger ha scritto gran parte delle sue lezioni e dei suoi libri nel rifugio di Todtnauberg. Solo per un periodo, mentre era intento alla stesura di "Essere e tempo", affittò un piccolo locale, in un villaggio distante qualche centinaio di metri, per trovare ulteriore isolamento. Alcune foto mostrano la sua scrivania, in un angolo della baita, attigua alla finestra che dà sulla fontana con la stella. Quattro piccoli scaffali, da un lato della parete in legno, bastano solo per qualche classico. Tutto indica intimità, raccoglimento, silenzio. Il suo pensiero è legato a quel luogo, dove la meditazione non cerca ampiezza, ma profondità, per risalire alla fonte della filosofia, all'altro inizio. E così la Hütte, se la si osserva di profilo, dove il tetto tocca il pendio, e la baita sembra a sua volta ripararsi nella natura, appare metafora della fenomenologia, di una vigilanza paziente, pronta ad accogliere e custodire quel che dal suo nascondimento viene alla luce e si manifesta. Heidegger è stato il filosofo del movimento. Con le sue anarchitetture, ha squassato dal fondo la la filosofia del Novecento. Ma nella sua dinamica personale al movimento ha sempre rinunciato. Non ha mai varcato l'oceano. A parte qualche raro viaggio, il Meister aus Deutschland ha preferito la prossimità dei paesaggi d d'infanzia. Boschi, colline, legna da ardere, sentieri, libri consunti, corridoi antichi, campane serali: ecco il suo da, il "ci" del suo esserci. Il luogo, per lui, non è indifferente. La contrada alemanna non è solo la provenienza, ma è il distretto di un impegno: raggiungere, nonostante e oltre la modernità, quella scena originaria, abitarla ostentatamente, lasciarsene dominare. Il movimento non è allora l'uscire dispersivo, bensì il rientrare. Così abitare diventa un esercizio del pensiero, l'attesa e l'ascolto di chi si addentra profondamente nella contrada dove è già sempre. Se un aperto si dischiude, è solo la Lichtung, la radura, tra abeti e betulle. Non stupisce che Heidegger, riprendendo Novalis, scriva che la filosofia è Heimweh, "nostalgia", e un "impulso a essere ovunque a casa". Ma aggiunge: purché "non ci sentiamo ovunque a casa". Heimweh, una parola ormai desueta e quasi incomprensibile, è piuttosto il dolore dell'esser lontano dal focolare. Chi lo avverte più? - si chiede Heidegger. Filosofia è l'intimità raggiunta dalla inquietante lontananza. [...] Proprio perché non si è mai spinto nella città, Heidegger è rimasto al di qua non solo dell'universo cosmopolitico, che si apre oltre la città, ma anche dei mezzi di transizione e di trasferimento, di tutto quello che oggi si chiama globalizzazione. Le vie molteplici del mondo interconnesso gli appaiono sospette, perché ne scorge una forma di smarrimento e di acquiescente deiezione. Nei Quaderni neri parla perciò di "planetarismo", mettendo l'accento sull'erranza, forma di vita globale su una terra divenuta a sua volta "astro errante". Dato che i gesti di un filosofo sono filosofici, come tali vanno prese anche le disposizioni testamentarie e funerarie di Heidegger. Non può considerarsi perciò priva di significato la scelta della sepoltura nel chiostro della chiesa di Mekirch: una pietra tombale sormontata non da una croce, ma da una stella. Mentre riflette su questa scelta, strettamente connessa con la ritrosia al movimento, con l'aspirazione a rimanere lì, dove già sempre si è, Sloterdijk si interroga sul "posto" di Heidegger. Se la filosofia occidentale è "l'irruzione della città", da dove parla un filosofo che non varca la scena pubblica, che è anzi messaggero di una contrada senza città? Lea sua sarebbe forse una verità di provincia, inutile oggi per le università, con i loro linguaggi di portata mondiale? Il posto di Heidegger è quello che aveva ereditato dal padre: la sagrestia. Non si trova al centro, sul fronte della visibilità; si muove di lato, dietro le quinte, dove silenziosamente si prepara quel che deve accadere, al margine in cui, da rivoluzionario liturgico, custodisce la presenza nascosta di un incombente stato di eccezione promesso a un mondo non redento. È da provinciali prendere il posto scelto dal filosofo per una provincia. Piuttosto, in quell'angolo laterale, restando accortamente fuori dai luoghi pubblichi, pensa la pólis, e ciò che è politico, non da "impolitico", bensì rifiutando la visione urbana della politica, l'incontro delle opinioni nel mercato, lo scambio nell'assemblea popolare - o parlamentare. Il luogo da cui parla è extra-parlamentare, oltre-parlamentare. Il suo accesso allo spazio politico può avvenire solo attraverso lo stato d'eccezione. In questo senso la sua politica è una poetica dell'emergenza. Questo non vuol dire che Heidegger non abbia mutato il modo di intendere lo spazio e che, da quell'angolo al margine, non abbia pensato, talvolta ossessivamente, diverse forme del muoversi spazio-temporale: dalla svolta alla rivoluzione, dal rivolgimento all'oltrepassamento, le cui distinzioni, dopo i Quaderni neri, dovranno essere ben ponderate. La modernità è per Heidegger l'epoca del trasferimento fuori dalla casa dell'essere. La spietatezza, l'essere senza patria, diventa un destino del mondo. Ma Heidegger, quanto a lui, oppone un rifiuto, resta ostinatamente nell'intimità, nell'essere presso di sé, nel proprio. Maestro della caduta, del verticale precipitare dell'esserci - un esserci che, da una nascita avvenuta nella gettatezza e nella deiezione, può rinascere nella stessità risoluta, risorgere nell'autenticità - diffida dell'esodo e di ogni moto che si inscriva nell'ampiezza dell'orizzontalità. Sotto quest'aspetto ontogenetico emerge di nuovo l'impasse di Heidegger che, se da un canto toglie il terreno sotto i piedi dell'esserci, indica anzi nella motilità il suo fondamento, dall'altro tace sulla motilità dell'esserci che esce, evade, si trasferisce. Tutto ciò che è inter, tra-, dalla traduzione al viaggio, al legame internazionale, viene aggirato. Perciò i suoi sentieri non conducono in nessuno luogo, se non nella contrada dove si è già sempre, sono Holzwege, provvidamente interrotti da insormontabili pile di tronchi. Così il viandante torna a casa. L'ulteriorità della lontananza non lo riguarda. Solo fugacemente si fa prendere dall'amore per la colonia. Lo straniero, o la straniera, che incontra, restano estranei, e non lo aprono all'esterno, non lo portano oltre. Alla fin fine lui è convinto di essere già nell'intimo dello stato d'eccezione, che verrà presto alla ribalta - ogni movimento, oramai necessariamente planetario, gli appare ridondante. Ma questa intimità esasperata finisce per rivelarsi un ostacolo anche per chi ha pensato e pensa sulla sua scia. Heidegger ha per primo delineato una fenomenologia dell'abitare denunciando il duplice rischio: l'autoctonia e la stanziali ingenua da un canto, la mobilità tecnologica dall'altro. Ha tentato di pensare il soggiornare come un migrare, ma ha prevalso pur sempre, nella sua visione della transitorietà, anche quella esemplare dei fiumi, il farsi-di-casa, lo Heimischwerden, un'esigenza che viene avanzata anche quando l'unico asilo, nell'esilio planetario, sembra solo ancora la parola poetica. Come il tradurre è il passaggio per l'estraneo, lasciato come estraneo, per riappropriarsi del proprio, così il poetico farsi di casa è un risalire al proprio dell'origine. Lo stracciamento immemoriale espone all'estraneo, ma per un cammino, magari anche a ritroso, conduce all'Ankunft, all'arrivo a casa. Questo cammino è di nuovo un sentiero interrotto della globalizzazione, perché non permette di concepire un ritorno altro, che avvenga dopo un esodo effettivo, e non lascia pensare il soggiornare insieme, il dimorare in comune, come stranieri residenti. Sta qui uno dei grandi compiti che Heidegger lascia in eredità." (pp. 119-123)

2 commenti:

  1. Heidegger mi riporta ai tempi del liceo, poi non ho più avuto modo di approfondire. Molto interessante questo passo, quanto mai attuale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Per me è un vero amore di ritorno. Ho studiato filosofia in collegio poi avendo mollato l'università l'ho persa di vista. Non è una lettura semplice, per niente, ci sbatto la testa contro parecchie volte ma è come se me lo sentissi dentro.

      Elimina