sabato 7 novembre 2015

Briciole e "A morte con la paura dell'islam!", un omaggio/dedica a Charb

- Stendo un velo pietoso/merdoso sulla calata bolognese leghista/forzitaliota/&co e su gran parte di quelli che gli si opporranno.

- Ci mancava pure un nuovo partito di sinistra. Questi presunti dissidenti riferendosi a Renzi hanno parlato di Happy Days senza nemmeno accorgersi di quanto loro sembrino un incrocio fra le telenovele mediaset e robe tipo Beverly Hills 90210 o altre cagate simili. Come si possa dar credito a gente del genere io proprio continuo a non capirlo.

(Nota a margine su queste misere vicende e perdonatemi per la volgarità ma: meglio la diarrea che Sel)

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Un estratto da “Il vicolo cieco dell’economia. Sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo” di Jean-Claude Michéa (elèuthera, traduzione dal francese di Guido Lagomarsino):

"Il futuro degli esseri umani è comunque nelle loro mani, perché, per quanto ne so, nessun dio, nemmeno l’onnipotente internet, è in grado di governare il corso della storia. Se allora non vogliamo che la “causa dell’umanità” (Engels) diventi una causa persa, è necessario che chi la sostiene prenda finalmente atto, e con la massima urgenza (visto che il tempo, diventato il tempo dell’economia, lavora contro gli uomini e l’ambiente), che la critica radicale della rappresentazione economica del mondo, derivata dall’Illuminismo, è diventata un compito politico fondamentale, senza il quale tutte le altre lotte parziali a favore di una società giusta sono perdute in partenza. Solo al costo di una decolonizzazione del nostro immaginario, come dice Serge Latouche, con tutti i ripensamenti che questo comporta, sarà nuovamente possibile resistere effettivamente ai vari padroni del mondo, di “destra” o di “sinistra” che siano, ogni volta che cercano di convincere i popoli che tutte le modernizzazioni loro imposte rappresentano per principio meravigliosi passi in avanti verso la Terra Promessa, e che metterle in discussione deve essere considerato a priori criminale o insensato. Una rivoluzione culturale del genere, se dobbiamo darle un nome, impone ovviamente che si riattivi tutto ciò che c’è stato di eccellente o, semplicemente, di ragionevole a partire dal XIX secolo nelle molteplici critiche socialiste, anarchiche e populiste della modernità, critiche oggi sepolte sotto vent’anni di fandonie mediatiche e politiche. Essa impone soprattutto di basarsi, in quest’opera che è insieme morale e intellettuale, su tutti i tesori di common decency (Orwell) che continuano ad animare l’esistenza delle persone normali, della “gente da poco”, come la chiama il sociologo Pierre Sansot, per le quali una vita compiuta non si misura dalla quantità di potere che si riesce ad accumulare sui propri simili. L’impegno a mantenere e a generalizzare quella common decency costituirebbe, secondo Orwell, una delle principali risorse di cui dispone il popolo basso (come lo chiamava Jack London) per avere un giorno la possibilità di abolire i privilegi di classe (un termine che si crederebbe d’altri tempi, mentre ciò che definisce non è mai stato cosí reale com’è oggi) e di costruire una società di individui liberi e uguali che si fondi per quanto possibile sul dono, sull’aiuto reciproco e sul senso civico. Una lettura che mi sembra sempre pertinente. Miguel Amoros non ha certo torto a ricordarci che la modernità capitalista “produce insieme l’insopportabile e gli uomini capaci di sopportarlo”. Ma è plausibile pensare che ci troveremo ancora per molto tempo nelle condizioni storiche descritte dal giovane Marx, quando affermava che “l’umanità possiede il sogno di una cosa e le manca solo la coscienza di questa cosa per possederla realmente”. E se si arriva a ipotizzare che la lottam dei popoli e degli individui per istituire una società libera, ugualitaria e decente (Orwell) possa riuscire da un lato a individuare i propri obiettivi e dall’altro a riappropriarsi dei fondamenti etici originali (la “collera generosa” di cui ci parla Orwell, per distinguerla da tutte le espressioni di risentimento e dalle passioni tristi cosí diffuse nel mondo dei militanti), si può allora ipotizzare che anche la grande muraglia dell’economia trionfante, che cinge ogni giorno di più la vita e la libertà delle persone, possa finire per crollare di colpo, proprio come un volgare muro di Berlino, diventando a sua volta oggetto di stupore e di disprezzo per chi vivrà dopo di noi.” (pp. 36-38)


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Se volete farvi un’idea sul mio posto di lavoro leggete il pezzo di Charb intitolato “A morte le multisale!” contenuto in questo libro ma io vi trascrivo quest’ultimo pezzo, oggi il mio post è lungo:

"A morte la paura dell’islam!"

“Non sono niente, ma fanno paura. Sono una manciata, ma li si vede dappertutto. L’islam, in Francia, è lui: l’uomo dalla barba irsuta vestito da tubetto del dentifricio. Quanti ce ne sono di questi spaventapasseri pronti a roteare occhi da pazzo non appena vedono una telecamera? Cento? Duecento? In Francia ci sono molte più telecamere che musulmani estremisti. Ci sono anche più canali Tv che tarati dalla barba lunga che nella lingua del Profeta sputacchiano che bisogna sgozzare gli ebrei. È proprio quello che dicevano l’altro giorno al Trocadero. Ma fanno paura, e lo sanno. La nostra paura è la loro ragione di vita. La nostra paura è la loro vera religione. La nostra paura li nutre. Bevono il nostro sudore freddo come i vampiri bevono il sangue delle loro vittime. La nostra paura è complice di questi bastardi. La vecchina che porta fuori il cane ha paura che l’orco islamico sgozzi Kiki. Bisogna dire che kiki ha una permanente che sembra un montone. Non è Parkinson quello che fa tremare la nonnina, è paura. E la soubrette dello show business di cultura musulmana (sí, proprio tu) che nascosta dietro le quinte racconta di aver paura di dire che è atea è peggio di un estremista religioso. Ha un’audience che è mille volte il suo, ma si fa prendere dalla tremarella. E perché? Per paura di essere sceltra come bersaglio dai Babbi Natale dell’Apocalisse? Se tutte le stronzette lagnose uscissero allo ascoperto per dichiarare il loro ateismo, o quantomeno la loro laicità, si renderebbero conto che il rapporto di forza è a loro favore. I credenti pregano invano il Signore da millenni perché dia loro un cervello, mentre sarebbe sufficiente che gli atei pronunciassero la formula “sono ateo e tu mi fai una pippa” per far sparire l’islam della morte dalla faccia della Terra. Magia! Provate! È stato trovato un altro parolone per fare paura: “salafita”. L’espressione “estremista religioso” ormai era troppo consueta, non spaventava più a sufficienza. Ma “salafita”, questa sí che fa paura! Suona come una cosa a metà tra una malattia incurabile e una inconffessabile pratica sessuale. Sembra quasi che oggi in Francia sia sufficiente alzare un sasso per veder brulicare un nido di salafiti. Ad alcuni piace sentirsi esistere nello sguardo terrorizzato dei borghesi francesi di Francia, e per questo si travestono da salafiti. Non vanno alla moschea, non pregano, non credono e trincano niente male, ma si vestono in mdo da garantirsi spazio sul marciapiede. Vero! Alcuni si vestivano da punk negli ’80 per ottenere lo stesso risultato. Nell’intimità della camera, ascoltavano Claude Francois come tutti...Una volta scremati i finti credenti, resta solo una manciata di veri pazzi. I veri pazzi possono essere pericolosi, ma da questi bisogna ancora togliere gli incapaci, i buoni a nulla, gli sbruffoni, i piscia sotto e i casinari. Se i sorci che restano prendono d’assalto l’elefantiaca Repubblica e quest’ultima fugge chiamando la mamma, avremo perso. La laicità ha il culo abbastanza grosso per sedersi su questi parassiti e sterminarli. La paura dà importanza a questi patetici squadristi, il ridicolo, contrariamente a quanto recita l’adagio, li uccide. Credo che converrete con me, bisogna prendere a schiaffi con sufficiente forza tutti coloro che hanno paura dell’ombra della barba di un salafita in modo da svegliarti dall’incubo. Amen.” (pp. 129-131)

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