lunedì 12 ottobre 2015

Un omaggio a Robert Brasillach e a "I sette colori"


Rileggere “I sette colori” di Robert Brasillach è ritrovare un pezzo della mia adolescenza. Una ferita aperta perché quanto mi fece piangere questo romanzo quando lo lessi. Brasillach è uno degli scrittori, o meglio uno degli uomini, che mi ha spinto a scrivere, che mi ha dato la forza di resistere, di cercare la mia strada. Uno che ho sempre sentito come un fratello, un compagno di viaggio, una guida, un amico. Da poco tempo ho ricevuto in regalo una copia della Ciarrapico Editore che avevo perso tanto tempo fa. Dentro a questo romanzo ci sono le mie ferite, le mie angosce, i miei durissimi giorni di collegio, i miei sogni traditi, il mio dolore, i miei morti, la mia voglia di resistere e di rimanere fedele a me stesso costi quel che costi.

Trascrivo un estratto del romanzo:

“Fu difficilissimo sapere, quando li ebbero richiamati in sé, che cosa era accaduto. Alla fine della giornata, Caterina aveva seguito Patrizio in camera sua, e si erano distesi l’uno accanto all’altra. Non si erano toccati. Ma a lungo eran rimasti cosí, immobili, un poco tremanti, senza nemmeno accostare una mano all’altra. Tenevano gli occhi chiusi. Lei non capiva nulla del turbamento che l’aveva invasa e che la possedeva, nello stare cosí vicina a quel ragazzo che di lei voleva solo la presenza. Egli non sapeva nemmeno che cosa poteva aspettarsi e lottava con tutte le sue forze contro il desiderio di accostarsi a lei, di sentire il suo calore, fosse solo attraverso le vesti, di calmare, di fondere la sua propria febbre. Sarebbe vano credere che egli non pensasse qualcosa di più, ma non voleva cedere. Nella vicinanza dei due corpi vestiti v’è qualcosa di magico e di inseparabile dai primi momenti dell’amore: la resistenza, la tentazione, la vergogna, il rimpianto, la speranza si mescolano nella stretta fittizia e provvisoria, in cui gli ostacoli lievi simboleggiano le barriere più irriducibili. E poiché ella era pura, non indovinava, quando egli si mosse un poco e si distese, che aveva raggiunto il più forte del suo desiderio, che l’aveva presa in sogno e che si placava. Di sopra a loro volteggiavano in una nube le loro tentazioni, ed essi chiudevano gli occhi ed erano rossi. E cosí tesi erano per avvicinarsi senza toccarsi, per fondersi senza raggiungersi, più separati da quella poca aria fra loro che dalla spada di purità della leggenda, che subitamente, nel medesimo istante, qualcosa in loro si spezzò, e come aveva indovinato il vecchio pazzop, non furono più presenti. Patrizio avrebbe spesso pensato che, fosse vissuto anche cento anni, avesse avuto più avventure dell’uomo che ne ebbe mille e tre, mai più avrebbe raggiunto cosí completamente l’attuazione del sogno maschile come in quei minuti di annientamento totale, in quel possesso nella purezza. (pp. 61-62)

e un altro tratto dalla premessa di Stenio Solinas:

“Oggi ci sembra naturale osservare che allo “splendore del fascismo universale della mia giovinezza”, del “fascismo nostro male del secolo” Robert Brasillach non poteva sopravvivere. Lui, per la verità, pur amando la vita, ne era consapevole già allora: “Quelli che muoiono dopo la trentina non sono consolidatori ma fondatori. Portano al Mondo scintillante esempio della loro vitalità, delle loro conquiste. Frettolosamente, accennano qualche strada al lume della loro gioventù sempre presente. Abbagliano, interpretano, meravigliano. Dio, nella sua apparenza terrestre, ha scelto di essere simile a questi esseri, di morire all’età di Alessandro. Intorno a voi, uomini e donne, avete conosciuto apparizioni simili, un poco esaltanti, un poco misteriose. Bruciano la loro vita, talvolta quella altrui ma danno la fiamma, l’avvenire. Non si immaginerebbe Alessandro, vecchio e saggio, legislatore dell’Oriente: la sua parte sta nel mettere di fronte l’Occidente e l’Oriente. Dopo di che, sbrigatevela da doi. Tali sono gli esseri che scompaiono prima delle menomazioni, prima dell’equilibrio, prima della riuscita. Non sono venuti a portare nel mondo la pace, ma la spada”. 
A Jacque Benoist-Méchin che, nel carcere di Fresnes, lo rimprovera di avere “delle idee nere”, Brasillach tranquillamente replicherà, il viso pallido, la sciarpa rossa annodata con civettuola negligenza: “ Bisogna saper morire giovane. Robert Brasillach a 75 anni che legge con voce tremula le bucoliche greghe, mentre riscalda i suoi reumatismi accanto al fuoco. Pensateci sopra. Quale orrore!” Non era una sbruffonata. Come insegna Jacques Laurent, “Brasillach è stato ucciso dagli adulti. Essi hanno riunito il loro consiglio di disciplina. Cocteau, per spiegare l’impunità di Dargeolos – uno dei protagonisti de Les enfants terribles – osserva che la pena di morte non esiste nei licei. Invece la pena di morte, quell’anno, era di moda in Francia” Solo che l’autore dei Sette colori non era un enfant terrible. Era, se mai, un enfant du paradis.”

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